Considerazioni introduttive
I meno giovani tra di voi ricorderanno che in passato
il servizio militare obbligatorio rappresentava una brusca separazione
dall’abituale contesto familiare; anche perché, intenzionalmente, le giovani
reclute venivano spedite lontano dal luogo di residenza.
Di quando in quando i giornali raccontavano di
ragazzi che non avevano retto alla separazione e avevano dovuto essere
ricoverati.
Il servizio militare -così come altre separazioni
significative, quali l’uscita dalla casa paterna e lo stesso matrimonio-
rappresentava quello che, con riferimento alle società tradizionali, viene
definito un rito di passaggio. Il rito di passaggio è una procedura
istituzionalizzata che marca una transizione, un passaggio appunto, a una
condizione nuova e diversa da quella precedente: in questo caso il passaggio da
una condizione protetta all’età adulta.
Nella società attuale, che viene chiamata
post-moderna, i riti di passaggio sono scomparsi.
Quella che noi chiamiamo adolescenza è divenuta un
lungo periodo di transizione, dai confini temporali incerti. Nessuno di noi la
circoscrive più in quell’intervallo di tempo, dai dieci ai venti anni circa, che
è caratterizzato dai cambiamenti fisici che accompagnano la pubertà e la
maturità sessuale. Oggi tendiamo ad ampliare la definizione di adolescenza a
tutto il periodo in cui l’identità è in formazione, si è ancora studenti, non ci
si è ancora formati una famiglia, si vive in casa dei genitori e non si è ancora
raggiunta l’indipendenza economica.
Superare l’adolescenza significa acquisire
un’identità sufficientemente solida e divenire capaci di fronteggiare i compiti
e i ruoli sociali dell’adulto. E’ un compito difficile, che talvolta qualcuno
elude aggrappandosi ad una fantasia di “eterna
giovinezza”.
Per questo i termini cronologici dell’adolescenza
oggi vengono prolungati fino ad età inverosimili. Non so se colpisca anche voi
il fatto che nel gruppo di coetanei, magari cinquantenni, sia normale definire
se stessi e gli altri “ragazzi”.
Cercherò perciò, nella mia relazione, di attenermi a
una definizione dell’adolescenza non troppo allargata.
E’ un dato di fatto che nel periodo adolescenziale si
verifica un aumento delle condotte che vanno contro le norme, i valori ed i
princìpi della comunità sociale di appartenenza.
A ben vedere, fino a qui mi pare non ci sia nulla di
strano. In fondo, il superamento dell’infanzia e la differenziazione dal mondo
adulto si accompagnano, direi necessariamente, ad una messa in discussione dei
valori fino a quel momento condivisi, e questo può comprendere anche
comportamenti trasgressivi ed oppositivi. Al contrario dell’adulto, vissuto come
oramai privo di fantasie e capacità progettuali, l’adolescente si sente un
soggetto in cerca di qualcosa di nuovo, inquieto ma
vitale.
In passato, anche solo qualche decennio addietro,
questa fase della vita trovava una legittimazione nel sistema di valori sociali
condivisi Oggi non è così. L’adolescenza è divenuta una specie di parcheggio, in
attesa di un futuro che non arriva, o arriva pieno di incertezza; il mondo che
ci circonda è un contesto urbano depersonalizzante e caotico, e il mondo interno
dell’adolescente è fatto soprattutto di incertezze circa le proprie
risorse.
Mi accorgo che ho pronunciato troppe volte la parola
“oggi”. Ma non sono così sicuro che i problemi di questa generazione
differiscano nettamente da quelli delle precedenti. In fondo, quando ero
ragazzo, trovavo sempre qualche adulto che mi redarguiva con frasi che
iniziavano sempre allo stesso modo: “Ai miei tempi… invece oggi…” Per rimediare,
cedo la parola a Shakespeare, che scrive: “Vorrei che non ci fosse l’età
che va dai sedici ai ventitre; o che per tutto questo tempo la gioventù che è in
noi dormisse sempre. Perché in tutto quell’intervallo non si fa che mettere
incinte ragazze, maltrattare gli anziani, rubar la roba e menar
cazzotti”.
Però, se quanto affermo vale per le condotte
trasgressive, può essere valido anche per le condotte a
rischio?
Innanzitutto, è necessaria una grande prudenza nel
valutare i comportamenti a rischio degli adolescenti: di per sé non sono
necessariamente irrazionali, perversi o malati. Possono essere semplicemente
funzionali allo sviluppo psicosociale dell’adolescente. L’adolescenza non è una
malattia da guarire, e l’adolescente non è un soggetto da normalizzare.
La categoria del rischio, fisiologico o meno, è una
categoria tipica dell’universo giovanile, perché la separazione dal mondo
dell’infanzia, vissuta come cacciata dal paradiso terrestre ma anche come
conquista dell’autonomia, richiede l’attivazione di una grande energia, sotto
forma di rabbia, sfida, svalutazione, aggressività. Un po’ come quando finisce
una relazione sentimentale importante: è normale che in fase di separazione i
partners sottolineino oltre il necesssario i vissuti negativi e mobilitino la
rabbia per trovare il coraggio di separarsi.
Il rischio, se inteso come ricerca di emozioni
intense quali forti esperienze che favoriscono l’unità del sé, può anche essere
un comportamento sano, un rischio calcolato in funzione del raggiungimento di
obiettivi specifici. E’ evidente, per fortuna, che molti ragazzi riescono
tranquillamente a superare l’infanzia attraverso strade adattive, senza mettere
a repentaglio il loro benessere fisico e psicologico.
Solo quando diventa espressione di comportamenti non
finalizzati, e quindi caratterizzati da agiti fini a se stessi, distruttività e
disperazione, il rischio rientra nella psicopatologia. Per esempio, in tutti i
disturbi psichici caratterizzati da impulsività, e in particolare nei disturbi
di personalità, la ricerca del rischio è una costante, prodotto di una riduzione
dell’ansia anticipatoria e di un’incapacità di evitamento del
pericolo.
In ogni caso, tra normalità e trasgressione, disagio
e devianza, i confini sono labili. Dovremmo perciò saper distinguere tra
condotte a rischio inconsapevoli (behaviour risk), quali certe manifestazioni
fisiologiche dell’adolescenza, e ricerca del rischio attiva (risk-taking), che
spesso si accompagna a una psicopatologia, per esempio a quelle che oggi vengono
definite dipendenze comportamentali.
E’ importante inoltre non trascurare di cogliere
anche nei comportamenti di ricerca del rischio gli aspetti positivi, quando ve
ne sono. In riferimento al risk taking, alcuni autori francesi utilizzano la definizione di “condotta ordalica”,
che suggerisce una relazione con l’ordalia, o “giudizio di Dio”. Molto presente
nelle culture antiche, l’ordalia affidava al caso (o al destino, o a Dio, se
preferite) il giudizio di colpevolezza
o meno di un imputato. Consisteva nel superare una prova dolorosa,
generalmente sostenere il contatto con il fuoco, o l’acqua bollente, senza
perire o subire danni gravi. A me pare una metafora preziosa per cogliere alcuni
aspetti del risk taking. Il giudizio divino corrisponde psicologicamente a un
valore assoluto, estraneo alla coscienza individuale: in termini junghiani
rappresenta un archetipo del sé, vale a dire un pattern trasformativo, un atto
di rinnovamento della nostra identità. Come ci indica il rito ordalico, nelle
culture arcaiche questo rinnovamento veniva ottenuto attraverso un passaggio
iniziatico e catartico che comportava vissuti estremi.
La moderna definizione di Sensation Seeking applicata
ai nostri pazienti a rischio connota lo stesso passaggio potenzialmente
trasformativo del giudizio di Dio, anche se purtroppo presenta una differenza
fondamentale: nell’adolescente che rischia il rito ordalico è prevalentemente
inconsapevole, manca il coinvolgimento dell’io e pertanto è scarso o nullo il
significato iniziatico. E’ essenzialmente per questo motivo che si innesta nelle
condotte a rischio un processo di ripetizione e una progressiva dipendenza da
esse.
Vorrei ora dire qualche parola a proposito di un
importante cambiamento nelle strutture simboliche che reggono i nostri
atteggiamenti di fondo.
Si sente spesso dire che è morto Edipo, ovvero che è
morto il modello educativo della colpa e del castigo. Nel vissuto di Edipo ogni
istanza pulsionale si accompagna al sentimento di colpa, e deve quindi
sottomettersi al filtro della sublimazione.
In effetti, l’adolescente di oggi non ha più,
giustificatamente, una chiara consapevolezza dei ruoli paterno e materno, né dei
valori proposti da questi ruoli archetipici. Ne è disorientato, e fatica a
ricrearsi una identità.
Quali sono le origini di un simile cambiamento
culturale rispetto al passato? In fondo, non sono passati molti anni da quando
Freud definiva il bambino un “perverso polimorfo”, e per i genitori un figlio
era un piccolo selvaggio da civilizzare, attraverso l’imposizione di regole
severe.
E’ difficile rispondere. Volendo inserire queste
dinamiche trasformative in un contesto storico, vi cito due frasi a mio avviso
davvero pesanti, pronunciate negli anni ottanta. La prima afferma: “La società
non esiste”. E la seconda recita: “Mai più la redenzione attraverso la società”.
Se pensate che siano il parto di un adolescente problematico, di un borderline
asociale o di un fricchettone stile new age vi sbagliate: sono di Margaret
Thatcher. Esprimono il riconoscimento implicito di una separazione del concetto
di società da quello di Stato o Nazione, e l’affermazione esplicita
dell’impotenza di queste strutture collettive. Gli anni ottanta erano anni in cui le
leggi di mercato iniziavano ad affermarsi come sostituto dello Stato e a
dimostrarsi oggettivamente un modello stabile e vincente; e si cominciava a
sostenere, senza indurre particolari indignazioni, il diritto dell’individuo di
immaginare per i problemi soluzioni private: in parole povere di pensare al
proprio tornaconto, là dove prima ci si affidava ai valori collettivi
riconosciuti.
Da allora è passato un quarto di secolo. La mancanza
di valori forti è ancora la stessa, e continua a essere impossibile per tutti
noi immaginarsi la società come rifugio sicuro. Non potendo trovare rifugio in
alto, le nuove generazioni lo hanno perciò costruito dal basso: il gruppo di
coetanei, organizzazione fragile ma essenziale nella socializzazione
adolescenziale, su cui vorrei più avanti spendere due
parole.
All’interno della famiglia, dicevo, si coglie una
crisi profonda del mandato culturale che definisce il ruolo del padre. E
come conseguenza della scomparsa del padre, sopravvive e diventa centrale la
figura materna, unica presenza certa, che svolge solitaria sia la funzione di
contenitore affettivo sia quella di contenitore normativo.
La famiglia contemporanea non è più triangolare: ci
sono solo madre e figlio. Ma in queste condizioni anche la funzione materna va
in crisi. Non più supportata dal ruolo normativo e strutturato del padre, la
madre fatica a garantire al figlio quel contenimento emozionale adeguato di cui
parlano Bowlby e Fonagy nelle loro proposte teoriche. Un attaccamento insicuro,
nell’ottica di Bowlby, può essere la conseguenza di una relazione materna
insufficiente o inadeguata o di una carenza nei supporti pedagogici e
ambientali.
Vale la pena, credo, di citare alcune considerazioni
di tipo clinico-pratico di Chasseguet-Smirgel: “…all’inizio è soprattutto alla
madre che incombe il compito di confermare narcisisticamente il bambino. Se egli
sente di essere amato dalla madre (ma non sedotto da lei) per il semplice fatto
di esistere, potrà interiorizzare, in una certa misura, una facoltà di
autovalutazione che lo renderà meno dipendente dall’ambiente nella regolazione
della stima di sé… Quando… la madre non ama il bambino per quello che è,
ma solo per quello che fa, la valutazione dell’Io, il rafforzamento
dell’autostima, potrà compiersi solo attraverso degli atti…”. Questo è lo snodo fondamentale in cui si
innestano tutte quelle evoluzioni di personalità caratterizzate da
un’instabilità della struttura di base -Bergeret parlerebbe di organizzazioni
invece che di strutture- che si declinano in un continuum che va dall’eccesso di
egocentrismo socialmente accettato al narcisimo, fino al grave disturbo
borderline o asociale. Di qui in avanti, per evitare di etichettare a priori
come patologico ciò che non comprendiamo a sufficienza, né forse condividiamo,
ma che secondo alcuni rappresenta ormai la norma statistica, definirò questo
mondo variegato come il mondo di Narciso.
Tornando a Edipo, il conflitto tra gli istinti e le
istanze morali introiettate, tra le gratificazioni clandestine e il
sottomettersi alla legge del padre, offriva al soggetto due sbocchi possibili:
la scelta, con tutto il suo carico di responsabilità, o la nevrosi.
Se sceglieva di rispettare i propri istinti e valori,
Edipo era costretto a sopportare conflitti in famiglia. Questi però Narciso non
se li può permettere, perché ha bisogno di sentirsi rispecchiato e appoggiato.
Quindi Narciso di solito segue pragmaticamente le regole, anche se non c’è mai
un’adesione sul piano morale. Se
Edipo usciva di casa definitivamente a un’età precoce, per Narciso ciò è
impensabile, anzi, solitamente egli coabita a lungo con i genitori,
privilegiando il benessere e la sicurezza alla libertà.
Poiché l’adolescente di oggi risponde a categorie di
valori non collettivamente riconosciuti, rispetto a Edipo gode di maggiore
autonomia nei confronti degli adulti, perché non concepisce il sentimento di
colpa rispetto ai valori codificati. Nel suo comportamento c’è, se vogliamo, un
lato positivo: investe su se stesso, non su quanto gli altri si aspettano da
lui. Spesso non ci riesce, purtroppo.
Dal punto di vista degli adulti, scrive
Pietropolli-Charmet, la colpa principale degli adolescenti è quella di godere di
una serie infinita di privilegi, non comparabili con quelli di cui hanno potuto
disporre le generazioni precedenti: beni di consumo, denaro, libertà di
movimento, libertà sessuale. Che essi non sappiano bene cosa fare, o che si
annoino, per gli adulti è uno scandalo. Gli adolescenti delle precedenti
generazioni vivevano in condizioni in cui tutto era proibito, soprattutto avere
tempo libero. Non conoscevano quasi il problema della noia. Al contrario, oggi
sembra che gli adolescenti siano incapaci di progettare autonomamente il da
farsi, e siano perciò costretti a delegare al gruppo le decisioni su come
proteggersi dalla noia. Ed è quasi sempre il gruppo ad alzare il tiro,
suggerendo azioni pericolose, utilizzo di stupefacenti o quant’altro possa
suscitare emozioni forti; nello specifico, abitualmente è il gruppo ad arruolare
il singolo nell’azione rischiosa e proibita.
Pietropolli suggerisce che proprio il tentativo di
risolvere la noia sia all’origine di una serie preoccupante di azioni
individuali o di gruppo che lambiscono l’area delle condotte a rischio, fino a
sconfinare in azioni direttamente scellerate. Ma da dove origina la noia? In
chiave psicodinamica, credo si possa affermare che la noia è l’espressione di
uno scarso contatto con il proprio inconscio. E non c’è dubbio che, nelle
condotte a rischio, agisca un inconscio non contenuto
dall’io.
Ma negli adolescenti c’è di più della noia. Intanto,
essi manifestano scarso coinvolgimento nelle vicende sociali e si concentrano su
se stessi, perché sono portatori di un giudizio negativo e di un pessimismo
cosmico rivolti al mondo degli adulti. Non appaiono perciò interessati alle
azioni trasformatrici, ma solo a soffrire il meno possibile, e quindi si
costruiscono, all’interno del gruppo di coetanei, un mondo parallelo a quello
reale.
Probabilmente questa è la caratteristica più irritante degli adolescenti, dal nostro punto di vista: il loro egoismo, la convinzione che occuparsi del proprio sé sia più importante che non sottomettere le proprie pulsioni al filtro delle regole collettive della società. D’altra parte questa cultura adolescenziale è un prodotto autentico del nostro modello sociale più diffuso; una sorta di nichilismo autoreferenziale che coinvolge, non dimentichiamolo, le maggioranze silenziose di ogni età.
Cosa ne deriva sul piano individuale? Vorrei
rispondere citando Jung, il quale sostiene che il ritiro delle proiezioni e
-aggiungo io- la rinuncia agli ideali collettivi, produce una “conseguenza
inattesa…viene conferito al mondo un aspetto così brutto che nessuno riesce più
ad amarlo e nemmeno possiamo più amarci, tanto che nulla resta al di fuori che
possa distoglierci dalla nostra propria vita interiore”.
E’ fuorviante, dicevo prima, mettere delle etichette
nosologiche a tutto ciò. Altrettanto fuorviante sarebbe contrapporre, seguendo
Bergeret, la normalità statistica di questo stile adolescenziale a una normalità
idealistica. Possiamo tutt’al più definirlo pragmaticamente egocentrismo, e se
vogliamo anche narcisismo, a patto però di ripulire il termine dai suoi
significati psicopatologici, e di utilizzarlo solo come confronto rispetto alla
sottomissione al padre di Edipo, rinunciataria e masochistica.
Per tentare di comprendere Narciso, scrive Lasch,
autore del libro a cui ho rubato il titolo della mia relazione, è importante
“operare connessioni tra la tipica personalità narcisistica e certe costanti
caratteristiche della cultura contemporanea, quali il terrore della vecchiaia e
della morte, l’alterazione del senso del tempo, il fascino della celebrità, il
declino dello spirito ludico, il deterioramento dei rapporti tra uomo e
donna…”.
Se a questo si aggiunge la percezione del mondo come
di un luogo pericoloso e inaccessibile, sia per la reale precarietà di molti
aspetti della vita contemporanea, sia, paradossalmente, per la moderna rimozione
di questo fatto, dovuta ai progressi della tecnica e del welfare, allora si può
concludere, con Lasch, che “il narcisismo sembra rappresentare realisticamente
il modo migliore di tenere testa alle tensioni e alle ansie della vita moderna.”
Esso incarna in sintesi, a parere di Lasch, l’etica dell’autoconservazione e
della sopravvivenza psichica. Ci piaccia o meno.
Se c’è uno scopo nell’esistenza di Narciso, questo è
lo sviluppo della propria persona, il riconoscimento del proprio intrinseco
valore, in parole povere il successo. Purtroppo Narciso deve fare i conti con
una grande fragilità intrinseca: poiché non accoglie in sé valori ideali,
identifica il successo unicamente nel riconoscimento da parte degli altri, e in
particolare del suo mondo relazionale: il gruppo di
coetanei.
Bauman, che ha coniato il concetto di “modernità
liquida”, descrive la frammentarietà, la casualità e la fragilità dei legami che
si formano all’interno di un gruppo di questo tipo. Mentre le comunità
“tradizionali” si fondano sulla fedeltà a valori condivisi, e quindi impongono
obblighi e diritti, ma godono in cambio di una certa stabilità, queste comunità
non richiedono obblighi, fedeltà né impegno; si creano e si smantellano
velocemente. Sono fondate principalmente sulla base dell’interesse personale,
definito dall’esigenza di maggiore sicurezza a scapito della libertà personale,
e dall’esigenza di riconoscimento di un diritto alla autonomia a scapito
dell’ideale di condivisione. L’esplosione di internet, e in particolare delle
comunità virtuali in rete, risponde alle medesime aspettative: facile accesso,
facile distacco.
A proposito del gruppo di pari, Chasseguet Smirgel
sostiene una tesi interessante. “I nostri simili -afferma- svolgono per noi il
ruolo dello specchio… noi siamo indotti a misurare il nostro Io nello specchio
che ci tendono i nostri simili a causa di una difficoltà intrinseca a valutarlo
diversamente… Noi non abbiamo praticamente nessun mezzo per effettuare la prova
di realtà per quanto riguarda il nostro Io psichico, poiché alla sua
rappresentazione interna non corrisponde nessun oggetto esterno. Siamo così
costretti a trovare degli specchi in cui scorgere il nostro Io psichico,
analoghi agli specchi in cui si riflette il nostro Io corporeo…”. Il narcisista
tende perciò ad oscillare tra un’incessante richiesta di questo rispecchiamento,
mai soddisfatta, e il desiderio di dimostrare, fondamentalmente a se stesso, di
non averne minimamente bisogno.
Il gruppo dei pari viene definito dalla Chasseguet
“quel luogo favoloso dove tutti i desideri sarebbero soddisfatti…”. In
definitiva -scrive- il gruppo “funziona naturalmente nel registro
dell’illusione”. Citando ancora Chasseguet: “La folla ha meno sete di un padrone
che di illusioni”.
L’ideologia egualitaristica del gruppo difende il
singolo dall’angoscia superegoica, e il risultato è che la figura paterna è
scacciata. “I membri del gruppo
-continuo la citazione di Chasseguet- perdono la loro individualità e cominciano
ad assomigliare a delle formiche o a delle termiti… “. Dovremmo pensare che il
fatto di rappresentare solo un minuscolo frammento del gruppo determini nel
singolo una ferita narcisistica, ma non è così: inconsciamente, l’Io psichico di
ciascuno si è esteso all’intera massa dei componenti. Ogni partecipante si
sente, per così dire, non una formica, ma il formicaio. Jung descriverebbe
questa situazione come un essere inflazionati dal conscio
collettivo.
Per quanto riguarda il tema del gruppo, Cabibbe ci
ricorda che sia Freud sia Jung manifestano in numerose occasioni la loro
drastica sfiducia nelle masse. Tra i numerosi esempi che si potrebbero fare, mi
limito a ricordare che Jung sosteneva che “la moralità di una società nel suo
complesso è inversamente proporzionale alla sua ampiezza”.
In vari scritti inoltre, e in particolare nel saggio
su Wotan che si riferisce al nazismo, Jung ci mette in guardia dal rischio di
un’inflazione dell’io da parte dell’incoscio collettivo del gruppo, una sorta di
possessione che autorizza il singolo a comportamenti pericolosi o immorali, che
autonomamente non compirebbe: per non scivolare su temi più pesanti vi
suggerisco come esempio la folla di uno stadio.
Proprio perchè
aspira molto più di Edipo al successo sociale, Narciso è anche più a
rischio di umiliazioni. Di provare vergogna per il proprio fallimento. Di subire
ferite all’immagine di sé. Questa è una delle situazioni in cui tipicamente può
scattare una condotta impulsiva, o peggio una condotta a
rischio.
Infatti lo strumento più potente a disposizione di
Narciso per restaurare il sé ferito è la vendetta, rappresentata da un gesto o
un’azione impulsiva che condensi simbolicamente sia la propria rabbia sia il
desiderio di riscatto. Ma non raramente l’oggetto della vendetta di Narciso è il
proprio corpo, manipolato con
violenza e distruttività. La fantasia sottostante è quella di morire, per
mettersi in salvo dall’orrore della perdita della bellezza, sinonimo di
successo.
Narciso sottomette senza freni il proprio corpo alle
esigenze dell’estetica, alla comunicazione interpersonale erotizzata; lo
sottopone a diete, a droghe, a piercing, a rischi di malattie: basti pensare ai
rapporti sessuali non protetti e alla diffusione dell’AIDS. Sono tutte
sovrastimolazioni sensoriali non frenate dall’attenzione alla propria
incolumità, che evidentemente non coincide con quella del
corpo.
Questo è il punto fondamentale del mio ragionamento.
Il corpo di Narciso non viene accettato come proprio, ma solo come schermo su
cui proiettare le ferite narcisistiche. Il sentimento di vergogna che le
accompagna rappresenta infatti una ferita del sé, non dell’io, che è piuttosto
caratterizzato dal sentimento di colpa, quasi inesistente in queste personalità.
L’io, estremamente fragile, non si estende al corpo e non lo protegge. I comuni
istinti di sopravvivenza sono allentati, e anche la possibilità di morire
diventa realistica quando vi sono gravi ferite
narcisistiche.
La morte di Narciso può essere definita una fantasia
di potere, di dominio del sé sul mondo che sta intorno: per mezzo del suicidio
si può infliggere dolore e contemporaneamente negare importanza alle persone con
le quali l’adolescente ha una relazione significativa.
Se estendiamo queste riflessioni alle condotte a
rischio, possiamo dire che esse rivelano forse il desiderio di uccidersi, ma non
quello di morire. Inoltre rappresentano non solo uno strumento di controllo del corpo e delle sue
emozioni, ma anche probabilmente una reazione all’incapacità di mentalizzare la
propria morte, trasportandola dall’ambito simbolico a quello
concreto.
Riassumendo quanto ho finora affermato, ritengo si
possano individuare diversi significati nelle condotte a rischio: dal morire per
evitare la perdita della perfezione al vivere una fantasia di potere,
accettandone le sue conseguenze; dall’essere incapaci di mentalizzare la propria
morte all’esprimere l’assenza di responsabilità verso il proprio corpo.
E se ci focalizziamo sulle premesse delle condotte a
rischio, riscontriamo in primo luogo tre aspetti fondamentali: l’assenza di una
istanza paterna interiore, la dissoluzione di un sistema di regole condivise e
la delega di sé al gruppo. Il loro prodotto, in sintesi, è la fragilità dell’Io,
che porta a vivere nell’illusione.
Sport estremi
Vorrei fare un accenno agli sport estremi, perché spesso veicolano, con un’operazione di ambigua normalizzazione culturale, la ricerca del rischio fine a se stesso.
Se, storicamente, l’affermazione dello sport a
livello sociale ha coinciso con il modello agonistico-disciplinare, incarnato da
un lato dall’atletismo, dall’altro dagli sport di squadra, negli ultimi trenta
anni si è diffusa una nuova cultura sportiva che privilegia componenti ludiche,
trasgressive ed espressive, mentre minimizza la disciplina e gli aspetti
prestazionali. Si basa sulla sfida verso se stessi e verso le condizioni
esterne. Un esempio per tutti è il free climbing: non si vuole più arrivare
sulla vetta, ma valorizzare il contatto con la natura e l’estetica del gesto di
arrampicata. Superare goffamente un passo difficile non ha nessun valore, quello
che conta è l’estetica del gesto. E
a volte il free climber, terminata la salita, invece di scendere lungo le corde,
si lancia -ben assicurato- nel vuoto, come se giocasse con la vertigine.
Roger Caillois, nel suo libro “I giochi e gli
uomini”, definisce infatti questi sports come “giochi di vertigine” o
ilinx (dal greco
vortice, vertigine), e ne sottolinea i
forti rituali iniziatici e l’attrazione per il rischio.
Egli
individua le origini psicologiche di tali attività in una sorta di regressione a
piaceri infantili, collegandole con le reazioni dei bambini che strillano di gioia quando sperimentano
il piacere psicofisico della
vertigine sull’altalena o nei tanti giochi analoghi.
Dal mio punto di vista i giochi di vertigine
sottolineano la leggerezza e l’instabilità, e valorizzano l’individualizzazione della
pratica sportiva. E’ significativo che, anche quando si svolgono in ambienti
naturali, la natura in sé non venga valorizzata, tanto che spesso vengono
preferite strutture artificiali cittadine che tentano di ricreare condizioni
naturali (pareti da arrampicata nelle grandi città, piscine con onde artificiali
nei luoghi di villeggiatura marini, eccetera).
L’epoca degli esploratori e dell’alpinismo di
conquista è tramontata.
L’attenzione si è spostata, potremmo dire,
dall’esterno all’interno, dall’esplorazione del territorio all’introspezione.
Viene sempre sottolineata, da chi cerca l’ilinx, la sperimentazione di
sensazioni inusuali e la messa in prova del proprio corpo, vissuto come un
contenitore del Sé, nella ricerca di una identità.
Vi cito un dato che non cessa di stupirmi. Solo
nell’anno
Ho prima affermato che gli sport estremi sono, su un
piano psicologico, un’amplificazione dei giochi di vertigine. La loro componente
fondamentale è l’esperienza del limite, che parte dalla comprensione
dell’assoluta inutilità, nel gestire la prova, delle comuni capacità fisiche o
esperienziali di cui l’individuo è dotato. Ma raggiungere il limite innesca “una
risposta del corpo, che attiva risorse inattese… una sorta di stato di grazia in
cui il corpo, come se fosse illuminato, trova da solo le soluzioni migliori”.
Ecco come Reinhold Messner racconta il proprio
rapporto con il limite: “Quando raggiungo il limite vedo anche ciò che si trova
al di là. E’ questo l’aspetto affascinante. Non vado al limite per sapere ciò
che mi è possibile. Vado al limite per fare esperienza di ciò che non mi è
possibile. […] Messo con le spalle al muro, spesso sono obbligato a tirar fuori
capacità che trascendono l’immaginabile. Nelle mie avventure di frontiera ho
visto che il subconscio trova soluzioni imprevedibili”. Come vedete, viene
chiaramente concettualizzato il rapporto tra l’esperienza del limite e la
comparsa di un fattore trascendente. Siamo qui di fronte a una prova iniziatica,
che in Messner è probabilmente adeguatamente elaborata dalla coscienza, tanto
che le sue affermazioni raggiungono un tono che definirei mistico. Più
comunemente però, chi fa esperienza del limite si limita a sottolinearne le
emozioni inusuali provate. Se è vero, come credo, che l’esperienza del limite
come strumento di trascendenza è l’elemento fondamentale dei riti di passaggio
dall’adolescenza all’età adulta, torno a segnalare che questo vale solo quando
essa viene affrontata consapevolmente.
Al di là del livello di consapevolezza, c’è poi una
seconda differenza essenziale tra i riti di passaggio e lo sport estremo:
quest’ultimo si configura sempre in termini strettamente individuali, come
potenziamento del sé, e mai collettivi, vale a dire che non ha significati
simbolici che possano essere colti e condivisi da tutti i membri della
comunità.
Mi è difficile perciò concordare con l’idea, che alcuni hanno proposto, che negli sports estremi si esprima un “fattore Ulisse”, vale a dire una curiosità innata, un andare oltre, perché “fatti non foste a viver come bruti”. Ulisse vuole conquistare la natura, sottometterla alla sua volontà; al contrario il moderno esploratore, e come lui il free climber, la vuole assumere a modello di perfezione, in un certo senso assolutizzare, e da essa farsi accogliere e guidare come da una madre. Si ricalcano in fondo temi appartenenti al romanticismo ottocentesco. E’ una visione agli antipodi da quella che dà inizio all’avventura rinascimentale -penso a Marsilio Ficino quando afferma: “quod natura relinquit imperfectum, arte perficitur” (ciò che la natura non perfeziona, può essere migliorato dall’uomo)- ma soprattutto è una visione che sembra negare la presenza dell’ombra, del male, della morte. La natura diventa solo madre, non più matrigna.
Tocchiamo così un altro tema importante e
misconosciuto della cultura moderna… la morte di dio, del complesso del padre,
di Edipo, e della cultura del sacrificio finalizzato a un ideale, corrispondono,
in termini junghiani, a una mastodontica negazione
dell’Ombra.
Un esempio ineffabile di quanto affermo si poteva
leggere negli anni scorsi nel sito della Adidas, nell’ambito di una campagna
pubblicitaria dal titolo “Impossible is nothing”. Il testo
recita:
“Impossibile è solo una parola pronunciata da piccoli
uomini che trovano più facile vivere nel mondo che gli è stato dato piuttosto
che cercare di cambiarlo.
Impossibile non è un dato di fatto. E’
un’opinione.
Impossibile non è una regola. E’ una
sfida.
Impossibile non è uguale per
tutti.
Impossibile non è per
sempre”.
Alexitimia
Vorrei proporvi ora un diverso angolo di lettura del disagio giovanile, utilizzando un concetto oggi relativamente tornato di moda: quello di alexitimia, proposto da Sifneos e Nemiah nel 1970. Con tale definizione si sottolinea, in pazienti affetti da disturbi psicosomatici, la presenza di una incapacità nel riconoscere il valore cognitivo delle emozioni.
In genere si tratta di pazienti particolarmente ben adattati a livello del comportamento, che non mostrano un’organizzazione di personalità nevrotica né psicotica, ma solo sintomi psicosomatici.
Viene descritta una povertà del
pensiero fantastico e una incapacità nell’usare il linguaggio per esprimere le
emozioni e nel differenziare emozioni e sentimenti.
Si osserva inoltre una grave
mancanza di simbolizzazione, una tendenza ad agire impulsivamente, ad assumere
posture rigide e vivere relazioni interpersonali povere.
Peraltro queste caratteristiche
sono identificabili non solo nei pazienti psicosomatici, ma anche nei difetti
autistici, in tutti i disturbi di personalità, di dipendenza da sostanze e, in
misura variabile, in una buona percentuale di cosidetti
“normali”.
Il difetto fondamentale
dell’alexitimico consiste principalmente nell'incapacità di individuare in sé il
manifestarsi delle emozioni e nella incapacità di verbalizzarle. Pertanto esse
vengono avvertite dal soggetto solo nel loro aspetto fisiologico e somatico,
come una sorta di generica tensione.
Se esaminiamo l’alexitimia dal punto di vista psicodinamico, dobbiamo partire dalla relazione tra pensiero ed emozioni, che viene teorizzata in modo radicalmente opposto nel pensiero di Freud e in quello di Jung.
Come ci ricorda Marozza, la concezione freudiana individua destini e percorsi differenziati per la rappresentazione e per l’affetto. Fin dall’originaria descrizione delle psiconevrosi da difesa, il pensiero freudiano sull’affetto è infatti attraversato da una scissura fondamentale, legata alla rimozione, il meccanismo di difesa che sancisce l’effettiva separazione della componente ideativa (la rappresentazione incompatibile su cui si esercita propriamente la rimozione) dall’ammontare affettivo, che segue percorsi differenziati nei vari quadri psicopatologici. La rimozione -radicalizzata fino a divenire rappresentativa di una vera nascita psichica della specie umana con il concetto di rimozione originaria- costituisce il principio di un autentico dualismo funzionale tra affetti e rappresentazioni, dal quale dipende l’intero gioco evolutivo della vita pulsionale, attraverso la possibilità di rompere e creare nuovi legami. Mentre dà origine per un verso alla formazione dell’inconscio rappresentativo, la rimozione costituisce d’altro canto un crinale di discriminazione nell’ambito affettivo, ricacciando l’affetto che a essa non ha avuto accesso nell’ambito del somatico non rappresentabile. La stessa possibilità di un accesso terapeutico alle psiconevrosi è da Freud legata agli esiti della rimozione: di fatto la prima classificazione delle nevrosi in attuali, non analizzabili, e da difesa, analizzabili, è fondata sull’osservazione che solo nelle seconde sarebbe riscontrabile il lavoro psichico legato alla rimozione.
Se applichiamo questi concetti all’alexitimia, essa assume un valore categoriale, perché va intesa come un quantum affettivo non rappresentabile e quindi somatizzato, un prodotto della rimozione delle rappresentazioni; e, così intesa, costituirebbe il nucleo psicopatologico di qualunque disturbo psichico.
Per quanto riguarda la proposta junghiana, lo spunto più originale nel costituire una base teorica sul rapporto tra affetti e rappresentazioni è la teoria del complesso a tonalità affettiva. Questa teoria propone una concezione dell’affetto come nucleo centrale dell’unità complessuale, inscindibilmente connesso a sensazioni e rappresentazioni. Per Jung non si può mai parlare di un’affettività arappresentazionale, né di una rappresentazionalità anaffettiva, ma di una qualità differenziata che definisce l’unità complessuale in funzione del suo livello di coscienza, cioè di un progressivo oscuramento, della rappresentazione nella tonalità affettiva, tanto maggiore quanto più si procede verso l’inconscietà più radicale. Il dualismo tra affetto e pensiero viene risolto nell’individuazione di dimensioni qualitativamente diverse nell’espressione di aspetti sensoriali, cognitivi e affettivi in funzione della gradualità della coscienza.
Applicata all’alexitimia la teoria junghiana ne sottolinea un carattere dimensionale: essere più alexitimici corrisponde in sostanza a essere meno consapevoli dei propri nuclei complessuali.
Continuando a ragionare di alexitimia, a me pare che
questo concetto abbia molti punti di sovrapposizione con quello che, sul piano
sociologico, viene definito negli adolescenti contemporanei come ”analfabetismo”
emotivo-affettivo. Basti pensare alla povertà della loro vita relazionale,
spesso totalmente filtrata dalla comunicazione virtuale, dalle chat o da
un face book che consente di connettersi mantenendo le distanze.
A.A. Semi giunge anzi a descrivere negli adolescenti
una sorta di agnosia emotivo-affettiva, nella quale il disordine nei
codici per riconoscere la “presenza dell’altro” e gestire le emozioni/affetti
espone al rischio di deumanizzazione dell’universo
relazionale.
Credo che il collegamento tra alexitimia e
analfabetismo emozionale degli adolescenti sia supportato anche da alcune
evidenze cliniche. Rispetto al passato, nei disturbi psicopatologici degli
adolescenti non si manifesta più, infatti, un conflitto tra i desideri e le
proibizioni, ma piuttosto un attacco al legame affettivo. E i sintomi del
disagio, -autodistruttività verso il corpo come nei disturbi di personalità,
nell’anoressia e nella bulimia, o disturbi dell’attaccamento come nelle forme di
depressione più o meno mascherate e negli attacchi di panico- denunciano
specificamente la disorganizzazione delle emozioni e degli affetti e l’incapacità a dar
loro un significato.
Trascurando le situazioni rare in cui l’alexitimia è secondaria a patologie biologiche (la cosidetta alexitimia primaria o strutturale, caratterizzata da un difetto organico nel substrato neuroanatomico dei centri preposti alla attivazione e alla elaborazione delle emozioni: il sistema limbico e le connessioni limbico-corticali), si possono individuare nella letteratura specialistica psichiatrica due formulazioni teoriche idonee a contribuire alla comprensione di tutti gli aspetti impliciti nell'alexitimia.
La prima è rappresentata dal
modello del diniego, che intende l’alexitimia come difesa estrema contro
gli affetti e le fantasie, applicata in modo indiscriminato a ogni fenomeno
affettivo. Questo modello suggerisce in sintesi che l’alexitimia rappresenti una
strutturazione di personalità difensiva, nella quale i meccanismi della
scissione e della identificazione proiettiva sono prevalenti rispetto ai
meccanismi di difesa più evoluti presenti nelle nevrosi, e determinano la
perdita della consapevolezza di emozioni e fantasie.
Il secondo modello teorico è
quello del deficit, che concettualizza una grave debolezza dell'io, cui
consegue l’incapacità di elaborazione psichica della componente istintuale e di
simbolizzazione.
Vorrei però spostare in secondo piano il modello del
deficit, perchè a mio avviso è adeguato a spiegare solo le sindromi più gravi, e
perchè ha il limite di proporre una patogenesi dell’alexitimia individuale ma
non collettiva, ed è perciò inadatto a supportare la mia proposta di spiegazione
teorica del disagio adolescenziale.
Seguendo quindi il modello del diniego, l’alexitimia
può allora essere considerata non più come una categoria nosologica -categoria a
mio avviso pressochè inutile, trattandosi di un sintomo diffuso trasversalmente
a tutte le patologie in cui agiscono dei meccanismi di scissione- ma come una
caratteristica dimensionale della personalità, anzi come una particolare
caratteristica della personalità, che ritengo esprima aspetti adattativi al
malessere sociale odierno. L’alexitimia
sarebbe quindi presente in tutti gli individui di una determinata popolazione,
seppure in misura molto variabile. In altre parole, tutti siamo un po’
alexitimici, ma solo chi è molto alexitimico può essere considerato patologico.
Se mi permettete un esempio certamente riduttivo, a
proposito di ridotta espressione e consapevolezza delle emozioni ai fini
adattativi, è quasi superfluo ricordare la differenza tra lo scoppio emozionale
determinato dall’assistere di persona a un atto di violenza e la tranquilla
indifferenza con la quale ascoltiamo un telegiornale che quotidianamente fa
l’elenco di morti e tragedie; o la facilità con la quale mangiamo una bistecca
paragonata con la dimenticanza dei mezzi con i quali il nostro macellaio se la è
procurata. Il distacco emozionale in questi casi è certamente vissuto da noi
come adattativo e nessuno si pone il dubbio che sia patologico, anche se non
tendiamo probabilmente a gloriarcene.
Tenendo sullo sfondo il disagio dei nostri panorami urbani, vorrei proporvi un paragone ardito, descrivendovi un classico esperimento dell’etologia pionieristica. Se in una gabbia di dimensioni standard si inserisce in numero crescente una popolazione di ratti, cresce progressivamente il livello di aggressività dei singoli, fino a che, giunti a un certo numero di inquilini, si scatenano comportamenti violenti e uccisioni, che riportano la popolazione a una certa quota, alla quale i ratti tornano docili. Ogni volta che si prova a incrementare nuovamente la popolazione della gabbia oltre a quella quota, si reinnesta la stessa reazione violenta e il numero di ratti torna a decrescere. Forse, oserei dire, in quella gabbia potrebbero sopravvivere più facilmente ratti molto alexitimici.
Sappiamo dalla neurobiologia che i circuiti che
regolano l’ansia sono mediati dalle monoamine, in particolare dalla serotonina.
Semplificando moltissimo, più serotonina c’è, più si attivano comportamenti
tolleranti. Le situazioni contingenti stressanti -per i ratti in questione, la
sovrapopolazione- determinano un calo della concentrazione di serotonina
liquorale.
E per gli umani? In una popolazione come quella
giapponese, caratterizzata dal sovraffollamento e da stili di vita formali e
rispettosi della privacy, ma dal nostro punto di vista un po’ opprimenti
(pensate alle pareti di carta delle abitazioni tradizionali e alla relativa
mancanza di intimità), non mi sembra strano che vengano segnalate in alta
percentuale forme geneticamente determinate del recettore serotoninergico più
attive di quelle di altre popolazioni.
Da un lato, per alcune malattie ad altissima
componente alexitimica, come ad esempio l’autismo, è dimostrata una forte
componente genetica. Dall’altro, esistono dati epidemiologici probanti sulla
relazione tra certi tipi di educazione ( quelli, per sintetizzare,
caratterizzati da stili di attaccamento insicuro) e una evoluzione del carattere
con forte presenza di aspetti alexitimici.
Questi dati vanno interpretati sulla base della
profonda interrelazione tra la genetica e
Io credo perciò si possa sostenere che in una società
nella cui evoluzione incidono sempre più, con la scomparsa della famiglia
tradizionale, gli stili di attaccamento insicuro, in un contesto politico e
culturale assai meno stabile che in passato, dove il lavoro, quando c’è, è
provvisorio e raramente capace di gratificare perché spersonalizzante, quando il
contesto abitativo tipico è sempre più quello dell’alveare, la fobia prevalente
è quella del supermercato affollato, e i valori collettivi -la legge di mercato-
edonistici ed egoistici, l’essere umano subisca una forte pressione a
valorizzare difese dalle inflazioni emozionali, volte a salvaguardare
l’identità.
Non c’è dubbio però che il porre un filtro
generalizzato alle componenti emozionali possa determinare nel singolo una sorta
di povertà del mondo interno emozionale e apra le porte a un successivo
intervento compensatorio dell’inconscio a mezzo di “sovrastimolazioni”
sensoriali.
Non saprei definire altrimenti l’innocente ascolto di
musica a tutto volume, i meno innocenti videogiochi che consentono di
rappresentare comportamenti violenti e invitano a identificarsi con l’eroe
sterminatore, l’assunzione di sostanze eccitanti o dopanti e, last not least, i
comportamenti di ricerca del rischio.
Partendo da un altro punto di vista,
Zuckerman propone conclusioni a mio giudizio simili. Il tratto di personalità
“sensation-seeking” è interpretabile a suo avviso in termini di differenze
individuali nel funzionamento del sistema di arousal, in particolare del suo
livello basale di attività e del suo livello di reattività. Esisterebbe un
livello ottimale di arousal corrispondente a un livello ottimale di
gratificazione “tonica”, sotto il quale nascerebbe il comportamento
sensation-seeking, quale risposta adattativa del soggetto alla perdita del tono
gratificante; una risposta funzionale alla riconquista di tale tono.
Zuckerman precisa che l’evento
fondamentale della dinamica sensation-seeking è l’intensità dello stimolo
ricercato. L’intensità rappresenta il negativo della vera e propria base del
“sensation-seeking behaviour”, cioè l’intensità della carenza di
gratificazione.
Alla povertà emozionale del nostro mondo interno
alexitimico si accompagna sempre più spesso, con gradi di intensità estremamente
variabili, la depressione, il disturbo mentale più diffuso nel mondo. In anni
più recenti essa ha raggiunto una diffusione tale che la si ritiene responsabile
della maggior parte delle difficoltà che incontriamo nella vita quotidiana:
stanchezza, inibizione, insonnia, ansia. Perché la depressione ha oggi una tale
diffusione? Credo sia pertinente,
in questo contesto, aggiungere alle tante risposte possibili anche un commonto
sul piano sociologico. Nella società contemporanea le norme della convivenza
civile non sono più fondate sui concetti di assunzione di responsabilità e
disciplina, ma sullo spirito d'iniziativa. L'individuo ha la necessità di
mostrarsi sempre all'altezza, e la sua depressione è la conseguenza dell’eccesso
di energia che ciascuno di noi deve spendere per diventare
adeguato.
In sintesi, i nostri adolescenti, e del resto noi con
loro, hanno il dubbio privilegio di tentare di essere adeguati alle aspettative
del mondo, correndo il rischio di terminare anzitempo il carburante e scivolare
nella depressione, o al contrario staccare la spina delle emozioni e assestarsi
in una posizione alexitimica.
Scusate se torno un’ultima volta sul tema del mio
timore riguardante la tendenza a
“patologizzare” gli elementi di cambiamento delle nuove soggettività. Non posso
dimenticare che la psichiatria in passato si è prestata a operazioni di
patologicizzazione della devianza sociale. E prendo atto con piacere del
dibattito in corso sulla eccessiva diffusione delle diagnosi di personalità
borderline, e sulla necessità di non leggerle come “disturbo mentale” in
senso stretto, ma come variabili in qualche modo adattative -in senso
darwiniano- alle modificazioni dell’ambiente sociale-affettivo delle
istituzioni, quali la famiglia e la società.
Secondo molti autori diventa
allora possibile interpretare una certa percentuale dei cosidetti disturbi di
personalità -certo non le situazioni gravi- come evoluzioni -o involuzioni, se preferite- culturali
e non come patologie. Semi, a questo proposito, sottolineando un’idea di normalità ad essa
sottostante, propone il concetto di
normosi, entità nosografica intermedia tra le nevrosi e le psicosi che, seppur
connotata da elementi di sofferenza e di incapacità a gestire la relazione con
il mondo circostante, è coerente con le attese dell’ambiente sociale stesso. I
gruppi adolescenziali che ho descritto sono, anche dal mio punto di vista,
probabilmente affetti da normosi.
Conclusioni
Come proteggere gli adolescenti dalla ricerca di
sovrastimolazioni? Dalla ricerca del rischio? Si potrebbero dire moltissime cose
al proposito. Ma quando si possono dire molte cose, significa che nessuna di
esse è conclusiva. Mi limito perciò a suggerire pochi e dubbiosi spunti di
lettura.
Dovremmo ridefinire il ruolo paterno sul piano
pedagogico e soprattutto formativo,
tenendo presente l’inefficienza appurata dei modelli opposti di padre
portatore dei valori assoluti (la riedizione del padre-padrone) e di padre
fratello maggiore (la deresponsabilizzazione sul piano normativo).
Dovremmo vigilare perché nel mondo materno i valori
normativi e superegoici non entrino in conflitto con l’accoglienza acritica e
affettiva che è l’archetipo del materno.
Dovremmo non farci troppe illusioni sull’utilità di
un supporto psicoterapeutico, e non solo perché i soggetti risk seaking non si
ritengono, in genere giustamente, malati e quindi non accetterebbero una cura,
ma anche perchè l’analisi diviene impossibile se lo scarto tra l’Io e l’ideale
non è mantenuto entro una certa distanza: è impossibile, cioè, se il soggetto
ritiene che il suo ideale non possa oltrepassare il valore dei beni di consumo
da lui agognati.
Dovremmo infine, ma non
credo ci sia rimedio, non vivere come in una gabbia di
ratti.
Il problema psicologico fondamentale, in ultima
analisi, è quello dell’inflazione dell’Io o dell’inflazione del Sé, cioè della
consapevolezza dei propri limiti. Un Io idealizzato può avere senso come stimolo
a migliorarsi e come antidoto alla disperazione solo se non diventa una
negazione nevrotica delle fragilità umane.
Abbandonare le illusioni
e i grandi privilegi dell'infanzia oggi più che in passato non è facile. Gli
adolescenti debbono fare uno sforzo particolare per creare nuove relazioni che
garantiscano lo strepitoso successo ottenuto in famiglia da bambini. Nel
contempo debbono esercitare una certa violenza su se stessi e sul mondo
familiare per riuscire a trasformare il bambino-figlio in adolescente-soggetto
sociale e sessuato. Nel contesto attuale il processo di separazione
dall'infanzia non ha più i connotati della contestazione e del conflitto fra due
generazioni, né in famiglia, né a scuola, né nella società, perché ci troviamo,
come in tanti hanno detto, di fronte a una generazione in cui Narciso ha
sostituito Edipo, per cui gli adolescenti coltivano le apparenze e la bellezza
della propria persona più di quanto non siano occupati a destituire l’autorità
dei genitori al fine di costruire la propria identità.
Tuttavia, l’Io, smarrito
tra mille frammenti, non riuscirà mai a ritrovarsi se continua a lasciarsi
plasmare dalla logica di Narciso, perché essa mortifica la differenzazione, che
è invece fondamentale per uno sviluppo armonico della
personalità.
Narciso deve compiere un
percorso più faticoso di Edipo, perché esso implica il recupero dell'autostima e
soprattutto la ricerca di un modo autentico per far emergere la propria
individualità.
Come può allora Narciso
trovare un rimedio alla sua vergogna e trovare la propria identità vera e
profonda, non un’identità di facciata da esibire in pubblico? Intanto, dovrebbe
meditare seriamente su ciò che davvero sente essere la sua verità e la sua
missione, rifiutando le aspettative che si sono insediate nella sua mente, ma
che provengono dall'esterno. L'importante è portare avanti un proprio progetto
originale.
Narciso deve uscire da sé
se vuole trovare se stesso, ma deve uscire da sé mantenendo il contatto con le
proprie emozioni, non alienandosi (cioè non uscendo da sé senza ritorno). Deve
trovare la sua identità nel rapporto dinamico tra le emozioni che sono in lui e
ciò che gli chiede il mondo esterno. L’identità, infatti, non è né solo dentro,
né solo fuori, ma è nell’infinito passaggio tra le due
sfere.
Ma per non sembrare
eccessivamente pessimista, anche se mi identifico più in quel polo, concludo
citandovi un’ultima volta Chasseguet
Smirgel: ” Il narcisismo strappato all’Io primitivo potrebbe, se si vuole,
essere paragonato all’idea platonica che cerca di incarnarsi…. Si potrebbe
concepire un ideale dell’Io trascendente in rapporto a ideali temporanei e
indefinitamente rinnovabili…
Se guadagnar denaro (o disprezzarlo), possedere un
appartamento lussuoso ( o ostentare una vita da freak), vestirsi in maniera
sobria o anticonformista, avere dei bei bambini, praticare una religione, darsi
al bere, aderire a un’ideologia, amare ed essere amati, scrivere un libro
intelligente, realizzare un’opera d’arte e così via sono altrettanti tentativi
di ridurre lo scarto tra l’Io e il suo ideale, non è meno vero che, al di là
della ricerca di questi soddisfacimenti stessi, l’uomo è guidato da qualcosa di
più profondo, di più assoluto e di permanente, che oltrepassa i contenuti
diversi e le apparenze molteplici e momentanee che egli darà al suo desiderio di
ritrovare la perfezione perduta.”
Albus, M.; Messner, R.
Mondadori, Milano, 1996
Bergeret, J.
La personalità normale e
patologica
Raffaello Cortina,
Milano, 2002
Cabibbe, F.
Seminario su “La cultura del narcisismo”
tenuto presso ARPA nel 2006
Caillois, R.
I giochi e gli uomini. La
maschera e la vertigine
Bompiani, Milano, 2000
Chasseguet-Smirgel, J.
L' ideale dell'io. Saggio psicoanalitico sulla «Malattia
d'idealità»
Raffaello Cortina, Milano, 1991
Ferrero Camoletto, R.
Il Mulino, Bologna, 2005
Carbone, P.
Le ali di Icaro.
Capire e prevenire gli incidenti nei
giovani
Bollati Boringhieri, Torino,
2009
Lasch,
C.
La cultura del narcisismo
Bompiani,Milano,
1981
Lipovetsky, G.
Milano, Luni
Marozza M.I.
Lo sfondo affettivo della
comprensione, relazione tenuta nel
XII° Convegno CIPA “Psicologia analitica e teorie della mente. Complessi,
affetti, neuroscienze”. Roma, 14,15 e 16 Novembre 2003
Pietropolli Charmet, G.
Laterza, Bari, 2008
Semi, A. A.
Il
narcisismo
Il Mulino, Bologna, 2007
Zuckerman, M.
Behavioral Expression and Biosocial Bases of Sensation
Seeking.
New York: Cambridge University Press, 1994.