Ferruccio
Vigna
L'integrazione degli affetti in
psicoanalisi. Dall'alessitimia all'Anima
Non vi è
salvezza se non si parte dalle immagini.
L’astrazione,
la concettualizzazione seguiranno.
A.
Romano, “Chiudete gli occhi e vedrete”
Alessitimia come ponte
Come suggerisce il titolo, vorrei affrontare il tema
degli affetti e del loro utilizzo in ambito terapeutico, e inizierò richiamando
il concetto di alessitimia, un termine che definisce, in psichiatria,
l’incapacità di rilevare il valore cognitivo delle proprie
emozioni.
In realtà è solo uno tra tanti concetti definitori
delle emozioni coniati negli ultimi lustri, dotati di grandissima
sovrapponibilità o al contrario di inversa e simmetrica caratterizzazione. Al
termine alessitimia possiamo accostare con un certa ragione quello di “apatia”,
utilizzato in neurologia per definire i sintomi di alcune sindromi lesionali a
livello prefrontale; in psichiatria abbiamo “intelligenza emotiva”, “empatia” e
“funzione riflessiva”; in psicoanalisi “identificazione proiettiva”, “consonanza
intenzionale” e “immedesimazione”, e certo ne dimentico altri. Io preferisco
parlare di alessitimia perché è un concetto più ateorico e meno settoriale,
utilizzabile come ponte tra teorie differenti.
Oggi molti accettano l’idea che tutte le malattie
psichiatriche siano forme di disregolazione emotiva e tutte le psicoterapie
siano forme di regolazione affettiva. Il tema dell’alessitimia diventa quindi
una chiave di lettura e di confronto tra le varie posizioni teoriche, a partire
da quelle dinamiche sino a quelle biologiche. Inoltre la lettura
dell’alessitimia come variabile categoriale, cioè indicante un fenomeno del tipo
“tutto o nulla”, lascia sempre più spazio a una concezione alternativa che la
interpreta quale dimensione clinica transnosografica, posta lungo un
continuum esteso dal normale al patologico. Più in dettaglio, se secondo
l’ipotesi categoriale la presenza di alessitimia giunge a coincidere con
un’incapacità assoluta e globale di identificare, rappresentare e comunicare le
emozioni, la tesi dimensionale, sostenuta da un numero crescente di studi,
indica la possibile strutturazione del funzionamento alessitimico in gradi
diversi, con progressive difficoltà di elaborazione e regolazione affettiva,
dalle soluzioni semplicemente adattative a quelle più francamente patologiche.
E’ immaginabile quindi anche una alessitimia “fisiologica”, che mi consente, per
esempio, di mangiare una bistecca senza farmi angosciare dalla consapevolezza
della brutta fine che ha fatto il vitello da cui è stata
ricavata.
In sintesi, allora, il funzionamento alessitimico può
essere definito come un modello di difesa arcaico e universale, che entra in
gioco quando soluzioni difensive più raffinate non si sono organizzate in senso
evolutivo o hanno ceduto all’impatto di esperienze traumatiche; un funzionamento
orientato a tenere disconnesse la ragione dalle emozioni, con prevalenze e
intensità diverse. Diventa legittimo valutare l'efficacia delle terapie in base
alla loro capacità di agire in direzione di una riconnessione. Questa
prospettiva, tradotta nel linguaggio della psicologia analitica junghiana, vede
coincidere, a mio avviso, il concetto di alessitimia con quello di patologia
dell'Anima, intesa quale istanza psichica archetipica che pone in relazione
conscio e inconscio, aprendo canali comunicativi tra il complesso dell'Io e gli
altri complessi, fino a quelli più distanti, più inconsci e carichi
affettivamente. La perdita
dell’Anima corrisponde all’atto del dis-animare, che si esprime nel vivere le
emozioni senza trasformarle in sentimenti o nel vivere le pulsioni
oggettivandole, senza trasformarle in desiderio, nel vivere il corpo – proprio e
altrui - come corpo morto, oggetto, feticcio. Ne conseguono, tra l’altro,
implicazioni cliniche fondamentali quali l’affievolimento degli istinti di
autoconservazione presente nei disturbi di personalità, che può comportare esiti
autolesivi come la dipendenza da sostanze, i disturbi del comportamento
alimentare e le condotte di risk
taking.
Gli
affetti tra psicoanalisi e neuroscienze
La costruzione di modelli teorici in psicoanalisi è
stata caratterizzata per molti anni da una netta scissione tra il ruolo degli
affetti e quello della cognizione, giustificata in parte dall’ipotesi, poi
rivelatasi peraltro discutibile, che nella filogenesi e nell’ontogenesi lo
sviluppo dell’affettività preceda quello delle facoltà
cognitive.
Se la psicoanalisi classica ha disgiunto il destino
degli affetti e delle rappresentazioni ideative in una sorta di dualismo
funzionale, determinato dall’attivarsi della rimozione, meccanismo di difesa
specificamente finalizzato a scindere la componente emozionale da quella
ideativa, le proposte teoriche post-freudiane, differenziandosi dalle posizioni
del padre fondatore, hanno iniziato ad affrontare il tema dell’integrazione
degli affetti e della ragione.
Rinunciando per brevità a citare le tappe e gli
autori fondamentali di questo percorso, mi limito a ricordare la posizione di
Fonagy, che elabora il concetto di
“funzione riflessiva” o “mentalizzazione”, inteso come capacità di comprendere e
descrivere gli stati mentali propri e altrui, siano essi sentimenti, pensieri,
desideri o credenze. Egli sostiene che la capacità di cogliere e leggere gli
stati mentali altrui sia legata a quella di regolare i propri stati affettivi, e
che essa si sviluppi solo se il caregiver è in grado di contenere i
bisogni emotivi del bambino e di restituirglieli adeguatamente elaborati,
nell’ambito di quella che Fonagy definisce una “relazione sicura” di
attaccamento.
Estrapolando dalle sue
affermazioni, si può sostenere che anche Fonagy interpreti il funzionamento
alessitimico come un arresto dello sviluppo. Sul piano terapeutico lo sviluppo
bloccato da una relazione di attaccamento non adeguata può essere completato
anche in seguito, se il soggetto riesce a vivere un attaccamento sicuro con
figure che facciano le veci di quelle genitoriali, come lo psicoterapeuta. Le
proposte recenti di modifiche sostanziali della tecnica psicoanalitica (sempre
meno interpretativa), diffuse in particolare in ambito psicodinamico, nascono da
queste considerazioni.
Alla biologia, per estendere lo studio della mente
oltre le vecchie ricerche sul comportamento, serve una teoria che permetta di
costruire ipotesi sul ruolo delle emozioni, e la psicoanalisi risponde bene a
questi requisiti. L’utilizzo, sempre più frequente nell’ambito delle
neuroscienze, delle ipotesi della metapsicologia freudiana, è stato definito
neuropsicoanalisi. Qui mi interessa sottolineare che una buona parte
degli psicoanalisti più tradizionali vede oramai come una sfida indilazionabile
il confronto e l’integrazione con le neuroscienze: per esempio, la più
importante scoperta della neurobiologia del secolo scorso in tema di emozioni,
quella dei cosiddetti “neuroni
specchio”, offre valenze epistemologiche ricchissime quando interpretata
attraverso le teorie psicodinamiche.
Quando osserviamo un nostro simile compiere una
qualunque azione o provare una qualunque emozione si attivano, nel nostro
cervello, alcuni neuroni - appunto i neuroni specchio - siti nella stessa area
cerebrale che si attiverebbe se fossimo noi a compiere quella azione o provare
quella emozione. Si tratta di un meccanismo cerebrale di importanza
straordinaria, perché permette una sorta di comunicazione non linguistica fra i
cervelli. Si può con ragione supporre che i neuroni specchio siano fondamentali
nella genesi dell’empatia, del comportamento sociale e nell’acquisizione del
linguaggio.
In sintesi, nel sistema specchio l’apprendimento
passa attraverso l’imitazione (il fare la stessa azione, il provare la stessa
emozione) e la comprensione razionale del significato non può venire mai
disgiunta daIl’esperienza emozionale coesistente. Se conoscere le emozioni
proprie o altrui, inoltre, vuol dire coglierne il carattere finalistico, questa
scoperta rafforza l’attenzione al valore cognitivo delle
emozioni.
D’altra parte, poiché l’alessitimia è caratterizzata
dall’incapacità di ricavare il valore cognitivo delle emozioni (e dunque il loro
significato finalistico), si ipotizza che essa abbia come substrato
anatomofisiologico un deficit del sistema specchio. Vale la pena di ricordare
che in alcune ricerche sui pazienti autistici (caratterizzati da un alto grado
di alessitimia) questo deficit è stato riscontrato.
Il sistema specchio documenta, in sintesi,
l’esistenza di una comunicazione extraverbale inconscia (cioè emozionale) tra
gli individui: un processo che in linguaggio psicoanalitico potremmo definire di
identificazione proiettiva. In
proposito, è stato ipotizzato che esso rappresenti la base anatomo-fisiologica
dei fenomeni transferali e
controtransferali. Dalla
scoperta del sistema specchio deriva inoltre una dimostrazione che la
soggettività umana è in realtà una intersoggettività originaria, a sostegno
della teoria dell’attaccamento di Bowlby e Fonagy.
Gli
affetti nella teoria junghiana
E’ necessario, nel ragionare sul significato degli
affetti in Jung, introdurre qualche accenno teorico. Per Jung l’elemento
basilare dell’organizzazione psichica è il complesso, o meglio il “complesso a tonalità affettiva”. Già
dalla sua denominazione possiamo riconoscere il nucleo significativo del
complesso nel vissuto
soggettivo, caratterizzato da una precisa tonalità affettiva alla quale
si aggregano componenti archetipiche (costituzionali), ideative
(rappresentazioni prodotte dal pensiero) e sensoriali. Perciò, nel complesso
junghiano viene superato il dualismo mente-corpo, perché l’affetto è sempre
connesso alla propria rappresentazione. Piuttosto, Jung segnala una importante
variazione nell’espressione degli aspetti cognitivi e affettivi in funzione del
livello di coscienza. Più i complessi sono distanti dal complesso dell’Io, vale
a dire più sono inconsci, e più la componente rappresentativa si riduce rispetto
a quella affettiva. Quando invece i complessi si avvicinano alla superficie
della coscienza, nella loro espressione prevale l’aspetto cognitivo. Ma affetto
e rappresentazione sono sempre presenti
contemporaneamente.
In un’ottica junghiana, il funzionamento alessitimico
non va perciò inteso nel senso di una scissione “orizzontale” tra affetti e
rappresentazioni, bensì più propriamente nei termini di divisioni/separazioni
“verticali” interne alla psiche tra complessi più inconsci ed emozionali, da un
lato, e complessi più vicini all’Io, caratterizzati da una maggior componente
rappresentativa, dall’altro.
Sul piano clinico la prassi analitica junghiana
implica, per così dire, una sorta di teatralizzazione dell’esperienza psichica,
allo scopo di instaurare un dialogo tra l’Io e le immagini che l’inconscio offre
attraverso i sogni e le fantasie; questo aspetto offre una spiegazione al fatto
che Jung abbia personificato certe istanze psichiche, come l’Anima, l’Ombra o
1. Per quanto riguarda le modalità dell’immaginare,
egli sembra individuare due approcci fondamentali alle immagini, uno più
razionale-apollineo e l’altro più sensoriale-dionisiaco, a mio avviso corrispondenti a quelli che, in
ambito teologico, vengono definiti “apofatico” e “catafatico”. (Vigna,
2010)
Con il primo termine si
descrive un atteggiamento che favorisce la comparsa delle immagini interiori
tramite la creazione nella propria mente del vuoto, attraverso il silenzio e la
rinuncia al supporto di simboli o immagini esterne. Eremiti e anacoreti
rispondono pienamente a questa modalità di approccio. Confrontandoci con la
psicologia junghiana, riteniamo che l’“immaginazione attiva” mostri più di una somiglianza con la
via apofatica, perché presuppone la capacità di svuotare la mente da tutti i
processi di pensiero dell’Io.
La modalità catafatica,
al contrario, predilige l’uso di immagini date per stimolare l‘immaginazione
interna e avvicinarsi così al livello dei complessi inconsci. Un esempio tra
tanti, in ambito religioso, è quello delle icone. Anche il mondo junghiano
conosce una modalità immaginativa catafatica: il “gioco delle sabbie”. Coloro
che hanno un contatto più elementare e meno simbolico con le loro emozioni si
trovano probabilmente più a loro agio con una immaginazione esperita tramite
l’uso di oggetti. L’opzione catafatica è
evidente anche nel “sogno da svegli guidato”, cui si accennava più sopra.
Su un piano
antropologico, possiamo facilmente riscontrare che la differenza tra un’immaginazione catafatica e
un’immaginazione derivante dalla concentrazione apofatica è
universalmente diffusa e
invariata in culture dissimili, proponendosi perciò come intrinseca
all’individuo e non al suo ceppo culturale. Dato che irrobustisce l’ipotesi
junghiana che tali modalità di approccio alle immagini abbiano una solida radice
archetipica.
Ricapitolando, il
rapporto che ciascuno di noi ha con le proprie immagini può variare, secondo il
personale livello di alessitimia (che, almeno in parte, ha radici archetipiche),
da una modalità apofatica a una modalità catafatica, che rinuncia o che non
rinuncia alla rappresentazione di oggetti per gestire i contenuti emozionali
veicolati dall’immaginazione.
Possiamo ipotizzare che
quando l’affetto è molto intenso, ma ancora strettamente vincolato al livello
somatico, l’utilizzo dell’immagine data – l’icona – estenda le possibilità
dell’immaginazione e divenga così possibile, anche per i soggetti scarsamente
dotati di concentrazione e di introspezione, cioè più o meno alexitimici,
avvicinarsi a quella che in ambito junghiano definiremmo “immaginazione
attiva”.
Non a caso la psichiatria ci ricorda che alcune
categorie di disturbi di personalità, clinicamente ad alta comorbidità con
l’alessitimia, si distinguono per un utilizzo accentuato degli oggetti
transizionali, cioè di oggetti concreti che permettono di innescare esperienze
immaginative.
Al contrario, i soggetti
per così dire poco alexitimici, quindi verosimilmente più dotati di capacità di
astrazione e simbolizzazione, avranno una relazione di minor dipendenza
dagli
oggetti reali per
stimolare l’immaginazione.
Se, per quanto riguarda
le modalità dell’immaginare, abbiamo segnalato che il funzionamento alessitimico
comporta preferenzialmente l’adozione di
quell’approccio sensoriale-dionisiaco che la teologia definisce “catafatico” (e
la psicologia winnicottiana evoca attraverso il concetto di “spazio
transizionale”), lo scoglio maggiore per i pazienti alexitimici sarà costituito
dalla difficoltà di attivare un rapporto più “affettivo” con le immagini, che
corrisponde all’assunzione nei loro confronti di una responsabilità etica.
2. In riferimento all’utilizzo finalistico delle
immagini (oniriche o meno), Jung sottolinea come, nei loro confronti, possa
essere assunto un atteggiamento prevalentemente interpretativo, riportandole a
categorie o modelli esplicativi di fondo; oppure possano essere vissute secondo
una modalità sensoriale-estetica. Vi è però un’altra modalità di rapporto con le
immagini, quella emozionale, che secondo Jung è caratterizzata da un maggior
valore intrinseco (le prime due modalità di lettura ci paiono definibili più
alexitimiche). Non intendiamo certo affermare che nella visione junghiana le
opzioni interpretative o estetizzanti siano da escludere, perché anche da esse
deriva un apporto contenutistico alla psiche, ma egli afferma chiaramente che da
sole non svolgono una funzione trasformativa, in quanto viene eluso l’elemento
più propriamente affettivo, che consiste in questo caso nel considerare il
messaggio onirico come la fonte di un’obbligazione etica.
Ciò significa, per quanto riguarda l’Io, assumersi la
responsabilità della relazione con l’inconscio. In altre parole, il soggetto può
cogliere il suggerimento del sogno e anche, se lo si ritiene giusto, rispondere
negativamente, ma sempre assumendosi la responsabilità delle proprie
scelte.
Jung sottolinea, inoltre, la grande differenza che
passa tra la pura adesione estetica o intellettuale ai contenuti dell’inconscio
e l’assunzione di responsabilità verso gli stessi, dall’altro. Solo quest’ultima
implica l’attivazione di un rapporto affettivo, attraverso il quale l’Io impegna
le proprie energie nei confronti del messaggio veicolato dalla sequenza onirica
o immaginale. Peraltro, alla base dell’assunzione di responsabilità verso
l’inconscio e le sue immagini è il senso etico, funzione inconcepibile senza
postulare una intersoggettività originaria, suggerita anche dalla psicoanalisi
relazionale e delle cui radici archetipiche argomentano sia psicoanalisti
junghiani come Guggenbűhl-Craig sia i ricercatori che si occupano di mirror cells. Accogliendo queste ipotesi
teoriche, potremmo dire che il senso etico, l’apertura al confronto con le
immagini inconsce, ha una radice archetipica. Però il funzionamento alessitimico
è connesso a un difetto dell’intersoggettività: i pazienti alexitimici non
riescono a percorrere adeguatamente la vie di confronto “etico” con le immagini
dell’inconscio e, di conseguenza, sono costretti ad aderirvi su un piano
intellettuale o estetico.
Scopo della terapia sarà dunque quello di
riconnetterli con le immagini attraverso il registro emozionale, unica strada
per assumersene la responsabilità etica. Perciò il terapeuta deve innanzitutto
tentare di orientare il paziente verso l’immaginazione, se necessario anche
privilegiando, sulla base delle considerazioni precedenti, il modello catafatico
(l’immagine fornita a priori). Assumono un grande valore particolare le modalità
di espressione non-verbale, come il disegno o altre forme di comunicazione
artistica, ed è di grande importanza che l’analista sappia restituire al
paziente le proprie emozioni e che gli permetta di avvicinarsi a lui al di là
dei rigidi parametri del setting, se e quando occorre. Vorrei proporre
alcuni brevi esempi di quanto sinora affermato. Di fronte a un paziente
formalmente adeguato, sofferente di sintomi psicosomatici, che affermava di non
avere problemi consapevoli e tendeva a passivizzarsi in seduta, spesso con
lunghi silenzi, il terapeuta sviluppò una sorta di immaginazione attiva: un
panorama desolato, desertico con in primo piano un albero secco e spoglio.
Gliela comunicò. Di qui nacque un dialogo, anche conflittuale, che li portò a
focalizzare l’attenzione sulla sua “aridità” emotiva.
Una paziente particolarmente scissa dalle proprie
emozioni, oltre che piuttosto rigida nei comportamenti, a un certo punto iniziò
a preferire alla propria poltrona il sedersi a terra appoggiata a un
termosifone. Se questo acting out fosse stato interpretato o lei ne fosse
stata in qualche modo dissuasa, in nome della purezza del setting,
sarebbe stato impossibile in seguito aiutarla a riconoscere l’aspetto simbolico
della sua ricerca letterale di calore, come invece
avvenne.
Ancora, un anziano e saggio psicoanalista aveva un
grosso cane, sempre presente durante le sedute. All’arrivo del paziente il cane,
che sembrava curiosamente abile nel riconoscere le persone bloccate sul piano
emozionale, spesso si avvicinava festante e talora giungeva ad appoggiare le
zampe sulle loro spalle. Coloro che ricevevano le sue attenzioni erano costretti
ad agire per allontanarlo e, per quanto fossero inibiti nell’affettività, erano
costretti a rispondere in qualche modo all’affettività del
cane.
Se sostanzialmente, come ci ricorda Kierkegaard, “vi
sono (solo) due vie: una è soffrire; l’altra è diventare professore di ciò che
un altro soffre”, mi sembra che le strategie alexitimiche spingano i nostri
pazienti esclusivamente verso la seconda via. Per questo motivo dovremmo al
contrario stimolarli a riconsiderare anche la prima: sopportare per quanto è
possibile la propria sofferenza invece che negarla a livello emotivo. L’abilità
del terapeuta consiste a nostro avviso nel non eccedere, cioè nel non caricare
il paziente del peso che non è ancora in grado di portare.
Porsi, in altre parole, di fronte al paziente in un
ascolto scevro da pregiudizi. Scrive Jung: <Non si può mutare nulla che non
si sia accettato>. Accettare, in questo caso, non vuol dire condividere
opinioni o comportamenti, ma sentire l'altro vicino nel comune destino di umana
limitatezza e infelicità. È l'accettazione incondizionata dell'altro che
garantisce l'incontro".