Aggiornamento sui contributi più recenti della Psicologia Analitica alla clinica della depressione

Se utilizziamo come riferimento Samuels (1985), che nel distinguere i post-junghiani in scuola evolutiva, scuola classica e scuola archetipica, ha sottolineato come il primo di questi indirizzi sia quello più orientato allo studio della personalità ed alle dinamiche della psiche, il secondo privilegi lo studio del Sé come istanza individuativa della psiche ed il terzo lo studio degli archetipi nella loro molteplicità, il contributo di Steinberg alle tematiche del vissuto depressivo secondo la Psicologia Analitica sembra appartenere a pieno titolo all'indirizzo evolutivo, privilegiando aspetti di psicopatologia e psicoterapia. Il suo lavoro si propone di sopperire, almeno in parte, al fatto che la teoria junghiana sul piano clinico non dispone di una psicopatologia sistematizzata delle depressioni, anche perché secondo Jung la psiche non può essere concepita solo come un concatenamento di cause ed effetti (Guggenbühl-Craig, 1987). Il lavoro di Steinberg utilizza la medesima impostazione di altri recenti contributi che propongono anche un confronto con il pensiero di Autori di diverso indirizzo psicodinamico (come Bion, Winnicott, Guntrip o Grotstein).
Una delle tematiche più sottolineate nel lavoro è quella che riguarda l'organizzazione di personalità sottesa ai disturbi depressivi: si evidenzia, in particolare, il bisogno di differenziare le situazioni cliniche in cui si riscontra un rilevante nucleo centrale d'angoscia con qualità istintuale ed i casi in cui prevalgono importanti ferite narcisistiche(Asper-Bruggiser, 1987). Di fronte a situazioni come queste, in cui la psiche appare poco strutturata, non è possibile riferirsi alle tematiche dell'Ombra come se fossero complementari alla coscienza o nei termini consueti delle dinamiche dei contrari e della colpa che valgono nelle depressioni con disturbo di personalità più lieve. Vengono sottolineati anche gli ultimi sviluppi della ricerca sulla qualità delle prime relazioni infantili nei soggetti che svilupperanno un disturbo depressivo in età adulta. Rispetto al tema relazionale del fallimento e della solitudine viene poi segnalata la qualità distruttiva del non essere riconosciuti dalla madre, dell'esperienza abbandonica (Schwartz-Salant, 1990; Fordham, 1985). L'abbandono si differenzia da altre separazioni per il fatto che la fonte d'amore viene sperimentata come persecutoria e che l'angoscia persecutoria, a sua volta, rende fallimentare la ricerca della relazione. Nella depressione abbandonica il senso della realtà viene stravolto, si evidenziano l'inerzia, l'impossibilità di comprendere e la perdita della capacità simbolica: gli aspetti positivi coincidono con quelli negativi, il benessere coincide con il panico, gli accadimenti esterni e l'inferiorità non sono differenziati. In questi casi viene anche sottolineata l'impossibilità del bambino di essere posto di fronte a responsabilità adeguate e di poter trovare un comportamento sufficientemente integrato. Collegata alle tematiche abbandoniche è quella più propriamente intrapsichica non tanto dell'introversione (Jung) quanto dell'estroversione coatta della libido. Le dinamiche psicologiche connesse sono quelle dell'essere proiettati nello sguardo dell'altro, del desiderio di successo e della dimensione della vergogna, con la conseguente alienazione da sé, da Dio e dall'umanità (Harding, 1970). Gli studi su strutturazione o destrutturazione del Sé e sull'identità nella dinamica degli stati depressivi (Hubback, 1983; Wharton, 1990) costituiscono uno degli ambiti più importanti di integrazione tra le prospettive della scuola evolutiva e quelle della scuola classica della Psicologia Analitica (queste ultime piuttosto in secondo piano nel lavoro di Steinberg). Eliade (1958) sosteneva che l'abbandono può essere vissuto al microscopio dello sviluppo precoce dell'individuo ma anche come parte di un più ampio processo archetipico, inteso come insieme di fattori organizzanti a priori, di istintive possibilità di rappresentazioni formali dell'esistenza, cui la storia personale dà autenticità (Lesuisse, 1992). In quest'ottica integrativa, la tensione dialettica tra i poli alchemici della Coniunctio (intesa come participation mystique alla natura animale del mondo negli stati inconsci di identificazione proiettiva oppure come identificazione inconscia con la madre) e della Nigredo (il nero, la malinconia, la dissoluzione e la apatia che blocca gli intenti volitivi) si articola tra fantasie fusionali ed un sofferto bisogno di emergenza creativa sotto il profilo esperienziale, tra le immagini della Grande Madre e quelle del Puer Aeternus (simbolo del Sé sotto il profilo archetipico). Questo stesso tema dell'identità come emergenza dalla madre o dall'inconscio collettivo trova peraltro opposizioni critiche in chi sostiene che non si tratta di una differenziazione endogena, ma dell'accettazione dei limiti imposti da un avvenimento esterno, dal momento che, come rileva Lacan, la madre non è, in realtà, mai appartenuta al bambino. L'esperienza di frustrazione provoca un movimento verso la madre archetipica: questa dinamica regressiva diviene terapeutica nella misura in cui riesce a trasformare la sofferenza legata alla perdita dell'oggetto incestuoso in investimento simbolico nel transfert (Kacirek, 1985; Humbert, 1984).
Ancora diversa è la posizione della scuola archetipica, secondo la quale, all'opposto, l'individualità è una condizione di separazione in cui “l'uno diventa molti” e l'interezza non coincide con l'unità ma con la molteplicità delle tematiche degli archetipi. In quest'ottica (Hillman), da un lato la posizione depressiva è ampiamente riferita alla dimensione del Senex, con i correlati di contraddizione, immobilità e rovina che caratterizzano questo archetipo, dall'altro al mito dell'Anima abbandonata, dal momento che proprio l'Anima è la mediatrice tra la personalità singola e lo sfondo collettivo. Riguardo agli aspetti di tecnica analitica e psicoterapeutica, la tesi di Steinberg, in accordo con i contributi più recenti della letteratura junghiana, è quella non tanto di favorire un riequilibrio energetico della libido introvertita perché possa riaffiorare alla coscienza al servizio di nuovi progetti esistenziali, quanto piuttosto di promuovere un vero rapporto con la vita interiore in soggetti che ricercavano nell'estroversione le conferme della propria accettabilità.
A questo scopo gli aspetti cognitivi dell'insight vengono giudicati utili solo nei soggetti con una personalità sufficientemente strutturata, e non sono risolti i dubbi sull'utilità di rielaborare le tematiche aggressive e distruttive; la rivalutazione delle esperienze infantili sembra utile a promuovere ulteriori possibilità di sviluppo, che passano attraverso una sofferta messa in crisi e la perdita momentanea dell'unilateralità dell'Io come posizione dominante. Negativi vengono giudicati interventi troppo supportivi, perché tendono a confermare le dinamiche di dipendenza, e le esortazioni pedagogiche agli aspetti volitivi dell'atto eroico come riscatto dalla condizione di impotenza, anche se non sono del tutto estranee a certe formulazioni originarie di Jung.
Tutti gli autori danno grande rilievo alle caratteristiche della relazione analitica, anche in chiave transferale e controtransferale: l'analista deve affrontare, con il paziente depresso, sia i rischi dell'impotenza e dell'autosvalutazione sia quelli delle idealizzazioni difensive e della controaggressività. Nella prospettiva della scuola evolutiva la funzione individuativa è stimolata dall'esperienza di una positiva separazione, che si ottiene quando l'analista riesce a bilanciare la propria disponibilità con una precisa definizione dei confini relazionali, e che permette l'armonizzazione delle immagini interne del paziente. Le esperienze simboliche creative che si attivano nella seduta hanno una funzione di riconnessione interiore, promuovono un positivo distacco e armonizzano una sana differenziazione. A questo proposito, la scuola classica sottolinea come l'individuazione sia un processo autonomo del Sé e non uno sforzo consapevole dell'Io, in cui l'archetipo fornirebbe l'energia ed i mezzi formali per la creazione del simbolo; ma perché la separazione non venga vissuta come distruttiva deve essere acquisita consapevolezza della dimensione archetipica (Kerenyi, 1949).
Una prospettiva in parte divergente è, infine, quella della psicologia archetipica, che sottolinea con grande rilievo gli aspetti narrativi dell'analisi e della psicoterapia. Le sedute sono soprattutto un'occasione per l'esercizio della fantasia, in quanto i problemi stessi sono semplicemente parte della fantasia (Hillman). In quest'ottica gli interventi interpretativi di chiarificazione o di sostegno tendono a perdere d'importanza in favore della proposta di "convivere" con la propria depressione sufficientemente a lungo per poterla “interrogare” ed ottenere da essa risposte trasformative.

E. Bonasia
A. Ferrero
A. Romano

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

CONESA, E. La nigredo Cahiers Jungiens de Psychanalyse–88 Printemps 1997 pag. 77-83. FORDHAM, M. On abandonment in infancy Chiron, 1985.

HARDING, E. The value and meaning of depression The Analytical Psycology Club of New York, Inc. 1970

HUBBACK, J. Depressed Patients and the coniunctio Journal of Analitical Psycology 1983, Vol 28 N° 4

KACIREK, S. L'Ombre: pulsion et représentation Cahiers Jungiens de Psychanalyse-52, Printemps 1987. LESUISSE, D. Au-delà de la pulsion de mort? Cahiers Jungiens de Psychanalyse-73 Eté 1992, pag.49-58.

SCHWARTZ-SALANT, N. The abandonment depression: developmental and alchemical perspectives Journal of Analytical Psycology 1990, Vol. 35, 143-159

STEINBERG, W. Depression: a discussion of Jung's ideas Journal of Analytical Psycology 1989, Vol. 34, 339-352.

STEINBERG, W. Depression: some clinical and theoretical observations Quadrant, 17, 1, 1984. WHARTON, B. The hidden face of shame: the shadow, shame and separation Journal of Analytical Psycology 1990, Vol. 35, 279-299.