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IL DIAVOLO NELL'ESPERIENZA ANALITICA
L'analisi è certamente uno dei luoghi frequentati dal diavolo. Oggetto dell'analisi sono infatti i conflitti psichici, che nel trattamento analitico vengono elaborati con l'intento di farli diventare coscienti piuttosto che di risolverli; con l'intento cioè di trasformare una sofferenza insensata in una sofferenza che abbia significato per chi la vive. Ma dove c'è conflitto, vi sono necessariamente due forze antagoniste, che noi possiamo immaginare come entità vive e corpose che si fronteggiano. Se, con la tradizione, consideriamo il diavolo come il nemico per eccellenza, possiamo chiamare diavolo una di queste entità, e precisamente quella con cui il soggetto non si identifica. Il diavolo appare in analisi già nelle parole del paziente che, nelle prime sedute, racconta al terapeuta che gli sta accadendo questo e quest'altro. Dice proprio così: “Mi capita”. “Mi capita di mettermi a piangere improvvisamente”, o “di provare un terrore misterioso e invincibile”, o anche, sul piano somatico, “di sentirmi mancare”, “di non riuscire a dormire”, e così via. Egli dunque, senza accorgersene chiaramente, rende omaggio con queste parole a una potenza che trascende le sue capacità di controllo e anche solo di comprensione, una potenza che lo ha nelle mani e gioca con lui crudelmente. Egli concepisce questa potenza come l'avversario, in certi casi anche come il tentatore (“mi vengono strani impulsi, che mi spaventano: quando vedo un coltello penso che potrei uccidere mia madre”). Rivolgersi all'analista rappresenta l'estremo tentativo per debellare il nemico, per farlo tacere, per liberarsene. Al soggetto non passa neanche per la testa che quel nemico che si esprime attraverso i sintomi possa parlare una lingua comprensibile; l'idea di partenza è che il nemico è insensatezza assoluta, o assoluta malvagità, e che quindi con esso non è possibile trattare. Occorre, con la forza o con l'astuzia, vincerlo. Sembra echeggiare in questo atteggiamento l'eterna incomprensione e insieme il terrore nei confronti del male, questa entità concettualmente così difficile da definire ed esperienzialmente così riconoscibile. Vincere il male, o almeno sottoporlo a un procedimento di eufemizzazione: il male non esiste, oppure, secondo la formula cristiana, è soltanto “privatio boni”. I buoni padri gesuiti, di cui sono stato allievo, suggerivano, in presenza di tentazioni carnali, di bagnarsi ripetutamente con acqua gelida. Il problema, prima di riproporsi, si sposta: è meglio cedere alla tentazione, o è meglio prendere il raffreddore? Naturalmente, era meglio il raffreddore: era il “male” minore. Il male si rifugiava nel raffreddore, salvo a uscirne poco dopo per riprendere la sua forma più propria di demone meridiano. Questo per dire che il paziente non sa che del diavolo è impossibile sbarazzarsi. Per fortuna non lo sa perché, se ne fosse convinto, rischierebbe di porre in essere contemporaneamente due eventi forse deprecabili: da un lato l'autoeliminazione cruenta e dall'altro la scomparsa della corporazione degli psicoterapeuti per mancanza di clienti. Dunque, in un modo alquanto incongruo, il paziente sperimenta la potenza terribile del male ma, al tempo stesso, immagina che, sebbene egli non sappia come, ci deve pur essere un modo per vincerlo. Questo modo, egli ritiene, lo conosce il terapeuta, che è l'esperto dei disturbi psichici. Terapeuta, esperto, disturbi psichici: le parole dicono eloquentemente in quale universo ideologico stiamo navigando. E' quello positivistico-ottimistico cui appartengono anche le “meraviglie della tecnica”, il mito del progresso, la pubblicità delle creme antirughe e la vergogna della morte. Insomma, il paziente, come tutti, se la vuole cavare con poco. E per cavarsela con poco si rivolge al medico, fa cioè di un problema di vita una malattia, da curare con psicofarmaci e, se questi non bastano, con sedute analitiche. Questo progetto è parte integrante del tentativo di eufemizzazione del male, del tentativo di ridurlo, contro ogni evidenza, ad un disturbo curabile. Mi sia consentita una breve digressione per dire che lo stesso tentativo viene spesso posto in essere tutte le volte che corriamo il rischio di fare esperienza di una potenza, di un demone, di un dio. Prendere sul serio un demone significa infatti impegnarsi sino in fondo in un compito che ha un significato essenziale per l'esistenza, e questo preoccupa e spaventa. Anche per questo la gente, malgrado lo spreco di rettorica sentimentale, non gradisce innamorarsi. “Vedrai che ti passerà”, dicono gli amici commiseranti. Se gli dei sono diventati malattie, nelle malattie si nasconde la divinità. O anche: il dio non riconosciuto fa ammalare. Non di rado in analisi si vede come la nevrosi dipende da un gesto di viltà, dall'aver evitato di considerare con dedizione religiosa, magari a malincuore ma consapevoli che non si poteva fare altrimenti, la domanda che, dio o diavolo, una voce molto potente aveva posto al soggetto. Ho detto “dio o diavolo” perché, per quanto ovvio possa sembrare, credo utile sottolineare che bene e male non sono qualità inerenti alla realtà ma giudizi che ad essa si sovrappongono. Il nostro paziente, in modo più o meno consapevole, ha deciso cosa sia bene, ha -per così dire- scelto i suoi dèi. La sua ingenuità consiste nella sua unilateralità, e questa unilateralità trova la sua premessa nello sviluppo della coscienza. Se proviamo a trascrivere in termini mitologici la situazione, dobbiamo immaginare una condizione originaria in qualche modo simile a quella del dio veterotestamentario, tirannico e capriccioso, in cui bene e male sono inestricabilmente congiunti. E' una condizione di incoscienza di sé. Ed è, contemporaneamente, una condizione paradisiaca, nella quale non esiste tensione fra gli opposti, tutto accade e nulla è voluto. La storia del dio ebraico-cristiano può essere vista come la storia di una graduale differenziazione dell'aspetto positivo, culminata nella figura di Cristo, e della correlativa caratterizzazione del diavolo come antagonista. Il diavolo, originariamente contenuto nella immagine di Dio, ha subìto un processo di progressiva e sempre più netta espulsione. Analogamente, l'emergere della coscienza, inteso come rottura della originaria unità degli opposti, ha determinato una polarizzazione dell'esperienza in termini antitetici, e dunque in termini di bene e di male. Si potrebbe dire che a questo punto la coscienza non è per niente lieta di accettare la complessità della nuova situazione e di trarne tutte le conseguenze. La coscienza è catturata da un dio, o da chi ne fa le veci (non di rado questo dio consiste in una piccola collezione di precetti socialmente garantiti). E tanto più facilmente è catturata quanto più la fedeltà ai precetti del dio sembra esonerare il soggetto da ogni problema di scelta. Con questa parola, tocchiamo la funzione essenziale del diavolo nel mondo, e contemporaneamente la funzione della nevrosi, nella quale astutamente il diavolo si nasconde. La situazione paradossale in cui si trova il nevrotico può essere così descritta: egli è un uomo civilizzato, cioè dotato di una coscienza differenziata, che vuole però sottrarsi al problema della scelta individuale. Vuole cioè fare come se vivesse in un mondo che non si configura come un aggregato di opposti da comporre rischiosamente momento per momento, ma che risulta invece essere unidimensionale, retto da un solo principio. In altri termini, vorrebbe comportarsi come se si trovasse ancora nel paradiso terrestre e fare perciò nient'altro che la volontà di Dio, mentre la sua condizione è quella di chi si trova in una situazione non paradisiaca, caratterizzata dalla contraddittorietà, cioè dalla coesistenza di dio e diavolo. Il diavolo ha introdotto nel mondo la libertà di scelta e di conseguenza il terribile peso della scelta, ma il nostro paziente vuole dimenticarselo, non vuole scegliere. Naturalmente, egli finge di scegliere, ma le sue scelte sono prive di reali implicazioni personali: il diavolo non esiste, oppure: col diavolo non si tratta. Eppure, una lettura attenta della storia delle religioni potrebbe porre più di una pulce nell'orecchio. Vi si trovano infatti documentati esempi di religioni dualiste, in cui principio del bene e principio del male hanno, per così dire, la stessa dignità, né possono essere ridotti l'uno all'altro, ponendosi piuttosto come entità complementari. Analogamente, vi sono numerose tracce della consanguineità di dio e diavolo e di una sorta di loro reciproca simpatia, che corrisponde alla consapevolezza che Dio da solo non è in grado di creare il mondo, oppure che un mondo creato soltanto da Dio sarebbe noioso. In Ecce Homo, Nietzsche ha scritto: “Dio aveva fatto tutto troppo bello...; il diavolo altro non è che il riposo di Dio ogni sette giorni”. Il folclore conserva tracce di questo insegnamento. Ad esempio, in una leggenda bulgara, è detto che Dio passeggiava da solo e, vedendo la sua ombra, le gridò: “Alzati, amico”. Un proverbio russo fa poi sensatamente le parti dei due personaggi affermando: “Ama Dio ma non fare arrabbiare il diavolo”. Parlando dei miei pazienti e della loro fedeltà al bene, non vorrei aver indotto l'opinione che essi siano dei virtuosi. Non si dimentichi che, essendo il bene e il male dei giudizi, per il marchese de Sade il bene cui egli intendeva restare indefettibilmente fedele era costituito dalla sua peculiare visione del mondo e dalle pratiche sessuali che ne derivavano. Scopo dell'analisi è quello di ridare diritto di cittadinanza al diavolo. Come dicevo più sopra, questo significa che analista e paziente cominciano a lavorare sulla base di un colossale equivoco: il paziente vuole essere “guarito” attraverso l'eliminazione della contraddizione che lo abita; l'analista vuole rendere il paziente persuaso che abitare nella contraddizione è possibile. Non solo, ma che la contraddizione è utile, perché è la contraddizione che ci rende creativi. Il paziente parte da un'idea di guarigione mutuata dalla medicina; l'analista crede di sapere che non si guarisce mai di niente, se guarire significa tornare innocenti, sicuri di sè e del mondo. Il paziente, quando comincia a vedere il male dentro di sé, vorrebbe essere semplicemente assolto dei suoi peccati. L'analista, che non può assolvere nessuno, glie li restituisce come peso ineliminabile, un patrimonio incerto, di cui non è bene gloriarsi ma in cui è forse nascosta una pietra preziosa che si può infinitamente lavorare. Il vecchio paragone analista/confessore qui si chiarisce. L'analista, come il confessore, ascolta. Ma il confessore sta sempre soltanto dalla parte di Dio e può permettersi di perdonare perché chiede come contropartita la fedeltà alla legge. La sua apparente generosità, e gli effetti di rassicurazione che l'assoluzione induce, sono in realtà il modo attraverso cui il peccatore viene ricondotto nell'universo unidimensionale da cui, peccando, era stato tentato di uscire. La posizione dell'analista è manifestamente diversa: il paziente lo vorrebbe confessore-esorcista, ma egli sa che hanno ragione sia Dio sia il diavolo e che in questo paradosso è racchiusa la fastidiosa ambiguità ma anche la pienezza della vita. Perciò, come dicevo, è obbligato a confermare il paziente come soggetto del suo male. Non solo, ma per ristabilire l'equilibrio, non di rado egli deve assumere la parte del diavolo, mettersi cioè dalla parte di ciò che, essendo negato, viene definito come negativo. Ne consegue che compito dell'analista non è di ridurre la tensione del paziente ma, per così dire, di legittimarla e, legittimandola, di darle una prospettiva. Il paziente parte dalla condizione di chi è posseduto dal diavolo proprio perché non vuole ammettere che il diavolo esiste. I cosiddetti “complessi” possono esser visti come manifestazioni diaboliche e si comportano infatti come una sorta di personalità autonoma rispetto all'io (un diavolo, talvolta un diavoletto, uno che gioca dei tiri, un “trickster”). L'analista aiuta il paziente a riconoscere l'esistenza del diavolo e ad imparare a dialogare con lui, riconoscendogli la funzione di agente del cambiamento e della trasformazione. Il diavolo infatti -questo “pensiero di dubbio” che, come si vede nella storia di Giobbe, abita Dio stesso- sottrae il soggetto alla mera osservanza della legge e lo restituisce, attraverso il conflitto etico, alla responsabilità delle proprie scelte. Esso rende dunque possibile all'uomo di conquistare un'identità. L'identità sta infatti nello scarto dalla norma che ci rende uniformi. Sta dunque nella capacità di ricombinare continuamente gli opposti senza cadere vittima di nessuno di loro. Essa è dunque un modo personale di vivere la totalità. Jung ha scritto una volta: “Si può... mancare non soltanto la propria felicità, ma anche la propria colpa decisiva, senza la quale un uomo non raggiungerà mai la propria totalità”. O anche: “Chi si sottomette a priori alla legge... sotterra il suo talento”. Allora, se porgiamo orecchio alla voce del dubbio, al tentatore, al pensiero che inquieta, noi ci dislochiamo rispetto al territorio noto, sicuro, privo di pericoli, a quella landa che ci contiene e che noi stessi abbiamo accuratamente recintato. Tentiamo con un piede la terra che sta al di là. Ci divarichiamo. Con un'immagine più bella, si può dire che cominciamo a intendere cosa significhi essere crocifissi. Mescoliamo alchemicamente sostanze diverse. Poniamo mano alla produzione della pietra filosofale, cui devono necessariamente collaborare il lato destro ed il sinistro: una pietra che beninteso non si darà mai come prodotto finito ma sempre come processo, movimento volto a produrla. Dio e il diavolo riuniti, ma non come lo erano all'inizio, nella inconscietà, bensì alla fine di un difficile lavoro in cui verità e dubbio si fronteggiano costantemente dando luogo a conflitti morali che non è possibile risolvere ma soltanto superare con una decisione di cui coscientemente si assume di pagare il prezzo. Altro che cavarsela a buon mercato! Certo, la voce del creativo entra nella nostra vita; ma vi entrano pure l'inquietudine, l'incertezza, l'insicurezza, la tensione, la provvisorietà, così come accadde ad Adamo ed Eva quando ebbero mangiato il frutto dell'albero del bene e del male. Al paziente, che era venuto da noi per liberarsi del diavolo, cioè appunto di queste incomode qualità, viene detto che la scomodità sta in noi, nel nostro rifiutarci alla complessità; non nella complessità, che è della vita. E viene detto spesso non dall'analista, cui si può facilmente non credere, ma da certi sogni che sono di per sé terapeutici in quanto mettono in scena la paradossale e altrimenti indicibile unione degli opposti. Sogni simbolici, da syn-ballein, cioè che mettono insieme: punto di arrivo dopo che il diavolo -da dia-ballein, separare- aveva lacerato l'uniforme tessuto della nostra pigrizia. A questo punto, ci si potrebbe chiedere perché sinora ho nominato costantemente il diavolo, quando avrei potuto, forse con vantaggio della chiarezza, parlare del male. Il punto è che il male è un concetto, il diavolo una figura. E in analisi si ha a che fare poco con i concetti e molto con le immagini. Come si sa, l'analisi richiede un atteggiamento che si situa agli antipodi della iconoclastia. Atteggiamento di per sé anomalo, in un universo dominato dal desiderio -più propriamente, dalla ossessione difensiva- della chiarezza definitoria e della astrazione concettuale, come di ciò che può essere posseduto una volta per tutte. Le immagini sono invece cangianti e sfuggenti, ci parlano, ci emozionano ma ben di rado rivelano pienamente il loro segreto. Una cosa è pensare al male ed altra, assai diversa, parlare col diavolo. Col diavolo parlano i mistici, i poeti e i pazzi. Ebbene, l'inconscio non di rado ci colloca in queste poco raccomandabili categorie professionali inviandoci sogni di diavoli. A illustrazione di quello che ho detto sinora, ve ne racconterò qualcuno. Non pensate che io voglia interpretarli: e ciò non soltanto perché, come è scritto nel Talmud, “il sogno è la sua propria interpretazione” ma anche perché l'assenza del contesto costituito dalla particolare situazione del sognatore renderebbe ogni interpretazione poco significativa. Esistono però in questi sogni delle situazioni che si impongono di per sé all'attenzione del sognatore e poi dell'ascoltatore. Comincerò con un sogno riportato da Jung. Una persona affetta da una grave nevrosi ossessiva fece, poco prima che la nevrosi si manifestasse, il seguente sogno. Egli cammina per una strada sconosciuta. E' buio. Ode dei passi dietro di sé. Cammina più in fretta, un po' impaurito. I passi si avvicinano e la sua paura cresce. Comincia a correre ma i passi sembrano raggiungerlo. Infine si volta e scorge il diavolo. Nella sua angoscia mortale salta in aria e vi rimane sospeso. E' ben noto che l'incredibile scrupolosità e i complessi cerimoniali che caratterizzano la nevrosi ossessiva hanno la funzione di fare da contrappeso o, se si preferisce, da argine al male, che sta minaccioso nel fondo e contro la cui integrazione la personalità disperatamente resiste. “Prima ancora che il paziente sospettasse l'esistenza infernale che lo attendeva -osserva Jung- il sogno gli mostrò che gli occorreva un patto col male, se voleva ritornare sulla terra”. E' qui evidente il tema della trasgressione come mezzo per entrare in contatto con la propria “ombra” e della iniziazione al male come perdita delle illusioni circa la propria innocenza. Un altro sogno, sempre riportato da Jung, illustra con grande finezza il tema della dialettica e della integrazione degli opposti. Fatto da uno studente di teologia tormentato da molti dubbi religiosi, il sogno -che qui semplifico- raccontava che il sognatore era allievo del “mago bianco”, il quale però era vestito di nero. Questi lo istruì, ma fino a un certo punto, e poi disse che occorreva l'intervento del “mago nero”. Il mago nero apparve, ma era vestito di bianco. Affermò di aver trovato la chiave del Paradiso ma che gli era necessaria la saggezza del mago bianco per sapere come adoperarla. In contrasto con la concezione cristiana professata dal sognatore, il sogno pone in rilievo la relatività del male e del bene e l'inevitabilità della loro coesistenza. E' questo un tema molto ben rappresentato in alchimia dalla figura di Hermes, il Mercurius duplex: da un lato mistagogo, psicopompo, salvatore; dall'altro drago velenoso e spirito maligno. Sul tema della funzione compensatoria del diavolo rispetto alla unilateralità dell'atteggiamento cosciente, riporterò quattro sogni da me raccolti. Uno psicologo molto intellettuale sogna di passeggiare portando in mano dei libri. Mentre passa su di un ponticello viene chiamato da un omino che sta sotto il ponte e che è il diavolo. Questi, sorridendo, gli dice che è giunta l'ora di morire e che perciò i libri non gli servono più. Così dicendo glie li toglie di mano. Un altro paziente, che ha ricevuto una educazione cattolica molto rigida, sogna di essere su di un letto matrimoniale, su cui c'è anche un gatto con il quale egli ingaggia una lotta furibonda. Questo gatto è il diavolo. Si sveglia angosciato. Lo stesso paziente sogna di essere a letto. Seduto sulla sponda del letto c'è un uomo ben vestito. E' il diavolo che, attraverso strane magìe, lo tenta mostrandogli i poteri del suo corpo. Sempre lo stesso paziente sogna di partecipare ad una festa all'aperto e che il diavolo, che è lì in giro, come scherzo tira giù i pantaloni alle persone. E' evidente in questi sogni l'esigenza del recupero di energie istintive e la resistenza che il sognatore oppone alla loro integrazione. Tuttavia sarebbe limitativo pensare, in un'ottica freudiana, che il diavolo sia soltanto uno dei tanti travestimenti della sessualità. Come archetipo, ordinatore dell'esperienza e della immaginazione, la figura del diavolo rappresenta in termini generali l'Altro, il non riconosciuto, ciò che viene negato. Come è stato osservato, “il volere cosa diversa e opposta caratterizza il diavolo, come la disubbidienza caratterizza il peccato originale”: in questo senso il diavolo rappresenta la resistenza senza la quale è inconcepibile la relativa autonomia dell'esistenza individuale. Un sacerdote con inclinazioni mistiche mi ha raccontato di fare continuamente sogni di argomento diabolico. Ve ne racconto alcuni. Primo sogno. Ho fatto questo sogno la sera stessa della mia ordinazione sacerdotale. Sono nel profondo di una buca di almeno sei metri. Alcuni cani e serpenti cercano di azzannarmi. Io, disperatamente, cerco di arrampicarmi sulle pareti della buca, che è fatta di pietre sporgenti. Ma sul bordo della buca sta, sghignazzante, un demonio. Quando io sono quasi alla salvezza e le mie mani toccano l'orlo della buca, lui col piede mi ricaccia in fondo dove, a bocca aperta, mi aspettano i cani. L'atmosfera, il colore della luce, è tragica. Questi tentativi durano a lungo, poi finalmente mi sveglio. Secondo sogno. Nel cuore della notte si apre la porta della camera. Lui appare, sghignazzante e ben determinato. Faccio sforzi enormi per svegliarmi, ma inutilmente. Allora mi rivolgo a Lui e gli dico: “Vile, perché vieni sempre nel sogno e non quando sono sveglio?”. Lui si avvicina, tiene in mano un cuscino con cui vuole soffocarmi, schiacciandomelo e tenendolo forte sulla faccia. E' su di me. Allora io invoco il nome di Dio. Quando io ho il nome di Dio sulle labbra lui non può soffocarmi, così questa lotta dura a lungo, fin quasi all'alba. Lui col cuscino, io col nome di Dio. Finalmente decide di lasciarmi ma, prima di andarsene, mi dà con la mano un colpo sulla coscia. Mi sveglio. Tutto è a posto. Nel corso della giornata mi accorgo però che lì dove ho ricevuto lo schiaffo non ho più sensibilità, ed ancora oggi è così. Terzo sogno. Mi trovo nella mia campagna. E' notte, perché l'irrigazione dei prati si fa anche di notte, ma osservo che un'acqua abbondante sta correndo in un ruscello dove non dovrebbe, rischiando di causare dei danni. Mentre mi sto chiedendo da dove venga quell'acqua, ecco apparire il solito demonio, a gambe divaricate, con il ruscello che gli scorre tra le gambe. Con occhi che fanno paura mi dice: “Perché mi rubi l'acqua?”. Io gli rispondo: “Non te la rubo. Quest'acqua non la voglio!”. Lui si avvolge nel manto e scompare. Quarto sogno. Nella notte mi appare il demonio. Mi avvicino a lui e lo osservo. Cosa paurosa!, lui ha la mia stessa faccia. Solo dagli occhi, dalla bocca, dalla deformazione dei lineamenti traspare la luce infernale, la malvagità, la presenza del demonio. Finalmente riesco a svegliarmi. Il quinto non è proprio un sogno ma una quasi realtà. Una sera, dopo cena, verso le undici, stavo alla scrivania intento a scrivere, ed ecco sento all'improvviso sul mio capo dei passi (la casa aveva solo il piano terreno, con sopra un tetto piano). Mi fermo e ascolto: sono veramente dei passi, avanti e indietro. Aspetto ancora, controllo; tutto in casa è a posto, tutto in silenzio (era inverno), solo quei passi, su e giù... Finalmente una intuizione mi colpisce: è Lui! Questa volta è venuto mentre sono sveglio! Ora scenderà! Ma appena formulato questo pensiero i passi cessano. Naturalmente, in quanto rifiutato e non integrato, ciò a cui il diavolo allude si presenta spesso con tratti arcaici, primitivi, “infantili” e francamente sgradevoli; al tempo stesso però rappresenta un'energia nuova, che può arricchire e trasformare la personalità irrigidita del sognatore. E' forse a questa duplicità che allude un'altra paziente quando, commentando un sogno in cui era apparso un diavolo, vede questo come una realtà “ambigua: misterioso e potente e, nello stesso tempo, del tutto miserabile e impotente”. Contro questa realtà si può infinitamente combattere, ma senza speranza di successo definitivo, come raccontano altri due sogni. In uno il paziente lotta con degli uccelli che sono dei diavoli ma, quando crede di averne ucciso uno, questo si riprende e tutto ricomincia. Nell'altro lo stesso paziente, per esorcizzare il diavolo che si fa presente, invoca ad alta voce: “Gesù, Gesù, Gesù!”. Ma da un camino acceso il fuoco assume la forma di un braccio che gli fa un gestaccio mentre il diavolo, per nulla spaventato, ripete ad alta voce: “Gesù, Gesù, Gesù!”. Non ci si può dunque sbarazzare del diavolo e della sua funzione quale segno di contraddizione. Ciò è detto molto bene da un sogno in cui -come racconta il sognatore- “il diavolo con frac e cilindro si diverte a dividere, tramite un raggio, ciò che io unisco. Pare che lui voglia dividere il bene dal male”. Sembra che qui il diavolo, rivendicando l'autonomia del male, si ponga anche paradossalmente come il fondatore della coscienza etica. Difatti, dove la coscienza individuale si scontra con la moralità ufficiale, là trova spazio la decisione etica personale. Alcuni sogni mostrano l'evoluzione della coscienza del sognatore, che non si oppone più strenuamente all'influenza del diavolo. E' il caso di un paziente che decide di partecipare sia alla festa dell'organizzazione cattolica in cui milita sia alla festa dei diavoli. Dato però che entrambe le feste cominciano alla stessa ora, chiede all'organizzatrice della festa “cattolica” di spostarne l'inizio di mezz'ora. Ancora più espressivo è però il sogno di un altro paziente, che racconto con le sue stesse parole. Sono in una grande sala che potrebbe essere quella di un museo o forse una parte di una chiesa. Vi sono mobili che mi ricordano sia le teche in legno pregiato che contengono manoscritti appunto nei musei, sia i banchi delle chiese. L'atmosfera è comunque quella di un luogo che pare avere qualcosa a che fare con i grandi valori della storia e del sacro. Non ho molto chiaro quale sia il mio compito lì: se si tratta di una visita o se sono preposto alla pulizia o alla protezione e quindi anche al controllo di quelle cose così importanti. Tutto ciò di cui mi rendo conto è che più in là nella stessa grande sala c'è un diavolo da cui devo difendermi. Ne vedo ogni tanto spuntare la testa sopra queste teche o banchi e mi accorgo che sta mettendo sottosopra ciò che lì è da sempre stato tenuto in ordine: forse getta per aria manoscritti preziosi o solleva la polvere. La sensazione che ho è che mi è stata data una consegna per cui non devo entrare in contatto con lui. Ma il suo comportamento trasgressivo chissà perché non mi crea paura, anzi mi è simpatico. Ma forse non sono ancora capace di violare la consegna per la quale, nel luogo dove la storia e/o il sacro sono posti nel loro stato più puro assurgendo a riferimento di ordine e di inquadramento per la vita, il diavolo non debba in alcun modo metterci la coda. Certo è che si corre un grosso rischio a rendere musei e chiese, storia e sacro, cristallizzati in un ordine che non contatti la vita... Al diavolo l'ordine. Sinora abbiamo messo in evidenza la funzione per così dire liberatoria del diavolo, quella per cui Lucifero è appunto apportatore di luce, colui che ci permette di andare oltre noi stessi: in questa prospettiva, il rapporto col male è ciò che ci consente di passare da una situazione di mero adattamento a condizioni date ad una situazione di possibile individuazione. Jung, nei suoi ultimi scritti, ha espresso limpidamente questa esigenza: Dobbiamo imparare a trattare con esso [il male], perché esso vuole la sua parte nella vita... Non dobbiamo più soggiacere a nulla, nemmeno al bene. Un cosiddetto bene, al quale si soccombe, perde il carattere etico... Il riconoscimento della realtà del male relativizza sia il bene che il male, tramutandoli entrambi nella metà di un contrasto, i cui termini formano un tutto paradossale... Una volta che sappiamo quanto incerto è il fondamento del bene e del male, la decisione morale diviene un atto soggettivo, creativo... Nulla può risparmiarci il tormento di una decisione morale. In certe circostanze dobbiamo avere la libertà... di fare ciò che è considerato male, se la nostra decisione morale lo richiede... Non dobbiamo soccombere a nessuno dei due opposti. Queste parole mettono in evidenza non soltanto la relatività di bene e male ma anche la straordinaria responsabilità che questa relativizzazione attribuisce all'uomo. C'è però qualcosa che va al di là del discorso che ho fatto sinora: vi accennerò brevemente, non fosse che per escludere da quanto ho detto ogni sia pur remota intenzione consolatoria. Un mio collega mi ha passato un suo vecchio sogno, che vi racconto. Sono a Beirut. C'è la guerra e mi trovo con una compagnia di soldati sanitari per svolgere un ruolo pacifico di raccoglitore di feriti, di barelliere, tipo Croce Rossa. Il lavoro è massacrante; più feriti raccogliamo e più se ne trovano e ne cadono. Entro momentaneamente in un locale adibito a infermeria per tirare il fiato, sconsolato e demoralizzato dalla massa di lavoro e dalla violenza della guerra che imperversa. Guardo fuori dalla finestra e con orrore e angoscia vedo che il cielo è completamente rosso, come di sangue. Osservando meglio vedo che quel cielo rosso è la personificazione del Male, del Male cosmico. Esso sta semplicemente manifestando se stesso, la sua terrificante potenza. Si diverte e gioca a distruggere e ghigna di questa sua distruzione. Mentre provo orrore sento anche una sorta di rispetto, di tremore, di reverenza di fronte a quella potenza che sento come divina. Capisco che sono al cospetto di un mistero che mi si sta svelando per un attimo. Mi accorgo che gli uomini di questo paese sono caduti completamente in suo potere e non lo sanno. Sono delle vittime di una forza che li sovrasta assolutamente e contro la quale non potrebbero comunque fare nulla. Questa visione mi annienta e mi annichilisce. Ora so cos'è il Male, ho colto veramente il livello incommensurabile del suo potere. Capisco che raccogliere feriti è praticamente assurdo e ridicolo, anche se continuerò a farlo. Vorrei dire agli altri quello che ho visto, ma non mi esce la voce, sono come paralizzato da ciò che ho visto e sentito. Incidentalmente, è da notare che il sogno fu fatto circa un anno prima che scoppiasse la guerra a Beirut e da una persona che non si era mai occupata precedentemente né del Libano né del Medio Oriente. Ma non è questo il punto che in questa sede ci interessa. Un sogno così non soltanto riconduce il terapeuta nei suoi giusti limiti, mostrandogli che il suo eventuale furor sanandi (in cui spesso si rifugia la volontà di potenza) deve confrontarsi con qualcosa che è incommensurabile con sue le umane capacità. Ma è anche un sogno in cui il diavolo per così dire emigra dal territorio in cui l'avevamo ricondotto, quello della psicologia, per tornare nel paese suo proprio, quello della metafisica. C'è un male di cui non si può dir niente, se non che esiste: esso è ciò che a noi sembra lo spreco essenziale del mondo. Interpretarlo sarebbe ingenuo, avventato e inutile. Si può solo, se si riesce, contemplarlo; sperare di sopportarlo; ascoltarlo mentre ci racconta la nostra fondamentale miseria. La quale non ci esime, come nel sogno, dal raccogliere i feriti. Augusto Romano Pubblicato in I quaderni di Yseos, Catania, 2000, numero 3 (via S. Catania 137, 95123 Catania) |