| “CHIUDETE GLI OCCHI, E VEDRETE”
1. L’interesse, anzi la passione, per i sogni attraversa la vita
e l’opera di Jung. Chi legga l’autobiografia raccolta da
Aniela Jaffé noterà che, parallelamente agli eventi della
vita diurna, scorre un fiume di immagini oniriche, che di quella vita
rappresenta non solo lo sfondo ma, si potrebbe dire, il senso e la giustificazione.
La vita si specchia nel sogno, e questo, traendola fuori dal limbo dell’insignificanza,
le dà una forma, la modella secondo le linee di un destino in
cui il sognatore dovrà riconoscersi. La radice personale di quel
grandioso esperimento di teatralizzazione dell’esperienza che
sarà la psicologia analitica sta in questa confidenza con l’”altra
parte”, una confidenza che, come in ogni autentica vocazione religiosa,
include rispetto e dedizione.
Innumerevoli sono, nell’opera di Jung, i riferimenti al sogno.
Il sogno accompagna costantemente non solo la vita ma anche la costruzione
della teoria, di cui rappresenta spesso il fondamento empirico. Basta
leggere i saggi che Jung ha dedicato esplicitamente al sogno per rendersi
conto di quanto la riflessione sui fenomeni onirici sia strettamente
intrecciata a tutti gli altri aspetti del pensiero junghiano, al punto
che spesso gli enunciati sulla struttura della psiche vengono avvalorati
dall’analisi di uno o più sogni.
Se consideriamo più da vicino questo intreccio, vediamo anzitutto
che i sogni sono una testimonianza dell’esistenza dell’inconscio,
in quanto rappresentano il mezzo privilegiato, la “via regia”
attraverso cui i messaggi dei visitatori notturni giungono a noi. Questa
è però appena una premessa, a partire dalla quale il sogno
viene chiamato a rendere testimonianza ai principi fondamentali della
psicologia analitica. “L’analisi dei sogni…dischiude
nuovi punti di vista e apre nuove strade”, scrive Jung . Infatti,
è lavorando sul sogno che Jung smantella la costruzione freudiana
che voleva l’inconscio essenzialmente come il deposito dei desideri
rimossi, e il sogno come rappresentazione distorta di quegli stessi
desideri che, variamente travestiti, si insinuano nella coscienza e
mettono in scena in modo enigmatico il loro soddisfacimento. Partendo
da questa ipotesi, Freud credette di individuare sia i meccanismi specifici
che presiedono ai processi di mascheramento, sia il metodo per risalire
dall’apparenza del sogno al suo significato, sia una simbolica
di matrice sessuale che permette di ridurre a poche e semplici configurazioni
la ricchezza elusiva delle immagini oniriche. Nel rivendicare decisamente
la “oggettività” dei sogni e dunque la loro assimilazione
ai processi naturali, Jung rende superflua l’ipotesi freudiana
della censura e della distinzione tra contenuto manifesto e contenuto
latente, che egli attribuisce alla proiezione sul processo onirico di
un modo di pensare nevrotico: in altre parole, il modello freudiano
del sogno non rispecchierebbe un modo di funzionamento generale della
psiche ma sarebbe piuttosto un sottoprodotto della mentalità
nevrotica, una teoria tributaria essa stessa della nevrosi, e a questa
funzionale. “Il sogno è la sua propria interpretazione”,
dice il Talmud. Non si tratterà allora, nell’atto interpretativo,
di chiedersi “cosa c’è dietro” e di procedere
a un’operazione di smascheramento, quanto piuttosto di decifrare
un testo scritto in una lingua che non ci è familiare. “L’immagine
onirica manifesta coincide col sogno e ne contiene l’intero significato”
: l’interprete dovrà dunque utilizzare non già l’atteggiamento
e gli strumenti propri dell’indagine poliziesca ma quelli del
filologo e dell’archeologo.
Anche la teoria dei complessi e la natura compensatoria del rapporto
tra coscienza e inconscio trovano nel sogno un avvaloramento. Come si
diceva, Jung attribuisce alla prassi freudiana uno scarso rispetto per
il sogno in quanto tale, cioè per la specificità del suo
messaggio. Il metodo della “libera associazione” conduce
non già ai contenuti del sogno ma ai complessi, i quali, a motivo
dell’energia di cui sono dotati, per così dire calamitano
le associazioni. Questo è in sé utile ma, dice Jung, ha
poco a che fare col sogno, tanto è vero che lo stesso risultato
potrebbe essere raggiunto partendo da uno stimolo diverso dalle immagini
oniriche. Il sogno contiene invece una indicazione precisa sullo stato
dell’inconscio confrontato con quello della coscienza: esprime
cioè la funzione compensatoria dell’inconscio. Il suo messaggio
è dunque puntuale; compensa la situazione attuale della coscienza
piuttosto che rinviare a un passato remoto dominato da un destino comune
a tutta l’infanzia (anche se, com’è ovvio, il presente
contiene in sé il passato e di esso si alimenta). La decifrazione
del messaggio onirico è, di conseguenza, un processo che si rinnova
ogni volta e non può essere facilitato dall’impiego di
simboli fissi che si presumono sessualmente connotati. Questa particolare
valorizzazione del sogno, mentre conferma l’atteggiamento di rispetto
per i fenomeni che è caratteristico di Jung, contribuisce a smantellare
l’impalcatura del pansessualismo freudiano, responsabile tra l’altro
di una certa monotonia interpretativa. La realizzazione di desideri
rimossi diventa così soltanto uno dei possibili contenuti dell’attività
compensatoria.
L’aver relativizzato l’impianto causale-riduttivo nella
interpretazione dei sogni e l’aver attribuito all’inconscio
una funzione compensatoria sono le premesse per ritrovare nei sogni
un aspetto finalistico e anticipatore. Nel segnalare ciò che
fa difetto alla coscienza, il sogno indica ciò che va integrato
e così disegna possibili scenari futuri: per questa via il processo
onirico si fa strumento e immagine di quella più vasta tendenza
della psiche all’unità, che Jung chiama processo di individuazione.
Un processo illimitato, il cui lento moto spiraliforme può essere
riconosciuto nel dispiegarsi nel tempo di serie di sogni tra loro tematicamente
connessi. Ma che pure è metaforizzato dalla stessa struttura
drammatica del sogno, in cui Jung riconosce una esposizione, uno sviluppo,
un culmine e una soluzione, che corrisponde al risultato prodotto dal
lavoro onirico. Risultato, si diceva, mai definitivo.
In questa prospettiva, l’inconscio acquisisce una sua autonoma
dignità e rivela un aspetto creativo in quanto portatore –di
contro alla inevitabile unilateralità dell’Io- di quella
esigenza di pienezza che si esprime nella tensione degli opposti, e
dunque nella loro paradossale coesistenza. “Il materiale onirico
non consiste solo di ricordi, ma racchiude nuovi pensieri che non sono
ancora coscienti”. Il materiale onirico dunque non solo come ciò
che è stato escluso per incompatibilità con le leggi della
tribù, ma anche come ciò che lentamente matura nelle profondità
inconsce prima di forzare i limiti della coscienza individuale: come
si dice dei metalli, che lentamente maturano nelle viscere della montagna
prima di raggiungere la condizione dell’oro, cui tutti oscuramente
aspirano.
La storia di questa valorizzazione dell’inconscio e del sogno
ci riporta alla cultura del Romanticismo. Per i romantici, il sogno
è simbolo di tutto ciò che, opponendosi alle convenzioni
che reggono il mondo diurno, introduce a un’oscurità animata
in cui si nascondono i germi di una possibile redenzione, così
come quelli della definitiva dissoluzione. “Chiudete gli occhi,
e vedrete”, scriveva Joubert. Vedere, ma che cosa? Il sogno è
la rivelazione dell’Altro: sotto le vesti più bizzarre
affiora dalle profondità e ci chiede di specchiarci. In esso
possiamo contemplare con inquietudine non soltanto il volto che si cela
dietro la nostra stessa apparenza, quello che non vorremmo che ci appartenesse,
ma anche le sontuose immagini che sono la sostanza stessa dei miti,
nelle quali ogni uomo può riconoscere la forma del proprio destino.
Per questa via le storie individuali si connettono all’Anima del
mondo, cioè a una realtà più vasta, anteriore alle
singole vite. E dunque, quella morte intermittente che è il sonno
si fa veicolo di conoscenza giacché, come scrive Novalis, “il
cammino misterioso va verso l’interno; è in noi, o in nessun
luogo, che si trova l’eternità con i suoi mondi…”.
Jung si muove lungo questa direttrice. Come tutti sanno, egli postula,
al di là dell’inconscio personale, un inconscio collettivo,
il dominio degli archetipi, che sono disposizioni inconsce a produrre
rappresentazioni mitiche organizzate intorno a un particolare nucleo
di significato. Questo sfondamento della storia individuale nella direzione
della storia della specie umana si riflette nei sogni con la comparsa
di immagini che sono dette appunto archetipiche. Esse si presentano
perlopiù nei momenti cruciali dell’esistenza, apportando
così una compensazione che attinge non soltanto all’esperienza
individuale ma anche a quella collettiva, sedimentata nella lunga storia
dell’umanità. Si tratta di immagini e situazioni oniriche
fortemente caratterizzate, che sembrano spesso riprodurre, variare o
comunque ispirarsi a motivi mitologici o a rituali primitivi. Esse non
hanno dunque una radice personale, e la condizione personale rappresenta
piuttosto un caso particolare di un modello più generale. “Ciò
che è primario qui è un problema universalmente umano
che è stato trascurato a livello soggettivo e che perciò
penetra nella coscienza a livello oggettivo”. Il confronto tra
immagini oniriche, prodotti della mente primitiva e motivi mitologici
permette di tracciare una sorta di “anatomia comparata della psiche”
, e insieme di inserire il disagio individuale in una forma collettiva
atta a contenerlo: di dargli uno sfondo e di attualizzare, a fini terapeutici,
il lavoro che l’umanità intera ha dedicato a quel problema.
Un lavoro oggettivato in immagini e storie di forte impatto emotivo.
In questa prospettiva, osserva Jung, “la psicologia del sogno
apre la strada a una psicologia comparata generale, dalla quale ci ripromettiamo
una comprensione della evoluzione e della struttura della psiche umana
analoga a quella che l’anatomia comparata ci ha fornito in rapporto
al corpo umano”.
E infine, il sogno come veicolo di immagini simboliche in senso forte,
quelle che “significano più di quanto denotino o esprimano”
e che perciò hanno un aspetto “che non potrà mai
essere circoscritto con una definizione o spiegato esaurientemente”.
In quanto ostensione di una indicibile coincidentia oppositorum, il
simbolo può avviare processi trasformativi e riaprire al significato
le porte di una vita divenuta opaca.
Un’ultima considerazione. La riflessione sul sogno ha offerto
a Jung l’opportunità di approfondire le dinamiche della
relazione analitica in modo originale e anticipatore. “L’analisi
sistematica dei sogni consiste nel confronto tra due individui”
e non nell’applicazione di una teoria precostituita. Ciò
comporta un porsi del terapeuta su di un piano tendenzialmente paritario
rispetto al paziente e una sua attenzione particolare ai propri pregiudizi
e alle proprie distorsioni, anche di origine tipologica, che, non sufficientemente
controllati, potrebbero forzare l’interpretazione in una direzione
troppo soggettiva. Se ogni caso va considerato come una nuova esperienza,
ogni volta occorrerà cercare una impostazione individuale. “Tutto
dipende dalla mia capacità di apprendere il linguaggio del paziente
e di seguire il suo inconscio mentre brancola verso la luce”.
Il sogno, questo “bambino difficile” della psicologia clinica,
assume nell’opera di Jung una importanza, una ricchezza di sfaccettature,
una centralità che non hanno confronti. E’ “l’autorappresentazione
spontanea della situazione attuale dell’inconscio espressa in
forma simbolica” ; ma è anche lo schermo sul quale fuggevolmente
appaiono le eterne immagini nelle quali possiamo riconoscere il nucleo
più sepolto e incandescente dei nostri problemi; è l’altare
sul quale si celebra quel sacrificio dell’Io cosciente che, accettando
di relativizzarsi, permette il rinnovamento della vita; è il
nostro alimento ma anche, se svilito e banalizzato, si comporta come
una divinità irata. Di sogni si vive ma, anche, si può
morire.
2. Questo Seminario sui sogni contiene quello che si è detto
sinora, e molto di più. Intanto perché, trattandosi di
un testo che riproduce il vivo svolgersi di un discorso spontaneo, aperto
a tutte le sollecitazioni interne ed esterne, è inevitabile che
assuma un andamento sinuoso e tendenzialmente centrifugo. Va poi tenuto
presente che oggetto del Seminario –o sua occasione- è
una sequenza di sogni. Dunque, ogni volta è un sogno a dare lo
spunto al commento junghiano. Di conseguenza, la diversità del
punto di partenza –cioè del tema intorno a cui Jung intesse
le sue variazioni- crea inevitabilmente delle cesure. Senza dire che
il commento –le variazioni- presenta un grado di elasticità,
una disponibilità a inseguire la domanda in cui il tema consiste,
straordinariamente elevato. Né va dimenticata la più generale
inclinazione junghiana alla divagazione, quel suo procedere associativo
favorito dalla enciclopedica erudizione e, dietro a questa, dalla inclinazione
–che è vocazione e progetto- a stabilire connessioni e
quasi a inverare nel discorso –o almeno a mimare- quell’immagine
dell’unus mundus, quella corrispondenza di macrocosmo e microcosmo
che sempre lo ha affascinato. Talvolta, proprio dall’interno dei
brani più eruditi, quasi da questi sollecitato o evocato, fa
capolino lo Jung più visionario. Come quando dice: “…forse
ognuno di noi è soltanto un complesso di una mente più
grande, come nelle nostre menti i complessi sono istanze autonome individuali”.
Al di là dei motivi indicati, questo “stile” junghiano
trova una sua legittimazione nell’ambizione di far collaborare
allo sviluppo del discorso sia la mente conscia che l’inconscio.
Naturalmente, non quell’”inconscio personale” di cui
Jung dice: “Avere un inconscio personale è una sorta di
negligenza” , ma l’inconscio collettivo, “l’ignoto
delle cose” , “la base eternamente creativa da cui nascono
i nuovi sviluppi” , il bambino divino che non può crescere
senza la collaborazione dell’uomo. Se è vero che “dobbiamo
soltanto aspettare e vedere come il problema si manifesterà”
, questo è non soltanto uno dei principi fondamentali cui Jung
ispira la sua condotta terapeutica ma, più in generale, una forma
di rispetto nei confronti dell’inconscio e dunque un’apertura
di credito alle sue apparenti intrusioni. Di qui lo spericolato, appassionato
inoltrarsi in quel vasto edificio dai percorsi labirintici che per lui
è un sogno, alla ricerca di immagini e analogie archetipiche
(“Abbiamo bisogno degli archetipi, del loro linguaggio pittoresco…
più li trattiamo scientificamente, più si dileguano”
), quel suo sottomettersi volentieri alle sollecitazioni dell’inconscio.
Tuttavia, il Seminario non è all’insegna di un compiaciuto
accondiscendere all’inconscio. In Jung non vi è mai alcun
indizio di compiacimento: la sua dedizione al compito corrisponde a
un’istanza etica; l’afflato religioso, l’impegno con
cui affronta l’inconscio in quanto generatore di senso, escludono
ogni ripiegamento narcisistico, così come ogni cieco abbandono.
Cosicché la “straordinaria tolleranza rispetto alle molteplici
vie del fato” si coniuga con una acribia interpretativa, un’attenzione
ai dettagli, una sottigliezza da commento talmudico (il sogno come libro
sacro), in definitiva un rigore conoscitivo che non cede mai, o quasi
mai, al gesto inconsulto o al piacere dell’arabesco. I suoi commenti
sono una sorta di grande banchetto; o piuttosto un cratere, un crogiuolo
in cui si mescolano innumerevoli sostanze e sprizzano innumerevoli scintille;
ma sempre, alla fine, vi è uno sguardo che non si addormenta.
Il discorso, dopo un giro lunghissimo, torna al paziente, alla concretezza
della sua vita e delle sue associazioni. La passione della conoscenza
unifica le membra disperse. Fare coscienza è il motto di Jung,
e in questo consiste il suo umanesimo.
Fare coscienza, ma senza dimenticare ciò che deve restare nascosto.
I sogni sono messaggi nella bottiglia che giungono a noi da una terra
incognita; l’interpretazione strappa all’inconoscibile ciò
che in quel momento può essere conosciuto. Ma ciò che
può essere conosciuto sarebbe poca cosa, e avrebbe scarso effetto,
se non conservasse un legame con l’Aldilà da cui proviene,
con quell’Inconscio che continuamente agisce inviandoci messaggi
che impegnano la nostra mente e le nostre emozioni, ma che mai si arrende
a noi definitivamente. La circumambulatio, l’aggirarsi amplificatorio
di Jung è la risposta a questa situazione: operazione potenzialmente
infinita, giacché il simbolo promette sempre più di quanto
riveli. Perciò le sue interpretazioni hanno una qualità
avvolgente: non danno soltanto risposte puntuali, ma immergono queste
risposte in una nebulosa di allusioni che lascia sempre una porta aperta.
“Dobbiamo trattare i sogni tenendo conto delle sfumature, dobbiamo
trattarli come un’opera d’arte; non in modo logico e razionale,
nel modo cioè in cui si può fare una dichiarazione, ma
con un certo ritegno e una certa delicatezza. E’ l’arte
creativa della natura a creare il sogno…” : questa frase
è un programma, ma anche una dichiarazione d’amore nei
confronti dei sogni, e in definitiva dell’inconscio. “Il
sogno è una cosa viva…, [non] una cosa morta che fruscia
come carta inaridita”.
L’interesse preponderante per il sogno spiega anche perché
questo Seminario è e non è l’esposizione di un “caso
clinico”. Naturalmente lo è, nella misura in cui vengono
forniti e discussi alcuni dettagli della vita del paziente e, soprattutto,
vengono estesamente analizzati i suoi sogni. E tuttavia sembra indubbio
che il fuoco dell’attenzione si concentri appunto sui sogni piuttosto
che sul paziente e sulla sua storia. L’insieme dei sogni è
fondamentalmente assunto come esempio del processo di individuazione
e l’accento cade prevalentemente sul simbolismo del processo:
su quella strada zigzagante fatta per tenere insieme gli opposti, che
sempre tendono a dissociarsi. Strada e meta qui coincidono e, sembra
dire Jung, il processo di individuazione consiste appunto in questo
lavoro di paziente attenzione a ricomporre ciò che continuamente
si lacera.
Si sarà inteso che è impossibile rendere conto in modo
sistematico e dettagliato dei contenuti di questo Seminario, che comprendono
–citando alla rinfusa- una disordinata ma straordinariamente stimolante
rassegna dei nuclei centrali della psicologia analitica, un vastissimo
repertorio di figure e situazioni mitiche e di rituali primitivi, considerazioni
sul Cristianesimo, sulla società attuale e sui suoi esiti contraddittori,
sull’eros e sul matrimonio, sull’Oriente e l’Occidente,
finezze psicologiche quali ad esempio svariate anticipazioni del concetto
di identificazione proiettiva, nonché facezie, battute di spirito
e qualche piccola predica. Scelgo quindi a mio arbitrio di accennare
ad alcuni temi.
Immagini. Non vi è salvezza se non si parte dalle immagini. L’astrazione,
la concettualizzazione seguiranno. L’esperienza psichica è
un teatro di figure. Tradurre l’immagine in linguaggio scientifico,
o comunque astratto, la depriva della sua vita specifica. Non si penetra
nella psicologia junghiana –e questo Seminario lo mostra chiaramente-
se non si è disposti a compiere un processo privato di rimitizzazione,
e a prendere sul serio le immagini dell’inconscio, riconoscendo
loro la qualità di interlocutori (interlocutori in senso stretto,
figure con cui si parla: non si dimentichi che la “immaginazione
attiva” è uno dei capisaldi della prassi analitica junghiana).
L’intero Seminario è una dimostrazione evidente che gli
archetipi sono categorie dell’immaginazione. Del resto, il Seminario
è tramato di sogni, e i sogni sono delle storie, con un plot,
dei personaggi dotati ciascuno di una sua psicologia, un inizio e, talvolta,
una conclusione; uno spirito –lo spirito del racconto- che aleggia
su tutta la narrazione. E, giacché i fatti immaginari non sono
per questo fatti inesistenti: “Ricordatevi che si può essere
uccisi da una fantasia”.
L’Ombra. Nel Seminario vi sono pagine penetranti sulla Persona,
l’Anima, l’Animus, ma la figura che viene evocata con speciale
intensità è l’Ombra, probabilmente perché
meglio si presta a tematizzare la dinamica dei contrari. In termini
generali, Ombra è l’inconscio nella sua selvatichezza indomita.
Più specificamente, è la figura dell’Altro, di ciò
che si oppone alle illusioni dell’Io e a quella che potrebbe esser
detta la banalità del Bene; il gemello perso nell’oscurità
dell’inconscio, la scimmia, il nemico di ciò che è
razionale e ragionevole, ordinato, coerente, approvato dai Superiori;
ed anche ciò che in noi non è sviluppato, il germe, la
possibilità nuova, il creativo che balbetta sulla soglia della
stanza dei bambini. Debole, senza diritti, obbligata a condurre una
vita provvisoria fuori dei confini della legge, braccata, proiettata,
chiusa nei recinti delle istituzioni totali, è però fortissima,
e capace di condurci alla perdizione così come di trasformare
la nostra vita. Al tema dell’Ombra si intreccia quello della funzione
inferiore, che è lo strumento della nostra inettitudine, cui
dobbiamo le folgorazioni più intense e le emozioni più
violente.
Il Cristianesimo ci ha abituati a scindere rigorosamente Bene e Male,
senza possibilità di conciliazione. Ma così “il
nostro dio reale” è diventato “la rispettabilità”.
Il mondo, quando si elimina l’Ombra, diventa insipido, come narra
la parabola ebraica dell’uomo pio che, ottenuto da Dio di essere
liberato dal demone della passione, scoprì che rose e vino e
donne non sapevano più di niente. Il mondo si era impoverito.
“Che utilità ha un peccato se potete sbarazzarvene? Se
siete interamente consapevoli del vostro peccato, dovete portarlo, vivere
con lui, il peccato è voi stesso. Altrimenti rifiutate vostro
fratello, la vostra Ombra, l’essere imperfetto in voi che vi segue
e fa tutte le cose che siete riluttanti a fare, tutte le cose per fare
le quali siete troppo codardi o troppo perbene. Commette lui il peccato
ma, se viene rifiutato, viene spinto verso l’inconscio collettivo
dove causa problemi”. Rovesciando paradossalmente il discorso
del conscio, l’Ombra ci dice che “spesso la nostra debolezza
più grande è proprio la nostra ultima occasione di redenzione”.
Essa fa riaffluire la vita, giacché la continuazione della vita
origina sempre dalle cose che non si sono ancora sviluppate.
Se Bene e Male sono considerati come le metà di un intero, si
produce inevitabilmente una relativizzazione del problema etico, che
obbliga l’individuo a non dare niente per scontato, a disidentificarsi
rispetto al Bene e a porsi nella condizione di dover riconoscere a Bene
e Male uguale dignità. Solo a queste condizioni la decisione
etica potrà essere un atto creativo. E se si deciderà
–come talvolta sembra inevitabile- di far pendere la bilancia
da una delle due parti, si dovrà quanto meno essere disposti
a pagarne consapevolmente il prezzo. L’innocenza, come l’incoscienza,
non è una virtù.
Appare evidente che il problema dell’Ombra fa corpo col tema dell’individuazione
e quindi con la messa in tensione degli opposti. Ciò comporta
una relativizzazione dell’Io e delle sue certezze e la creazione
di una sorta di spazio intermedio, nel quale i contrari si fronteggiano.
Per questa via Jung mostra dei punti di contatto, oltre che con Nietzsche,
con i grandi scrittori suoi contemporanei, e specialmente con quelli
della Finis Austriae. Penso che egli potrebbe sottoscrivere, benché
con uno spirito diverso, la affermazione di Robert Musil, secondo cui
“l’Io appare insalvabile e perde il senso che ha avuto sinora
di un sovrano che compie atti di governo”. S’intende che
questa perdita di certezze, questa necessità di tracciare la
strada nell’atto stesso in cui la si percorre espongono a rischi
maggiori, o forse a rischi diversi, più consapevoli. “Siamo
tutti degli esperimenti che possono fallire” e, una volta usciti
dal giardino originario, nulla più è garantito.
La riflessione sull’Ombra conduce Jung a un elogio del dubbio
come inizio della saggezza, giacché nel dubbio verità
ed errore si incontrano. “Se si è in dubbio si ha la migliore
possibilità di unire i lati oscuri e luminosi della vita”.
L’elogio del dubbio va di pari passo con l’atteggiamento
disponibile, sperimentale, antidommatico, con la curiosità e
il gusto anche provocatorio di porre domande, con quell’essere
sempre in ricerca che Jung esibisce nella struttura stessa di questo
Seminario. L’elogio del dubbio esita in un non dichiarato elogio
della imprendibilità, nel quale si riconosce il tratto ermetico
caratteristico dello psichiatra zurighese. Come sanno molti suoi esegeti,
è possibile braccare Jung ma assai difficile afferrarlo.
Fare coscienza. E la vita? Come si è detto, un motivo ricorrente
di questo Seminario, e dell’intera opera di Jung, è il
“fare coscienza”. Fare coscienza significa sottrarsi al
predominio dell’inconscio, eliminare le illusioni su noi stessi,
allargare lo spazio di libertà dell’Io, rendere possibili
relazioni interpersonali più autentiche sottraendosi alla condizione
di participation mystique. Fare coscienza, più che un singolo
atto, è un atteggiamento etico, un modo di porsi nei confronti
di noi stessi e dei messaggi che provengono dall’inconscio. “La
nostra meta dovrebbe essere quella di ampliare la nostra coscienza…,
se siamo inconsci la vita non ha senso”. Fare coscienza è
dunque lo scopo essenziale dell’analisi. Chiunque si avventuri
in questa impresa è paragonato al San Giorgio dell’iconografia
tradizionale, che per procedere deve prima uccidere il drago (l’attrazione
verso l’incoscienza originaria).
Nel tracciare una breve storia delle origini della coscienza , Jung
utilizza la dottrina delle funzioni. La coscienza comincia, egli dice,
quando, agli albori della storia, l’uomo per la prima volta ha
separato una funzione dall’inconscio collettivo, conquistando
così una quota di volontà libera e la possibilità
di avere fini propri. Procedendo su questa linea, è ipotizzabile
(anche se non verificabile) una condizione ideale di piena consapevolezza.
La coscientizzazione di tutte le funzioni comporterebbe una possibilità
di illimitato rispecchiamento, che coinciderebbe con un progressivo
distacco da se stessi e con l’acquisizione di livelli di consapevolezza
via via superiori. E’ un “mettersi alle spalle di se stessi,
un potersi rispecchiare ripetutamente, come uno spettatore”. Questa
condizione, al suo massimo, coinciderebbe con una totale liberazione
dai condizionamenti e un completo ritiro delle proiezioni. Una condizione
in qualche modo divina, non dissimile da quella perseguita dalle religioni
orientali.
L’enfatizzazione della conoscenza contiene però in sé
il proprio limite. “Gli specchi non hanno piedi e mani”
, dice Jung: il che significa che l’identificazione con la consapevolezza
totale abbandona la vita a se stessa. Il ritiro dell’energia dal
mondo non abolisce il mondo; semplicemente, ci toglie la volontà
di agire. Culturalmente, ciò corrisponde alle varie forme di
quietismo, al wu wei, al non-fare.
Si delinea così una situazione paradossale. Fare coscienza, si
è detto, rende possibili rapporti più autentici, ma una
coscienza assolutamente illuminata rende il rapporto inutile. E’
pur vero che “tutte le persone incontrate nella vita che hanno
un potere di fascinazione su di noi sono in realtà parti scisse
di noi stessi che abbiamo rimosso e che ci sono riportate indietro”
, ma è anche vero che in assenza di proiezioni il mondo diventa
grigio e la vita si arresta. Viene spontaneo richiamare il dilemma pirandelliano:
“La vita, o la si vive o la si scrive”. Possiamo allora
domandarci perché Jung si lasci andare a speculare su questo
tema, pur essendo consapevole che, finché viviamo, saremo sempre
incapaci di ritirare ogni energia dal mondo. Io credo che, portando
per così dire all’aporia il tema del fare coscienza, Jung
riproponga indirettamente una antropologia del limite, dell’impurità
e del rischio, e insieme riconduca il rapporto tra vita e coscienza
all’interno della dinamica degli opposti. La vita senza consapevolezza
è insensata, ma la consapevolezza che esclude la vita fa coincidere
la condizione della divinità con la morte. L’uomo è
pur sempre un essere limitato, che non può fare a meno delle
proiezioni, ma la cui dignità sta anche nell’accettare
il rischio della vita, nell’attingere al fondo delle proprie passioni
per alimentare le illusioni nelle quali la vita consiste. Sapendo e
insieme non sapendo che di illusioni si tratta. Più volte in
questo testo Jung riafferma che “la vita deve essere vissuta”.
Per esempio, a proposito di una paziente: “Anche se sposandosi
facesse una sciocchezza, sarebbe comunque qualcosa che la spingerebbe
dentro la vita”. Il che rinvia all’idea che si può
superare una cosa soltanto se la si è consumata. Giocare con
la vita è un gioco irrazionale, che mal si accorda con le idee
di crescita e sviluppo regolari. E’ uno scialo, non necessariamente
uno spreco, e gli errori sono altrettanto importanti delle riuscite.
Più piccolo è il bagaglio, meno pregiudizi si hanno, meglio
è. Ne L’isola dei pinguini di A. France si discute se i
pinguini, in quanto animali, abbiano o no un’anima e se il battesimo
possa comunque conferirgliela. Santa Caterina, interpellata, dopo aver
pesato il pro e il contro, dice a Dio: “Donnez leur une âme,
mais une petite”. Jung cita più volte questa risposta nel
corso del Seminario. Potremmo attribuirgliela. Forse egli dice: “Abbiate
consapevolezza, ma non troppa”.
3. Abbiamo sinora lasciato in ombra la figura dello sconosciuto paziente.
Non casualmente giacché, nel corso dell’intero Seminario,
l’accento è caduto sui suoi sogni piuttosto che su di lui.
Non che manchino i collegamenti tra i sogni e la vita del sognatore,
ma la tendenza all’amplificazione orienta l’attenzione soprattutto
sui motivi archetipici e sulle loro incarnazioni mitiche e rituali,
nonché sulla simbolica del processo di individuazione. Restano
tuttavia le curiosità relative alla figura del paziente prescelto
e sui motivi della scelta. In merito a quest’ultimo punto, si
può pensare che Jung abbia voluto presentare il caso di una persona
essenzialmente “normale” e “comune” per mostrare
come la dinamica individuativa sia un fenomeno “naturale”,
che si ritrova nei sogni di tutti, e non necessariamente nelle personalità
eccezionali. Il paziente è un uomo d’affari benestante,
che ha cercato di sublimare, in verità con scarso successo, le
sue insoddisfazioni sessual-coniugali dandosi alla teosofia e agli studi
occultistici. Alla fine è approdato all’analisi, portandosi
dietro, tra loro confusi, un ingenuo slancio trasformativo e numerose
resistenze, associate soprattutto ad atteggiamenti conservatori e a
una tendenza a distanziare le emozioni attraverso quella che Jung chiama
una “psicologia a scomparti”. Insomma, un filisteo di buona
volontà, uno che vuole cambiare ma senza correre rischi, cambiare
restando com’è. Parafrasando il titolo del romanzo di Musil,
un uomo con molte qualità, agli antipodi rispetto a Jung, che
infatti ne parla con un misto di indulgenza, di distacco e di ironia.
Chi conosce L’uomo senza qualità non sfuggirà alla
tentazione di collocare il nostro paziente tra i personaggi minori del
romanzo, per esempio identificandolo in una combinazione dell’antipatico
Arnheim e del simpatico generale Stumm. Con l’affarista Arnheim
condivide la Persona, improntata appunto a una moralità a scomparti,
a una retorica della spiritualità, a una falsa profondità,
all’uso disinvolto di un linguaggio privo di contenuto. Un retore
che non ha mai amato. Il nostro paziente non ha però l’aplomb
professionistico di Arnheim, la sua inscalfibile vocazione a un nulla
molto agghindato: l’opposto, in definitiva, della memorabile combinazione
di anima ed esattezza. Come il buffo generale Stumm –poco versato
nelle faccende amorose e amante dell’ordine ma anche, a modo suo,
un “diverso” perché a disagio nella divisa militare-
il nostro paziente ha un sincero desiderio di apprendere e di migliorare
e, per quanto spaventato dall’inconscio, non è capace di
spingere la mistificazione sino al limite oltre il quale non vi è
ritorno. In conclusione, si tratta di un personaggio che potrebbe essere
definito banale ma che ancora partecipa ai dolori e ai conflitti della
modernità. L’uomo postmoderno, educato dai mezzi di comunicazione
di massa, il “collettivo sognante” di cui parla W. Benjamin
, non si farebbe tanti scrupoli. Con il che si suggerisce che Jung e
la sua psicologia sono un felice anacronismo ( così si spera
di noi, e dei nostri pazienti).
4. Non si può concludere la lettura di un testo come questo
senza concedersi il piacere di interrogarsi liberamente sul conduttore
del Seminario. In un certo modo, è egli stesso a richiederlo.
Jung non fa certamente niente per nascondersi dietro, o dentro, le parole.
E’ un personaggio, qualche volta una Persona, ingombrante. Non
teme di portare con sé l’Ombra, e di mostrarla. Ha preso
dalle sue teorie, o le sue teorie hanno preso da lui. E’ uno che
mescola volentieri sostanze eterogenee e ha le qualità di Ermes,
signore dei crocicchi e guida delle anime, spiazzante, irridente, saggio
e saltimbanco. Qualche volta, in certi acuti, in certe sprezzature,
si indovina anche il gesto dionisiaco. Poi si torna indietro, a Zurigo,
in Svizzera, nell’erudizione, nella cultura, nella mitologia,
qualche volta nella pedagogia e nella pedanteria, che stranamente ogni
tanto confinano con la profezia e la visione. Più sotto c’è
però lo spirito contadino, e dunque la concretezza, anche il
calcolo (a che serve? quanto rende?), il considerare l’estetica
come un lusso superfluo, l’amore per la tradizione e insieme lo
sperimentalismo più spericolato. Jung non è un borghese,
se non nello strato più superficiale, nelle cose che lo interessano
di meno (la politica, le civili maniere). Ha la patina del borghese,
ma in realtà è una curiosa combinazione di contadino-anarchico-aristocratico.
E soprattutto, niente sentimentalismo, niente buonismo. Questa è
una vera fortuna, perché gli permette di costeggiare territori
infidi, di sfiorare senza mai prendere sul serio, anzi ironizzando,
lo spiritualismo alquanto liberty di Monte Verità. Gli autori
New Age che fingono di richiamarsi a Jung, o mistificano, o si illudono.
Piuttosto, non si è mai sottolineato abbastanza lo spirito tagliente,
paradossale, a volte con un che di sulfureo; lo sguardo “oggettivo”,
disincantato; la lucidità intellettuale con cui, in una breve
frase, un mondo viene rivelato a se stesso. Tra Voltaire e Nietzsche.
Ascoltate: “L’idea di sublimazione di Freud – un rapporto
sessuale con gli angeli”. E ancora: “Ci sono persone che
sono troppo deboli per essere cattive, non hanno un dono particolare
per la cattiveria, perché essere cattivi è un dono”.
Si potrebbe continuare. Del resto: “E’ meglio essere saggi
che buoni”.
Jung ha doti di intrattenitore. Ha autorità (notate come interrompe
di netto le divagazioni dei partecipanti quando non gli sembrano più
funzionali al suo discorso), senso dell’umorismo, chiarezza espositiva,
sa colorire, divaga volentieri, racconta aneddoti e frammenti di storie
cliniche; e può permettersi una certa indifferenza circa i risultati
(“Non ho assolutamente il senso protestante di far capire le cose
a forza” ). Ma non credetegli sino in fondo, sa essere netto nei
giudizi e, all’occasione, aggressivo. Certo non è conciliante.
E’ questa una qualità che non può permettersi, perché
sa di avere un compito nella vita. Non lo nega, e ne è orgoglioso.
Nel perseguirlo infaticabilmente sta la sua profonda onestà,
la sua moralità. E sulle cose importanti è sempre pronto
a discutere, ad aprirsi, a mettersi in gioco, e a prendere l’altro
sul serio. Forse è impossibile condividere tutti i suoi argomenti
e le sue opinioni (farlo sarebbe anche un po’ allarmante) ma certamente
enorme è la sua generatività.
Augusto Romano
Pubblicato come Saggio introduttivo a C.G. Jung, Seminario
sui sogni, Bollati Boringhieri, Torino 2003
|