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IL SOGNO DEL PRIGIONIERO: NOSTALGIA DELLE ORIGINI IN N.O. BROWN E J. LACAN
Nell'ultimo capitolo de "I viaggi di Gulliver” Swift contrappone a una specie di cavalli sapienti (detti Mouyhnhnm) una specie di animali ripugnanti (chiamati Yahoo), che dai primi sono tenuti in condizioni di servaggio. I cavalli sapienti sono perfetti, di una perfezione che a noi sembra invero piuttosto sinistra proprio a motivo della loro inalterabile virtù, dell'algida assenza di sentimenti, della iperrazionalità, del timore di contaminarsi, dell'inclinazione eugenetica; gli Yahoo invece sono descritti come la quintessenza del male, un male che è strettamente associato alla loro fisicità, al loro essere corporeo.
I cavalli padroni appaiono come figure ambiguamente ideali; gli yahoo invece sono dall'autore assimilate agli inglesi dei suo tempo (e, in generale, agli uomini quali realmente sono), contro i quali Swift sfoga i suoi umori atrabiliari. Tant'è vero che quando Gulliver viene espulso dalla terra dei cavalli e riesce a tornare in Inghilterra, ancora tutto preso dal ricordo della paradisiaca perfezione dei cavalli sapienti, prova “odio, disgusto e disprezzo” per moglie e figlia, che sono soltanto esseri umani. La moglie per esempio gli appare come un “odioso animale”, al punto che un suo bacio lo fa “andare in deliquio”.
Un commento dei testo di Swift da una prospettiva analitica ci porterebbe probabilmente a evocare il tema dell'Ombra. Ma non è questo il mio scopo. L'episodio dei cavalli mi serve qui per ricordare che N. Brown, notissimo esponente della cosiddetta sinistra freudiana, rovesciando le intenzioni manifeste dell'Autore, ha utilizzato questo testo per sostenere che Swift è stato un precursore di Freud nell'opera di smascheramento dell'uomo "spirituale": Swift è cioè colui che mostra, dietro i prodotti culturali dell'uomo occidentale, il bambino alle prese con l'erotismo anale. Gli yahoo sono la "cruda essenza della bestialità umana", in questo senso del tutto simili, come Swift mostra, agli uomini della civile Europa. Tolte di mezzo la rimozione e la sublimazione, ciò che resta dell'uomo è uno yahoo.
Non si può intendere la connotazione essenzialmente positiva che Brown dà a questa affermazione se non si tiene presente la sua tesi fondamentale, che può esser riassunta nella frase suggestiva: la natura fa desiderare ciò che la civiltà non può soddisfare. Esiste perciò un nesso intrinseco tra organizzazione sociale e nevrosi. La “nevrosi universale dell'umanità” è frutto della sublimazione, da cui derivano l'infelicità umana e l'alienazione.
I modi per rimediare a questo danno sarebbero, secondo Brown: abolizione della rimozione e ritorno all'infanzia come stato di natura, alleanza di lo ed Es contro la realtà, costruzione di un lo "dionisiaco" che, con la sua ebbrezza e dismisura, soppianti la pallida e misurata apollineità, fondazione dì una "scienza del godimento". Non a caso Brown è stato uno dei profeti del '68.
Il generoso e insieme angusto utopismo di Brown sì produce iterativamente in tutti i suoi libri, a volte con begli effetti poetici o quanto meno retorici. Non è perciò difficile estrarre dai suoi scritti (1) le linee di una antropologia immaginaria, in cui il discorso sulla natura umana si intreccia continuamente con fantasie di trasformazione politica e sociale. L'essenza dell'uomo sta -secondo Brown- nel desiderio, che è energia volta a procurare il piacere. La condizione originaria di perfetta soddisfazione, che rappresenta la pietra di paragone per ogni altra esperienza, è quella del bambino al seno della madre. Essa rappresenta l'assenza di ogni dualismo e perciò di ogni tensione. L'immagine materna è perciò la dominante di questo pensiero. Ciò è detto esplicitamente: il viaggio della iniziazione va "dalla madre alla madre" (2), o anche: “Il giusto punto di partenza per la costruzione di una antropologia freudiana è la madre preedipica” (3).
Considerata da questo punto di vi sta la nascita stessa è una catastrofe. Riprendendo delle osservazioni di Ferenczi, Brown sostiene infatti che la separazione dalla madre, che coincide con il sorgere della coscienza e del linguaggio comunicativo, è una caduta, la caduta nella divisione ("la caduta è nella lingua"), in quel falso confine tra interno ed esterno, tra soggetto e oggetto, reale e immaginario, cui corrisponde il freudiano principio di realtà.
Ciò che è separato aspira ad essere reintegrato. Lo scopo di tutta l'evoluzione della sessualità è il tentativo da parte dell'Io di tornare nel grembo della madre, dove non c'è quella dolorosa disarmonia tra l'lo e l'ambiente che caratterizza l'esistenza nel mondo esterno. In modo più lapidario, e citando Joyce: "La storia è un incubo da cui cerco di destarmi". Naturalmente, svegliarsi da quell'incubo per recuperare i sogni rimossi di completa indulgenza al piacere, è difficile. Svegliarsi significherebbe infatti eliminare d'un colpo rimozione e sublimazione, questo retaggio del mondo paterno, che producono cultura e perciò stesso nevrosi. Sotto l'azione della rimozione infatti la nostra ricerca del piacere è degradata alla condizione di sintomo. L'animale simbolico è l'animale sublimante e desessualizzato, che si dedica alla sostituzione della gratificazione reale con l'appagamento simbolico degli istinti. Ma "le sublimazioni -scrive Brown- appagano gli istinti nella stessa misura in cui le carte geografiche soddisfano il desiderio di viaggiare” (4). E ancora: “La sublimazione è la ricerca della vita perduta; presuppone e perpetua la perdita della vita, non può essere il modo in cui si vive la vita stessa”(5). Tra sublimazione e nevrosi non c'è vera differenza, salvo che nell'aspetto sociale del fenomeno.
Compito della cura psicanalitica non sarà più quello di collocare l'lo dove prima era l'Es ma, al contrario, di conformare la realtà al principio del piacere: "resurrezione della carne", recupero della sessualità infantile, distruzione del linguaggio comune, abolizione del confine tra salute e follia, spontaneità e grazia piuttosto che volontarismo. In una parola, annullamento dell'Io: "la soluzione del problema dell'identità è: pèrditi” (6).
Lasciamo ora per un poco da parte l'acceso linguaggio di Brown, in cui si mescolano, oltre che materiali freudiani decontestualizzati, temi e cadenze mistiche (7) e visionarie (dal pensiero orientale a W. Blake). Volgiamoci invece ad un autore apparentemente molto lontano da Brown per formazione culturale, linguaggio, stile di personalità, atteggiamento nei confronti dell'insegnamento freudiano: intendo dire a Jacques Lacan.
Anche qui comincerò con una storia. Così come Brown recupera il testo swiftiano per additare antifrasticamente negli Yahoo, nella loro "volgarità" e indigenza culturale, il tesoro nascosto dell'umana natura, anche Lacan, volgendosi a un testo di più nobile fama, utilizza il racconto di Aristofane nel Simposio platonico. Aristofane narra che, nel tempo mitico, l'umanità comprendeva tre sessi: maschio, femmina e androgino. Gli androgini possedevano "forza e vigore terribili, e straordinaria superbia, e attentavano agli dei". Giove allora decise di tagliarli in due perché, "divenuti più deboli, smettano la loro tracotanza". Ma "quando la natura umana fu tagliata in due, ogni parte, vogliosa della propria metà, le si attaccava, e gettandosi le braccia attorno, avviticchiandosi l'un l'altra, nella brama di fondersi insieme morivano di fame e in generale di inazione, perché nulla volevano fare l'una staccata dall'altra” (8). Per Lacan la situazione del neonato è assimilabile a quella degli androgini dopo la divisione. "Con la nascita, col distacco della placenta, il bambino -dice Lacan- è come un uovo rotto che espande in omelette".
Torna qui l'idea di una perfezione originaria in uno stato di perfetta fusione e della sua rottura catastrofica, che genera un vissuto di incompletezza radicale, di vuoto. Inizialmente il bambino è una pura mancanza, un niente. Egli desidera essere tutto per la madre: nel linguaggio lacaniano, questa situazione è espressa affermando che il bambino vuole essere il completamente della mancanza della madre, il fallo della madre.
Inaugurazione del linguaggio, imposizione della "legge del padre" e quindi accesso all'ordine sociale sono la risposta che la società dà al bisogno di fusione. Il divieto di incesto segna il passaggio dal registro della natura, votato alla legge dell'accoppiamento senza criterio e della concorrenza sfrenata (Hobbes), al registro della cultura, dove valgono diritti, obblighi, ruoli sociali. Castrato, cioè allontanato dalla madre, il bambino dovrà accettare un principio di limitazione e rinunciare alla onnipotenza del suo desiderio. Attraverso l'identificazione col padre si attua il passaggio dal modo dell'essere (essere il fallo onnipotente) a quello dell'avere: avere cioè un desiderio limitato, regolato da leggi, enunciabile. Il bambino si normalizza dando forma sociale (socialmente accettata) al suo desiderio.
Ma proprio nel passaggio dall'essere all'avere si apre una frattura insanabile, une fente tra psichismo profondo e discorso conscio. In questa frattura consiste l'alienazione del soggetto. Privato del suo desiderio originario, egli si impegnerà nella ricerca di oggetti sempre più lontani dall'oggetto iniziale del desiderio. In questo procedere nella vita sociale, egli riceve sì una identità (il nome che gli altri gli danno) ma comincia anche una vita da esiliato. Il mondo dei significanti (cioè di tutto ciò che si situa al posto del suo desiderio originario, occultandolo) lo soffoca come una massa omogenea e onnipotente in cui egli deve inserirsi senza sperare di padroneggiarla mai pienamente. Diventare un padre rimpiazza il desiderio inconscio di fusione ma la radicale "mancanza ad essere" (“son étre est toujours ailleurs”, scrive Lacan) generata dalla rinuncia ad essere il fallo della madre, opera come una sorta di motore sotterraneo: questo spiega la eternizzazione del desiderio che, di significante in significante, si sposta in ciò che Lacan chiama la "domanda", cioè nelle forme culturalmente accettate del desiderio. Tra bisogno e domanda lo iato resta però incolmabile giacché un bisogno detto, nominato, non è più il desiderio originario che è totalitario e ineffabile ("La verità si sottrae al linguaggio", con le parole di Lacan). In un gioco infinito di sublimazioni, la pulsione rimossa non cessa mai di tendere alla completa soddisfazione: l'unione con la madre. Metafore (come il sintomo) e metonimie (scelta di oggetti sostitutivi) sono l'espressione sempre frustrata di questa aspirazione, giacché il significato, ciò a cui ogni significante rinvia, è in definitiva inconoscibile: ciò che si può conoscere è solo l'avvicendarsi dei significanti. In altre parole, la domanda è eterna perché nessun oggetto potrà mai prendere il posto dell'oggetto perduto. "Le symbole -scrive Lacan- se manifeste d'abord comme meurtre de la chose, et certe mort constitue dans le sujet l'éternisation de son désir". La domanda resta perciò sempre aperta poiché, preso nelle maglie dei significanti, il desiderio non è più che l'ombra di se stesso.
La vita dell'uomo è dunque dominata da una Assenza che, nel discorso lacaniano, sembra travalicare i dati psicologici per porsi come realtà ontologica, su una linea filosofica di ascendenza heideggeriana: ciò che caratterizza l'Io è la mancanza di qualcosa che non potrà mai essere attinto. Ogni gesto umano è metafora di quella Assenza. La conclusione è in qualche modo tragica. Il ruolo del simbolico è quello di realizzare l'uomo socialmente e culturalmente e insieme di alienarlo. Ciò che viene sacrificato è la verità di noi stessi a favore delle sublimazioni. L'uomo è preso e assimilato tutto intero in una catena causale di cui non sarà mai altro che un effetto. Come ha scritto una allieva di Lacan: "Il bambino subisce la società, la sua cultura, la sua organizzazione e il suo linguaggio, disponendo di una sola tragica alternativa: o sottomettersi o perdersi nella malattia"
In definitiva, nella concezione di Lacan sembra che l'individuo non possa né attingere alle sorgenti dell'inconscio né mettere in discussione l'ordine dato: si trova perciò in una situazione di radicale sterilità.
Se ora proviamo a confrontare il pensiero di Brown e quello di Lacan saltano all'occhio, tra le molte differenze, alcune essenziali concordanze. Cercherò di enumerare le principali. Dal punto dì vista dell'atteggiamento, spicca anzitutto l'orientamento nostalgico-pessimistico. Sia l'uno che l'altro coltivano la nostalgia delle origini e in nome di essa svalutano radicalmente il presente. Il vero mondo, la vera vita, o addirittura la Verità tout court sta in un al di là che ha gli attributi della perfezione. La condizione umana nasce da una frattura, da una caduta, da una separazione. Il tema dell'anamnesi, del ritorno indietro - così caratteristico in tutta la psicanalisi - sfocia qui in quello del Paradiso perduto. Gnostici senza saperlo, Lacan e Brown ravvisano nel mondo il male e l'errore. Nell'oltremondo è il luogo della illimitata felicità, cui non si può non tendere. Così come Brown spera in una alleanza di Io ed Es, è stato notato (10) che anche Lacan dà della frase freudiana “Là dove era l'Es dovrà essere l'lo” una interpretazione di segno contrario, che potrebbe suonare così: “Io là devo venire alla luce, in quel luogo in cui l'Es è come luogo d'essere... Devo ritrovare quel luogo d'origine, riconoscerlo, lasciarlo apparire e custodirlo” (11). 0 anche: “Là dove l'Es permane, laggiù come soggetto devo io arrivare. Per perdermi in esso...”. Entrambi sono sotto il segno della Madre, dell'origine, dell'inconscio come luogo della pienezza istintiva.
Questo atteggiamento impedisce loro di elaborare una antropologia dialettica, in cui gli opposti entrino in relazione. Al contrario, abbiamo qui da un lato la "verità" inattingibile, motore immobile la cui esistenza è conoscibile soltanto in via indiziaria, deus absconditus cui per definizione è impossibile (soprattutto in Lacan) rivelarsi, giacché ogni rivelazione è sempre un travestimento e quindi un tradimento. Dall'altro abbiamo il mondo dei significanti senza significato, il mondo appunto delle illusioni e dei travestimenti. Da questo punto di vista il superamento dell'Edipo - cui Lacan dedica molta attenzione - sembra realmente un evento catastrofico. Nel momento in cui esso eleva l'individuo a soggetto, lo aliena all'ordine dato (in Lacan, la "legge del padre") e così lo fa edotto che egli è soggetto di niente. Vita e senso, ridotti a due fantasmi, sono destinati a cercarsi senza potersi mai incontrare. Da un lato la libertà assoluta come nostalgia delle origini, dall'altro la resa al sociale, che sostanzia la vita inautentica.
Questa logica disgiuntiva sembra escludere ogni possibilità dì dialogo tra conscio e inconscio, così come tra individuo e società. Dove c'è dialogo c'è tensione ma il modello -o, potremmo dire, la fantasia della psiche- comune a Brown e Lacan esclude ogni idea di tensione e predilige invece una concezione statica e monistica della realtà. Piuttosto che entrare in relazione gli opposti sono concepiti come ipoteticamente alternanti: ciò che prevale di fatto è il mondo inautentico; sullo sfondo, ma sempre coperto da un velo, pronto a sostituirlo e tuttavia mai attualizzato, è il mondo della pienezza istintiva, che in Lacan si colora di nostalgia mentre ìn Brown, ribaltandosi nel futuro, si propone come utopia. Nostalgia o utopia, mai progetto. Il paradiso perduto è visto come unico bene reale che, ove fosse possibile, occorrerebbe reintegrare.
Il monisrno di Brown e Lacan discende direttamente dalla concezione naturalistica, mai messa in dubbio, secondo cui l'essenza dell'uomo sta nella sua istintualità. Di qui la comune concezione della sublimazione come travestimento, maschera dei desiderio, che costantemente rinvia ad una verità che non può mai dirsi esplicitamente.
Se questo è l'orizzonte comune dei due autori, ciò che li distingue è l'opinione circa la inevitabilità e la reversibilità del passaggio dal mitico stato di natura al repressivo stato di civiltà. Come sappiamo, Lacan sostiene che la alienazione al sociale è la sola condizione di sopravvivenza e la scissione che separa la cosa e il segno è un processo a senso unico; Brown invece sogna un ribaltamento delle posizioni attraverso la costruzione di quello che egli chiama un lo dionisiaco.
Se volessimo indulgere ad una interpretazione secondo modelli archetipici delle posizioni dei due autori, potremmo forse dire che gli esiti della psicoanalisi di Brown stanno sotto il segno del Puer e quelli di Lacan sotto il segno della Persona.
Ovviamente, le differenze si rispecchiano anche nella concezione della cura, che in Brown si configura come stimolo alla mitica liberazione degli istinti, mentre in Lacan sembra orientata a favorire la consapevolezza della inattingibilità dei luogo dell'origine (il luogo dell'Altro) e la accettazione della necessaria illusione in cui consiste la vita. La soluzione di Lacan, che è insieme tragica e consolatoria, sembra portare a una valorizzazione della sublimazione; quella di Brown. almeno tendenzialmente, alla perdita dell'Io. Usando una metafora di Wittgenstein (12) si potrebbe dire che Brown vuole insegnare alla mosca a uscire dalla bottiglia, presupponendo dunque che la via d'uscita esiste; Lacan invece vuole insegnare la rassegnazione di fronte alla consapevolezza che in realtà non vi è alcuna via d'uscita.
Detto questo, va ora sottolineato che sia Brown che Lacan girano intorno a un problema che è fondamentale anche per Jung. Basti pensare a quella pagina de La libido, in cui Jung osserva come “al mattino della vita il figlio si strappa a fatica dalla madre e dal focolare domestico,... credendo spesso di avere dinanzi a sé il suo peggior nemico pur albergandolo dentro di sé: l'anelito pericoloso ad inabissarsi in se stesso, annegare nella propria sorgente, di esser tratto giù nel regno delle madri” (13). Nei termini junghiani questo è il problema del sorgere della coscienza, del polarizzarsi dell'esperienza in opposti che entrano in conflitto tra di loro. Leggendo sia Brown che Lacan si ha spesso l'impressione che il conflitto sia qualcosa di aggiunto alla vita o, se si vuole, alla natura umana: un errore, un disguido, così come un disguido è la civiltà stessa. Opera qui forse un equivoco circa i rapporti tra rimozione e conflitto, quasi che, eliminando la rimozione, sì eliminasse il conflitto. La rimozione è, casomai, un tentativo di non sopportare la tensione inerente al conflitto, eliminando uno dei termini. In realtà, per eliminare il conflitto, occorrerebbe eliminare l'lo. Ma è forse proprio questa la segreta speranza sia di Brown sia di Lacan.
La situazione conflittuale sembra invece a Jung inerente alla stessa struttura dell'esistenza e in essa egli pone la dignità morale dell'uomo: per questo connota positivamente, come una conquista, la faticosa emersione dal regno delle madri. Così come positivamente è connotata la pur pericolosa discesa periodica, a fini di rigenerazione, nello stesso grembo fecondo. In questo scambio bidirezionale tra lo e inconscio, che rende a sua volta possibile un analogo scambio tra individuo e società, sta uno dei punti essenziali della antropologia junghiana. In esso è contenuta la risposta al problema che, come abbiamo visto, porta Brown e Lacan in un vicolo cieco. Le soluzioni offerte da questi due autori conducono infatti in ogni caso ad una resa: resa all'inconscio (Brown) o resa al collettivo (Lacan). All'origine di questo scacco sta probabilmente l'accettazione globale dei punti essenziali della antropologia freudiana, e in particolare le nozioni di inconscio desiderante come fondamento ultimo della vita psichica, di conflitto tra natura e società, di rimozione e sublimazione come soli mezzi per tenere a bada il conflitto.
Jung invece trae dall'esperienza dell'individuazione l'idea di una possibilità di sottrarsi al mero essere agiti dalle forze contrastanti dell'inconscio e delle norme collettive. Individuazione, funzione trascendente, simbolo sono elementi di una stessa esperienza giacché, per usare le parole di Jung, "mediante la funzione trascendente vengono date quelle linee di sviluppo individuali che non potrebbero mai essere raggiunte per la via già tracciata da norme collettive" (14). Nel simbolo, inteso in senso junghiano, si arresta la corsa metonimica del desiderio di significante in significante di cui parla Lacan, giacché il simbolo non rinvia che a se stesso, al suo essere "pregno di significato" : in esso la massima tensione di fattori opposti si apre su nuove possibilità di vita. Nella sintesi o trascendimento degli opposti operata dal simbolo può trovare allora fondamento una teoria della creatività che non sia semplicemente una estensione della sublimazione come meccanismo di difesa.
Per tornare a Lacan, osserverò come la inattingibilità del significato, in una prospettiva junghiana, assuma un ben diverso valore. Il possesso del significato ultimo sarebbe la fine della storia, ed è questa in fondo la speranza impossibile annidata nel pensiero di Lacan. Per Jung la intraducibilità del simbolo è invece il motore dello sviluppo, uno sviluppo che si paga con la accettazione della tensione e la rinuncia alle più facili soluzioni unilaterali (o la "omelette", il ritorno nell'indifferenziato, o la repressiva "legge del padre"), cui sia Brown che Lacan aderiscono.
Abbiamo visto che. Brown vuole insegnare alla mosca ad uscire dalla bottiglia, mentre Lacan vuol persuaderla che stare dentro la bottiglia è l'unica decisione possibile. Se consideriamo la situazione dal punto dì vìsta junghiano, l'immagine della bottiglia non mi sembra adeguata. Sono invece portato a scegliere quella del labirinto. Questo per vari motivi. Il labirinto è anzitutto una situazione problematica, esposta ad errori continui (i vicoli ciechi), nella quale nessuno sbocco è assicurato ma che sollecita in chi deve attraversarlo un atteggiamento complesso in cui l'affidarsi al caso, alla fortuna, e il controllo razionale di ciò che si è fatto vanno di pari passo. Ma, al di là di questo, come Kerényi ha mostrato, la danza del labirinto esprime “una direzione, che conduce fin dentro la morte, e a superare la morte stessa”(16). Essa si muove nella direzione della morte, per portare infine all'origine della vita. Il coraggio di entrare nel labirinto, di esporsi all'oscurità e alla morte (il sacrificio dell'Io di cui parla Jung, in un senso però ben diverso da quello di Brown), è condizione perché possa manifestarsi il simbolo che fa nuovamente riaffluire la vita.
Augusto Romano
NOTE
(1) Di N.O. Brown si possono leggere in italiano: La vita contro la morte, Adelphi, Milano 1978 e Corpo d'amore, Il Saggiatore, Milano 1969.
(2) N.O. Brown, Corpo d'amore, cit., p. 47.
(3) N.O. Brown, La vita contro la morte, cit., p. 149,
(4) Ivi, p. 194.
(5) Ivi, p. 198.
(6) N.O. Brown, Corpo d'amore, cit., p. 188.
(7) Nei termini di E. Neumann (cfr. Evoluzione culturale e religione, Armando, Roma 1974) si dovrà qui parlare di mistica "nichilistico-uroborica" in contrapposizione alla mistica "trasmutativa".
(8) Platone, Simposio, Laterza, Bari 1967, p. 173 ss.
(9) A. Rifflet-Lemaire, Introduzione a Jacques Lacan, Astrolabio, Roma 1972, p. 101.
(10) U. Eco, La struttura assente, Bompiani, Milano 1968, p. 340 ss.
(11) Nella traduzione italiana del testo di Lacan (J. Lacan), Scritti, Einaudi, Torino 1974, p. 407 ss. si legge: "lo là devo... venire alla luce di questo stesso luogo in quanto luogo è d'essere".
(12) L'uso di questa metafora mi è stato suggerito da N. Bobbio, il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino, Bologna 1979, p. 21.
(13) C.G. Jung, La libìdo: simboli e trasformazioni (1912), Boringhieri, Torino 1965, p. 347 (ora in Opere, vol. 5, 1970).
(14) C.G. Jung Tipi psicologici (1921), in Opere,vol.6,Boringhieri,Torino 1969, p. 464.
(15) Ivi, p. 484.
(16) K. Kerényi, Nel labirinto, Boringhieri, Torino 1983, p. 44. Vedi anche p. 56 ss.
Pubblicato in: L.Zoia (a cura di) La psicologia analitica di fronte alle altre psicologie del profondo ,Bertani ed., Verona 1986.
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