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LA REDENZIONE DI SATURNO
VICENDE DELLA DEPRESSIONE IN PERSONALITA' NARCISISTICHE
1. La descrizione delle sindromi narcisistiche evidenzia spesso una contraddizione. I pazienti vengono infatti presentati come portatori di tratti e comportamenti che, in senso lato, possono essere definiti depressivi; al tempo stesso però vien detto che essi sono incapaci di provare reazioni depressive (ad esempio, v. Kernberg, 1975, trad. it. p. 237). L'analisi di questa contraddizione, che si rivelerà solo apparente, può servire come introduzione a un discorso clinico sui rapporti tra narcisismo e depressione.
La depressione presente nel paziente all'inizio della terapia è mascherata da atteggiamenti esteriori di plateale autonomia, benessere, disponibilità alle relazioni, spesso vissute con senso di superiorità. Tali atteggiamenti sono però come intrisi di rabbia che, come si sa, è spesso una negazione della sofferenza. Per questo parliamo, nel narcisista, di una depressione rabbiosa. Essa si declina come sentimento di vuoto e di insignificanza, scontentezza, noia, senso di colpa, superficialità nei rapporti interpersonali.
Come si è detto, a questi stati d'animo si sovrappone un atteggiamento volontaristico ed efficientistico, volto all'affermazione, al successo, al potere. E' dunque facile cogliere una incongruenza tra le due modalità coesistenti; in tale incongruenza si rivela quella che potremmo chiamare l'assenza di spessore del narcisista, la sua obliquità che è insieme tragica e sinistra, quasi una belle indifference.
L'insieme dei tratti depressivi è vissuto dal soggetto come qualcosa che può essere solo subìto con fastidio ed è in gran parte rinviabile alla dimensione del destino, ordinatore remoto e incomprensibile delle vicende umane. Quello è il suo carcere, l'involucro che lo serra ma non gli appartiene. Come è stato osservato a proposito di pazienti depressi figli di madri distruttive (Hubback, 1983, trad. it. p. 27), il problema del paziente è spesso quello di non riuscire ad emergere da una identificazione inconscia con la madre e di smettere di partecipare alla rabbia e alla tristezza di lei. Si potrebbe dire che il tentativo di oggettivare la tristezza e di farne un sintomo senza referente allude, al di là delle intenzioni del paziente, al fatto che essa non gli appartiene, quanto meno nella forma in cui si dà. Però indica pure che il soggetto sta tentando una operazione di risparmio. Egli vorrebbe allontanare la depressione, per così dire ingenuamente, come si allontana una mosca fastidiosa, non invece ricondurla nell'utero materno portandola sulle spalle come un peso quasi insopportabile.
Si può allontanare soltanto ciò che ci è vicino: il narcisista non coglie il paradosso consistente nel volersi liberare di qualcosa che egli vive come lontano (cioè non suo), di qualcosa che dunque egli non riesce a toccare. Egli sta al centro della sua cella, non si avvicina alle mura del carcere; e queste continuano ad opprimerlo. La loro lontananza si dà in lui come lontananza da se stesso.
Ci troviamo di fronte al nucleo patologico della depressione, a una depressione che non parla (che il paziente non vuole che parli, o non immagina che possa parlare).
E' evidente che quando Kernberg (Kernberg, 1975, trad. it. p. 236) osserva che i narcisisti non sanno esprimere genuinamente sentimenti di malinconia, rimpianto, lutto, l'accento cade sull'avverbio “genuinamente”. Genuinità significa in questo caso appartenenza. Il paziente narcisista non vuole (non sa) raccontare una sua storia. Il suo agire è coatto, e immobile lo scenario su cui esso si accampa. Il suo affaccendarsi è illusorio in quanto non libero, e dunque si sottrae al tempo, con la conseguenza che il tempo schiaccia chi non lo riconosce. E dunque possiamo anticipare qui che l'uscita dal narcisismo (la morte di Narciso) coincide con l'ingresso nel castello della depressione, o meglio con la conquista della depressione consapevole, che significa l'intimità con se stesso, cosa che il narcisista teme soprattutto. Tale conquista non è però possibile, come ha osservato Schwartz-Salant (Schwartz-Salant, 1982, trad. it. pp. 32 sgg., pp. 172 sgg.) sino a quando è presente la confusione tra Io e Sé (in senso junghiano), orientata al potere. L'Io del narcisista, anziché sottomettersi al Sé, cerca per così dire di fondersi col Sé per utilizzarlo in senso difensivo. Ciò determina una inflazione dell'Io e dunque l'impossibilità di percepire l'Ombra e la sua cieca volontà di potenza. In questa situazione la limitatezza dell'Io, il suo diritto all'infelicità, può essere vissuto soltanto come depressione oggettivata, la cui origine è proiettata sul destino o sul mondo. L'impotenza negata riappare, irraggiungibile e insieme presentissima, sotto forma di insignificanza. La solitudine disperante si presenta come il sostituto terribile dell'umano, inevitabile ma anche liberatorio, esser separati.
Si coglie qui l'essenza saturnina della condizione narcisistica. L'immobilità del narcisista malgrado l'apparente movimento, la sua rigidità, la passione per il potere sono l'esatto equivalente dell'essere inghiottiti e sepolti dentro Saturno.
Saturno nella fase ascendente della sua parabola teme il cambiamento e la trasformazione al punto di divorare i propri figli, ossia rinunciare alla propria creatività, per assicurarsi una immobilità che lo protegga dal fantasma negato della propria impotenza.
Allo stesso modo le resistenze del narcisista, la sua svalutazione di ogni possibilità di cambiamento, la freddezza con cui egli rivendica l'assolutezza di ciò che è, la sua onnipotenza nella ripetizione, la lucidità disastrosa, lo scetticismo sarcastico, l'attaccamento a una sofferenza portata come una divisa e apparentemente compensata dallo slancio irrigidito verso il successo, infine il suo eroismo in negativo, da vittima sacrificale ma indomita di un mondo che non lo comprende: tutto ciò, e altro ancora, rappresenta la protesta e il rifiuto che il Saturno che tutto vuole controllare eleva contro il tempo apportatore di cambiamento.
Ma ogni immagine è molteplice: si può restare indefinitamente a rimuginare saturninamente ma anche -stando dentro Saturno- si può decidere di volere l'oscurità, la sofferenza, la morte, e così superare la prova.
Saturno è amaro e “ogni cosa nella sua prima materia è corrotta e amara” (Ripley, cit. in Jung, 1971, trad. it. p. 184).
Amarissimo era nella sua prima sembianza Dario, un paziente a struttura narcisistica. Amaro in sé e amaro da degustare. Figlio di una madre analfabeta, che per lui aveva immaginato, e spasmodicamente voluto, il successo professionale, sino a ripudiarlo quando le sue aspettative non erano state soddisfatte nella forma assolutamente fantastica che lei sperava, Dario esibiva una depressione cerimoniale intrisa di acido fatalismo.
Colpevole senza possibilità di riscatto verso una madre interiore dura ed esigente, che mai lo avrebbe perdonato, le sue rabbie furibonde e le invidie di cui non si rendeva conto erano per così dire incartate, confezionate dentro un involucro fatto di funebre cortesia. Freddezza, sfiducia, assenza di interessi e di sentimenti, coniugate con un impegno lavorativo intensissimo (Dario aveva pur fatto una sua accettabile carriera), i cui risultati -come si può immaginare- non erano per lui mai soddisfacenti, per cui egli spesso inquietamente migrava da un lavoro all'altro.
Sensazione costante di solitudine, atteggiamento larvatamente vittimistico, incapacità di intrattenere relazioni personali significative, culto nichilistico del destino, costruzione di una Persona da eroe tragico votato al fallimento, disprezzo per chi piange e chiede conforto o aiuto. Per Dario, tutto era già accaduto ed egli era stato chiamato ad amministrare le macerie di un mondo scomparso, che mai sarebbe potuto tornare in vita. L'ipnotica nostalgia che lo pervadeva mimava un tratto caratteristico dell'esperienza mistica, che è l'insopportazione radicale del mondo così com'è e lo struggimento inappagabile verso qualcosa che si situa sull'orizzonte oltremondano, fuori del tempo. Naturalmente, tutto il male era vissuto in proiezione, con modalità a volte francamente persecutorie. Impossibile era il rapporto con l'Ombra: la madre aveva collocato Dario nella irrealtà, in un luogo cioè dove l'Ombra, il male, il limite, l'umana miseria non erano consentiti. Egli dunque viveva al di sopra di se stesso (da cui l'ipertrofia della Persona) ma anche orribilmente al di sotto di se stesso, non essendo in grado di utilizzare, di spendere la moneta nascosta nella sua debolezza negata. Gli aspetti depressivi della sua personalità erano da lui considerati certamente come sgradevoli e penosi, ma al tempo stesso venivano per così dire estetizzati: diventavano il vestito dalle mille sfumature grigie che lo teneva al riparo da se stesso e dal mondo, impedendogli di rimettere in moto la sua vita. Dunque, la depressione era per lui una sorta di madre. Ma quale madre? La sua stessa madre, quella che aveva voluto per lui l'impossibile, ed ora lo custodiva dentro quella impossibilità; una madre remota e vendicativa (“Mia madre, per quanto si togliesse il pane di bocca per noi, non aveva pietà”).
Del resto, è evidente che il femminile della madre era al servizio di un Animus di potere (“Mia madre era molto maschio”). Il guaio è che era l'Animus a parlare, ma Dario vedeva la madre. Si può facilmente immaginare che questo equivoco protratto generi la convinzione che il sentimento porta con sé sempre inganni, pericoli, effetti negativi.
Di qui l'esigenza difensiva di controllare tutto e l'arroccamento saturnino. Il vecchio Saturno aveva mangiato il bambino spaurito e bisognoso che era in lui, rendendolo duro, arrogante, cinico, infinitamente alienato da sé.
Ma se il bambino è in noi anche il ricettacolo del futuro, Dario non aveva più futuro. Ed egli, con la sua finta saggezza, lo andava dimostrando. Si potrebbe anche dire che la depressione era per Dario il prezzo della falsa coscienza, della sua duplicità, nella quale era interrotta qualsiasi comunicazione fra le parti.
Naturalmente, il transfert iniziale non poteva essere che difficile, sostanziato di diffidenza e di sospetto, giocato tutto su un atteggiamento ostentatamente freddo e intellettualistico, estraneo ad ogni coinvolgimento emotivo (“Sono venuto da lei come da un professionista, un avvocato, un commercialista...”).
Sin dall'inizio però, mescolata alla rabbia e all'invidia, è presente una forte idealizzazione. In un sogno l'analista, sotto specie di elettricista, va tranquillamente controllando e riparando l'impianto elettrico, e intanto fa entrare in casa la sorella del paziente, “una pazza furiosa, incapace di apprezzare quanto di buono viene fatto nei suoi confronti, priva di buon senso, che si sente aggredita da tutti” : vale a dire che se l'analista può riparare la sua casa è al prezzo di costringerlo al confronto con la propria Anima persecutoria e violenta.
Un altro sogno mette in evidenza il disappunto di Dario nei confronti del fatto che le sedute devono essere pagate; i soldi “sporcano” il rapporto, che deve essere puro, disinteressato.
L'idealizzazione, che certamente per lui è una necessità, complica però la situazione, non solo perché è intrecciata alla rabbia e al rifiuto ma anche perché incontra il tema dell'onnipotenza, coltivato dalla madre e associato all'idea di perfezione; e così l'analista rischia di diventare una figura di giudice ricattatorio.
L'analista aveva paura di Dario, e certo a ragione, giacché le sue lame erano assai affilate.
Aveva paura della sua identità con la madre distruttiva, di cui Dario si era fatto esecutore, contro se stesso e contro gli altri. Ma non avrebbe potuto fare granché se non avesse anche sentito nella propria impotenza una forma di pietà, di solidarietà con l'impotenza di quell'altro Dario che era segregato nel Dario vendicatore.
E' stata questa consapevolezza a permettergli di coltivare nel rapporto la cedevolezza, l'accettazione, la passività: i lati che Dario non possedeva e di cui aveva disperato bisogno.
Negare il proprio bisogno può far diventare l'analisi a volte un lungo corpo a corpo, in cui alla fine prevale chi riesce a sopportare le botte dell'altro senza reagire, finché quello si stanca. Una volta Dario disse che l'analista era un buon incassatore, e che questo lo faceva disperare. Incassare era per il terapeuta il modo per corteggiare la speranza che, prima o poi, Dario si aprisse al sentimento, e così inverasse la sua depressione.
Amaro era anche Francesco; intelligente, versatile, amante della natura, ma immerso in un mondo di rabbia e diffidenza verso chiunque.
Eppure teneva questi sentimenti accuratamente celati agli altri e manifestava al contrario docilità e disponibilità che lo rendevano spesso oggetto di richieste di aiuto e collaborazione, spesso a lui sgradite, a cui non sapeva mai dire di no. Era violento in lui il conflitto tra il bisogno di essere accettato dagli altri, che lo portava sempre a mettere in seconda linea le proprie esigenze (anche in analisi aveva paura di annoiare l'analista) e la negazione della propria dipendenza, che lo portava ad atteggiamenti autonomistici esasperati: riparava da sè l'auto, l'impianto elettrico, il televisore , aveva costruito da sè la propria casa.
Tale comportamento ricorda quanto scrive M. Klein sulla posizione depressiva, che viene talora affrontata con una difesa maniacale, attraverso cui il soggetto nega il valore degli oggetti buoni e afferma che egli non ha bisogno di alcun altro oggetto se non di se stesso. La depressione diviene possibile quando l'io si identifica con le sofferenze degli oggetti buoni sottoposti agli attacchi degli oggetti cattivi.
Il personaggio principale della vita di Francesco era la madre. Rigida e dominante, presiedeva da sempre alla sua vita, anche dopo il matrimonio e la nascita dei due figli. Nei suoi ricordi, aveva sempre fatto prevalere sui sentimenti materni le incombenze lavorative e la lotta per la conquista di un minimo benessere economico. La famiglia era contadina, e lui figlio unico. Il padre, gran lavoratore ma figura scialba, sottomessa e silenziosa, era morto suicida durante l'infanzia di Francesco, utilizzando quella che lui definì “la sola possibile via di fuga da mia madre”.
La stessa moglie di Francesco, che non era in grado di reggere un confronto diretto con la madre di lui, ne accettava la supremazia gerarchica ed esse coabitavano senza conflitti apparenti. Francesco affermava di odiare la madre ma passava ogni momento libero ad eseguire i compiti che lei gli affidava e, nonostante il benessere raggiunto, per la famiglia non esistevano neppure le vacanze estive.
A questo punto erano comparse in lui delle fantasie suicide, a consapevole imitazione del padre. Ma a quell'epoca, e poi durante la prima fase dell'analisi, non era in grado di accettare la propria depressione: quelle fantasie erano solo un modo perchè “non l'avesse sempre vinta lei”.
2. Gli esempi che abbiamo riportato ci introducono nel cuore del problema della trasformazione dell'atteggiamento narcisistico attraverso la via depressiva; in altre parole, e con la maggiore precisione che è dell'immagine mitica, attraverso la redenzione di Saturno. Ciò che accade è una discesa, che corrisponde a una perdita di potere. La funzione rigenerante della regressione si mostra qui in tutta la sua evidenza. Come è stato osservato, Dioniso è, dal punto di vista psicologico, l'antagonista di Narciso (Schwartz-Salant, 1982, trad. it. p. 259). Dunque, il ritorno all'unità dionisiaca attraverso un affondamento dentro di sé in cui le rigide difese del narcisista vanno dissolvendosi, è la strada che permette di riammettere nel circolo vitale la rabbia, la paura, il dolore. Si rompono le barriere, si torna nell'informe; l'Io mortificato accetta di diventare passivo e vive la passività non più come disastrosa impotenza ma come modo per il ricongiungimento con la totalità. Questo è, per il narcisista, particolarmente difficile: egli, che è così presente nel mondo, così desideroso di affermarsi e di brillare, resiste alla morte, alla dissoluzione nelle acque dell'inconscio.
In un testo alchemico è detto: “Anche i filosofi dicono che, quando compare la nerezza, occorre rallegrarsi” (cit. in Jung, 1971, trad. it. p. 508). Il ritorno al caos è infatti considerato dagli alchimisti come una parte essenziale dell'opus (ibid., p. 188); il che è facilmente trascrivibile sul piano psicologico quando si ponga l'equazione caos - inconscio e si consideri questo come matrice di ogni possibilità. La finta unità, la monoliticità del narcisista saturnino si spezza; il suo spirito si offusca, le certezze vacillano, vergogna e disorientamento entrano nella sua vita.
Al tempo stesso però si dà la possibilità di far propria la lacerazione e l'afflizione dell'anima, e così anche di cominciare a ritirare le proiezioni che, modellando la realtà, sino ad allora avevano permesso di vivere in un mondo fintamente ordinato. Se l'esperienza del Sé rappresenta una disfatta dell'Io, questo processo ne è la premessa indispensabile: proprio perché comporta la dissoluzione della personalità, esso rende possibile la ricomposizione della totalità. Viene spontaneo ricordare il verso di Hölderlin, tante volte citato da Jung per esprimere la qualità specifica dei processi trasformativi: “Ma dov'é il pericolo, cresce anche ciò che ti salva” (Patmos).
Nello smarrimento e nell'abbandono gli atteggiamenti irrigiditi incontrano il dubbio ed il narcisista, che in genere è così poco capace di riflessione interiore, può incontrare se stesso. Narciso muore quando entra in se stesso e accetta di conoscersi. Ma questo conoscersi è anzitutto uno sperimentarsi come luogo di ogni contraddizione.
La tematica dell'incesto si presta bene a illustrare questo cammino. Ci riferiamo qui all'incesto inteso non come regressione della libido a livelli infantili, col fine di sottrarsi ai compiti che la vita propone (come tante volte si presenta nel transfert), bensì all'incesto come evento simbolico, in cui viene riattivata la tendenza endogamica e dunque, psicologicamente, l'esigenza di riunirsi con se stessi (ovviamente, le due modalità sono spesso intrecciate). Ciò comporta un ritorno nell'oscura condizione iniziale, là dove la coscienza rischia di naufragare nell'inconscio; ma anche qui occorre distinguere tra un naufragio subìto e una morte accettata. Sul piano transferale, questo è il momento più difficile, giacché spesso l'incontro con se stesso viene aggirato attraverso la proiezione sul terapeuta.
Naturalmente, “se la traslazione resta quello che è, cioè proiezione, il rapporto che essa genera mostra una tendenza alla concretizzazione regressiva” (Jung, 1946, trad. it. p. 261). Peraltro, un impegno volontaristico da parte del terapeuta, volto alla soluzione prematura del transfert, può danneggiare irrimediabilmente il processo. Dunque, anche l'analista è posto in quella posizione tormentosa di oscurità e incertezza che auspica per il paziente.
Il descensus ad uterum di Dario avvenne seguendo tre strade: l'esposizione alla passione amorosa, il recupero onirico della figura del padre, il transfert.
Dario, da ragazzo, si era innamorato di una donna un po' più vecchia di lui, che però aveva abbandonato dopo gli insuccessi scolastici e la maledizione materna. Più tardi aveva saputo che Aurelia -così chiameremo la ragazza- si prostituiva ed era stata addirittura implicata in un assassinio, riuscendo però a cavarsela, dal punto di vista giudiziario, per il rotto della cuffia. Nel corso dell'analisi, Dario decide improvvisamente di interrompere la terapia (che riprenderà dopo circa sei mesi) per tornare al paese di origine, in Sicilia, e reincontrare Aurelia. Fu un periodo di entusiasmo indicibile e insieme di grandissima sofferenza. Aurelia, “gioia dell'assoluto”, “immagine divina”, era pura natura sciolta da vincoli, voragine del momentaneo, che lo faceva dannare. Egli la paragonava al mare, descriveva il rapporto sessuale con lei come una trance ipnotica; eterna seduttrice, messaggera dell'”altro mondo”, sempre sfuggente, Aurelia gettò Dario nell'estasi e nella disperazione. Lungamente, dopo la ripresa, questa relazione fu il comune impegno dell'analisi: immagine incandescente di ciò che sta oltre l'Io e per l'Io rappresenta uno scandalo. Ma intanto le difese erano state scardinate (anche se continuavano a sventolare come vessilli lacerati). Soccorrono qui le parole di Jung: “L'oscurità lunare della donna è, per l'uomo, fonte di continue delusioni, che facilmente sono causa di amarezza, ma che al tempo stesso assicurano la saggezza, nella misura in cui sono comprese dall'uomo. Naturalmente ciò è possibile soltanto se egli è disposto a riconoscere il suo sol niger, ossia la sua Ombra” (Jung, 1971, trad. it. p. 236). E ancora: “La delusione, in quanto shock subìto dal sentimento, non è solo fonte di amarezza, ma è anche il più potente incentivo alla differenziazione affettiva. Il fallimento di un progetto amoroso, il comportamento di una persona amata che non corrisponde alle nostre attese e così via possono costituire un impulso verso un'esplosione affettiva più o meno brutale o verso una modificazione e un adattamento del sentimento(...)” (ibid., p. 237).
Il padre di Dario, già morto quando Dario aveva iniziato l'analisi, era stato un fannullone egocentrico con evidenti tratti di marginalità; una specie di “barbone”, senza lavoro, senza progetti, irresponsabile, all'occasione brutale, indifferente al giudizio altrui, che però riusciva anche simpatico, impietosiva, seduceva. Dario odiava ferocemente quest'uomo (“Un uomo come te non ha diritto di vivere”, gli aveva detto), che rappresentava l'opposto dell'ideale materno.
Però, in un sogno di grande impatto emotivo, proprio il padre lo introduceva in un ambiente femminile accogliente, caratterizzato da una grande confusione di ruoli (una donna è alternamente nonna e moglie del padre, ma nessuno si dà pensiero di questa e di altre contraddizioni). Evidentemente, dentro la patologia del padre era nascosta l'immagine del puer aeternus, del figlio prediletto della Grande Madre. Il padre guida Dario nella dimora del materno, nel luogo senza confini definiti, dove i ruoli sociali sono sconosciuti, dove è però possibile accettarsi così come si è, con i limiti, gli errori, le contraddizioni che ci fanno umani. E dunque l'immagine del padre diventa, in questo contesto, un farmaco anti-Persona, anti-Animus, anti-ambizione, un fattore riequilibrante rispetto all'influsso della Madre terribile, incarnata dalla madre reale di Dario. Altri sogni, di cui sono protagonisti un camionista negro o altri negri dotati di una prorompente vitalità, hanno contribuito ad aprire le porte all'irruzione di una energia istintiva di torrenziale esuberanza e a favorire un entusiasmo per la vita lungamente negato. Due frasi di Dario aiutano a inquadrare la complessità contraddittoria di questa discesa agli inferi: “Mi sento triste e depresso vedendomi così esposto e così impotente di fronte alle forze oscure che soverchiano la mia volontà...”; “Tutta la vita ho lottato per reprimere la mia spinta vitale, e poi ho capito che è questa a salvarmi”.
Del transfert ostile e di quello idealizzato abbiamo già detto precedentemente. Qui va segnalato l'emergere di un transfert di dipendenza, spesso strettamente intrecciato con le altre due modalità. Era in questo transfert un che di filiale, una dipendenza adorante, che rappresentava il trasferimento sull'analisi del bisogno di essere contenuto e totalmente accettato; però sempre incombeva il fantasma del tradimento. Infatti Dario sognò l'analista come un ebreo rinchiuso in un lager, e dunque come ciò che in lui era perseguitato. E più volte lo accusò di non riuscire a immedesimarsi nella sua rabbia, di essere dentro la congiura degli altri.
L'analista, che per fortuna in quei momenti si sentiva immune dal furore interpretativo, si rattristava e gli chiedeva scusa. Ma Dario sognò anche di perdere coscienza, cioè di perdere il suo terribile autocontrollo, nello studio dell'analista. Questi, spesso turbato e assai incerto sul da farsi, assecondò i suoi movimenti di dissoluzione dell'Io-Persona allentando i tradizionali vincoli del setting. Accettò senza discutere l'interruzione dell'analisi motivata dalla ricerca di Aurelia; certe volte lo ospitò nel suo studio, quando lui non c'era, perché potesse concludere un lavoro impegnativo, per il quale era necessaria una particolare tranquillità (questa almeno fu la giustificazione della richiesta); spesso partecipò col silenzio alla sua sofferenza nel sentirsi abbandonato.
Riguardando a ritroso ciò che accadde, ancora oggi è convinto che, pur avendo sbagliato tante altre volte, la linea di questi interventi è stata vincente, perché sintonica con l'esigenza nascosta nel paziente: quella di accedere alla passività ed alla accettazione di sé. Perciò un atteggiamento non attivistico, accogliente, che non attribuisce all'analisi scopi definiti, che non teme il disordine e l'angoscia ma vi partecipa, che sa combattere contro il buon senso e il facile moralismo è quello che, Deo concedente, può favorire la trasformazione. Non si pensi però a un idillio. Tutt'altro. Piuttosto a una coesistenza caotica di elementi disparati. C'è per esempio un episodio, accaduto già in una fase avanzata dell'analisi, il cui ricordo ancora turba l'analista.
Una volta, nel congedarsi, l'analista disse scherzosamente al paziente, che è siciliano: “Bacio le mani”. Dario si voltò lentamente senza parlare e guardò l'analista con lo sguardo della Gorgona. Nel ricordo, tutta la scena si svolge au ralenti. Ancora adesso fa rabbrividire, come se fosse stata improvvisamente, violentemente tirata fuori dal guardaroba dei gesti archetipici.
Anche il descensus ad uterum di Francesco seguì l'esposizione ad una passione amorosa, la prima veramente coinvolgente nella sua vita. Si trattava di una giovane collega, che gli ispirò un sentimento rispetto al quale temette di perdere il controllo. Sentiva che avrebbe desiderato andarsene con lei, abbandonando moglie e figli, ma si bloccò: cominciò a tergiversare, finchè lei lo abbandonò. Fu questo fatto a scatenare in lui un sentimento depressivo feroce che lo condusse all'analisi.
Con lui, come con Dario, l'analista si scontrò inizialmente con un atteggiamento che rifiutava ogni coinvolgimento emotivo, con il continuo utilizzo di frasi di circostanza e banali, con una passività aggressiva rispetto a qualunque suo intervento. Reagì con rabbia, pur molto controllata: cadendo in pieno in una trappola transferale che esasperò il proprio sentimento di impotenza terapeutica sotto la forma dell'incomunicabilità. Ma riuscì poi a recuperare la linea della passività e Francesco, poco a poco, si sbloccò.
Portò in seduta qualcosa di cui si vergognava, ma che era andato nel tempo arricchendosi di grande intensità: frequentava una prostituta con la quale il rapporto era presto divenuto qualcosa di diverso dall'abituale commercio sessuale. La ragazza, già gravata di enormi problemi personali (tossicodipendenza e sieropositività), aveva saputo cogliere in lui, dietro l'aggressività, il dolore, e lo medicava, nei loro frequenti incontri, con abilità infermieristica e tenerezza materna.
Si accese in Francesco un sentimento che, impedito a trasformarsi in una relazione da insormontabili ostacoli oggettivi, coltivò interiormente come la proiezione di un'immmagine del femminile finalmente positiva, tale da consentirgli nel tempo un rifiuto del matriarcato senza dover castrare il proprio lato di sentimento.
A quel periodo (un anno dall'inizio dell'analisi) risale il seguente sogno:
-Ero nella mia casa, al piano superiore, in cui abito effettivamente. Però la casa era ancora in costruzione, erano complete solo le strutture in calcestruzzo ed il tetto. Solo nell'alloggio in cui stavo vi erano le pareti esterne, ma incomplete. L'ambiente era freddo, inospitale e solitario. Scendevo lungo le scale, prive di parapetto. Il piano sottostante, in cui normalmente abita mia madre, era totalmente vuoto e privo di illuminazione: si vedevano a distanza le stelle, attraverso le pareti mancanti. Rabbrividivo per il freddo, così scesi ancora al pianterreno, poi in cantina, perchè sentivo arrivare dal basso un certo tepore. E lì sulle scale, al buio, una donna sconosciuta mi abbraccia e mi bacia con passione. Mi sveglio con una sensazione di felicità…
Ne riporta una forte impressione, lo cita spesso. Trovare “una donna che mi capisca” diventa la fantasia dominante. Ha una sensazione di rinnovata energia, non ha più idee di morte.
Il periodo sereno con la prostituta fu breve, ma modificò radicalmente l'atteggiamento esistenziale di Francesco, anche nella relazione analitica. Cominciò a raccontare del lavoro, dei figli, uno dei quali aveva una seria malattia, del progetto di qualche vacanza con loro. Recuperò nell'immagine dell'analista una figura paterna positiva e tollerante, a cui portava con orgoglio i propri piccoli e grandi successi professionali e familiari, qualche piccolo dono (sementi di piante non comuni, di cui era appassionato). Osò anche chiedergli finalmente qualcosa, come libri in prestito o consigli pratici, dimostrando di saper accogliere un po' di più i propri bisogni.
Fece un altro sogno importante:
“Salgo lungo una strada di montagna, in un panorama di cime innevate, con la pianura alle spalle, dove si vedono le luci di una città: forse il luogo in cui abito. Dietro di me ci sono i miei figli e mia moglie, ma non li vedo chiaramente. La meta è un ristorante (ora ogni tanto andiamo al ristorante). A un tratto vedo delle magnifiche aiuole, ed al centro una macchia di gerani blu: ne spezzo un rametto per farne una talea a casa mia. Sono sicuro che attecchirà, perchè ho fatto in precedenza molta pratica con un vecchio giardiniere che mi aveva preso a benvolere. So che questo fiore è preziosissimo, introvabile: mi dimentico di tutto il resto e mi avvio verso casa”.
Ne trae autonomamente alcuni spunti profondamente innovativi. Il percorso del sogno -uscire la domenica con la famiglia, andare in montagna, andare al ristorante- insomma tutti gli sforzi reali di Francesco per reintegrarsi nel ruolo di partner e di padre, acquistano anche un significato simbolico, di viaggio iniziatico verso una meta individuativa, viaggio che deve compiere da solo, ma riferendosi a una figura paterna ideale (il vecchio giardiniere) che gli fornirà gli strumenti necessari per raccogliere e far attecchire dentro di sè il fiore prezioso, scoperto simbolo del Sè.
Nell'interpretazione di questo sogno non è possibile, né forse lecito, trattenersi dal raccogliere a piene mani i rimandi a sogni simili che la letteratura ci offre. Come nel sogno iniziatico di Enrico di Ofterdingen, protagonista dell'omonimo romanzo di Novalis, in quello del padre di lui, nella saga del fiore magico diffusa in Turingia tra i minatori, nel sogno di Emanuele in Hesperus di Jean Paul, nel sogno citato da Jung in Psicologia e Alchimia, nel disegno, riprodotto nella stessa opera, che prende lo spunto da un sogno in cui “il sognatore disegna spontaneamente un circolo(…). Nel centro si trova un fiore azzurro a quattro petali” (Jung 1944, trad. it. p.163), in quello di una paziente citato da Jung in Psicologia del transfert, il fiore azzurro assume anche in Francesco un significato di riconciliazione, sembra porre finalmente termine alla fase di scontro, al caos e alla nerezza. Esso è simbolo di un mistero che non dovrà mai essere svelato, che resterà impenetrabile: di esso sarà possibile solo una comprensione non intellettuale. Nell'alchimia il “fiore d'oro” “che, come aurum nostrum(…), era lontano dalla grossolana materialità del metallo(…), è indubbiamente di natura simbolica” (Jung, 1944, trad. it. p. 83): rappresentazione, al pari dei mandala, del Sé. E il compito di realizzare l'“età dell'oro”, attraverso l'apertura di un mondo interiore, resa possibile dal percorso iniziatico, spetta al Sé.
I vissuti controtransferali ispirati a un sentimento di accoglienza hanno mostrato anche in altri casi di essere quelli che meglio rispecchiano le esigenze prospettiche custodite nell'inconscio dei pazienti a struttura narcisistica. Ricorderemo una ragazza molto intelligente, Anna, con tratti narcisistici, che si difendeva dalla depressione con il controllo, l'attivismo, l'organizzazione del tempo; cioè con un “Io collocato nella testa” (Ledermann, 1982, trad. it. p. 86). Per fortuna non si era distanziata troppo dalla bambina “imbranata” che era in lei. Viveva perciò una contraddizione tra bisogno di conformismo e tendenza a deviare sempre un po' dalle regole stabilite. La madre, iperconformista e controllante, si era frapposta tra lei e il padre, un uomo introverso, tendenzialmente eccentrico e originale, e le aveva insegnato a vergognarsi di lui e ad elaborare una sorta di “falso sé”. I suoi piccoli strappi alle regole (nel quadro di un sostanziale conformismo) potevano essere considerati come una variante malata della creatività introvertita. Erano indizi, o messaggi, di un altro mondo, il mondo della sua infanzia, caratterizzato dalla tendenza a ritrarsi, dall'atteggiamento sognante, dall'amore per ciò che proveniva dal suo interno. Quello era il mondo che lei amava ma che aveva dovuto rifiutare sino a convincersi di aver avuto una “infanzia difficile”, in quanto non coerente con le aspettative materne. Nel corso del trattamento Anna -che sino ad allora era vissuta dentro una idea del mondo come spazio ostile, competitivo, nel quale bisognava mostrare a tutti i costi di essere autosufficiente- scoprì il desiderio, il bisogno, il piacere di essere accudita, sostenuta, gratificata. In altri termini, vide e accettò la sua debolezza. Questo sviluppo era stato anticipato dal controtransfert: sin dall'inizio l'analista aveva provato sentimenti molto intensi di protezione e di tenerezza, come di fronte a un'orfana, che mostravano -quando ancora non era visibile nel comportamento- la debolezza e la bisognosità della paziente.
3. Come si può immaginare il punto di arrivo della trasformazione dei soggetti narcisisti? Domanda improponibile in questi termini, giacché il punto di arrivo non esiste. Si può isolare qualche elemento significativo, e fare qualche fantasia mitologica. La morte di Narciso coincide con la redenzione di Saturno, che ora è disposto a lasciare spazio al nuovo, offrendogli la sua capacità di contenimento. Il Saturno senza potere diventa saggio, perde la sua arcigna qualità di guardiano della soglia; la depressione può riacquistare il suo significato spaziale di discesa, anche dolorosa, nell'inconscio. Come ha osservato Eugenio Borgna, “la sofferenza che scaturisce dal vissuto della malattia dilata vertiginosamente la profondità degli abissi che si aprono nella conoscenza della propria soggettività (...). Nella sofferenza si fanno visibili le cose ultime nella loro insostenibile trasparenza” (Borgna, 1992, p. 157). La depressione conquistata è una superficie specchiante nella quale Narciso, nell'atto di scomparire, vede se stesso così com'è e ciò che sta al di là di lui.
L'inveramento del Sé -mai definitivo, continuamente sfuggente- è la conquista della totalità. Ma la totalità è compresenza degli opposti; dunque, ciò che attende Narciso è l'accettazione del conflitto e l'inevitabile sofferenza che le è connessa. Ma questa è contemporaneamente l'appagante esperienza della pienezza. “Ciò che per l'innanzi era un peso che si portava controvoglia, e la cui esistenza era un motivo per accusare l'intera parentela, viene riconosciuto come possesso della propria personalità, e si comprende anche che non si può vivere di null'altro che di quello che si è (il che non sempre pare così ovvio!)” (Jung, 1971, trad. it. p. 220).
Riappropriandosi della delusione, e anzi facendone lievito della vita, il narcisista comprende sino in fondo (anche se spesso, come tutti, continuerà a dimenticarlo) che “dobbiamo lasciare alla sfera delle illusioni la possibilità di una redenzione totale del dolore di questo mondo” (Jung, 1946, trad. it. p. 210). L'opinione di Kohut, secondo cui la guarigione coincide con la capacità di contemplare con tolleranza le proprie debolezze, premessa indispensabile per “l'accettazione emotiva del carattere transeunte dell'esistenza individuale” (Kohut, 1971, trad. it. p. 314), se da un lato sembra riecheggiare le parole di Jung, introduce però anche il fattore della leggerezza ironica nel tessuto della guarigione. Sia Narciso sia il Saturno irrigidito sono capaci di sarcasmo, non certo di ironia. E' Hermes, “maestro del bricolage” (Schwartz-Salant, 1982, trad. it. p. 277), e ispiratore dell'ultimo Saturno, il “sovrano dell'età dell'oro, signore delle isole beate, inventore dell'agricoltura”, che ci consente di ridere di noi stessi e di accogliere liberamente odio e amore.
Per gli alchimisti la sapienza deriva dall'amarezza. Il sale nella liturgia battesimale è simbolo di nutrimento spirituale (“sal sapientiae”); il sale “contiene tanto bene quanto male”; in quanto mare esso è “madre di tutte le cose”; in quanto “lacrime di Crono” è amarezza e tristezza; e in quanto “acqua chiara” è la sapienza stessa (Musaeum hermeticum, cit. in Jung, 1971, trad. it. p. 240). Amarezza e saggezza vanno insieme: “vivere in perpetua fuga da se stessi è un compito amaro; vivere con se stessi esige una serie di virtù cristiane -pazienza, amore, fede, speranza e umiltà- che bisogna saper applicare anche a noi” (Jung, 1946, trad. it. p. 304). “Sottomettersi e abbandonarsi alla fondamentale antiteticità della natura umana significa accettare il fatto che le tendenze psichiche possono essere vicendevolmente in contrasto(...). La “crux”, sia nella sua forma di croce sia nel supplizio che rappresenta, corrisponde alla realtà psichica. “Portare la croce” è perciò un simbolo appropriato della totalità come pure della passione (...)” (ibid., p. 304).
Dario riuscì a piangere, cioè a vivere la tristezza, non a subirla. In certi momenti sembrò capace di vedere il mondo così com'è e insieme di conservare viva la fiamma interiore: operazione notoriamente difficilissima, che permette di superare la frammentazione negli opposti. Sognò di chiedere all'analista che cos'è la nevrosi. Questi, in sogno, gli rispose che la nevrosi consiste nel voler seguire, nel cervello, una linea diretta verso uno scopo, trascurando le molteplici sinuosità e frastagliature, che così non vengono irrorate. L'analista a sua volta, in una fantasia sulla sua relazione con Dario, vide una vagina da cui uscivano uova e pietre. Dario sognò anche che pezzetti d'oro acquistati in banca si trasformavano in pezzi di pane. Operazione alchemica in cui si assiste al passaggio dal freddo al caldo, dal duro al morbido, dall'economico al vitale, dall'incommestibile al commestibile, dall'oro volgare all'oro nutrimento, dall'oro possesso alla convivialità nutriente, dalla testa alla pancia, dall'oro maschile alla natura femminile, al materno accogliente.
In tutto il percorso analitico, Dario è stato seguito nei sogni dall'immagine del figlio bambino, manifestamente una figura del Sé: avvenire in potenza, simbolo unificatore degli opposti, personificazione dell'”impulso più forte e più irresistibile di ogni essere: l'impulso all'autorealizzazione” (Jung, 1941, trad. it. p. 163). Questo bambino, spesso in grave pericolo, e in certi sogni morto addirittura, sempre tornava a difendere il padre e a salvarlo, mostrandogli inedite vie di uscita.
Per questo il terapeuta non perse, neppure nei momenti di maggiore nerezza, la speranza.
Il figlio di Francesco, invece, era ammalato gravemente e senza speranza. Riuscire a piangere su di lui e su se stesso, scegliere di sopportare l'amarezza senza tentare di sfuggire al destino e a se stesso, furono il punto d'arrivo di Francesco, il riscatto morale di un uomo che aveva scelto di non essere più una vittima consenziente.
Augusto Romano Ferruccio Vigna
Pubblicato in Andrea Ferrero (a cura di ) Clinica Psicodinamica della depressione Centro Scientifico Torinese, Torino 2000,£ 38000 Opere citate
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Carl G. Jung (1941) Zur Psychologie des Kindarchetypus, in C.G. Jung e K. Kerényi, Einführung in das Wesen der Mythologie: Gottkindmythos/Eleusinische Mysterien, Pantheon Akademische Verlagsaustalt, Amsterdam e Lipsia; trad. it. Psicologia dell'archetipo del Fanciullo, in Gli archetipi e l'inconscio collettivo, Boringhieri, Torino 1980.
Carl G. Jung (1944) Psycologie und Alchemie, Walter Werlag, Zürich; trad. it. Psicologia e alchimia, Boringhieri, Torino 1981.
Carl G. Jung (1946) Die Psychologie der Übertragung erläutert anhand einer alchemistischen Bilderserie, Rascher Verlag, Zürich; trad. it. La psicologia della traslazione, in Pratica della psicoterapia, Boringhieri, Torino 1981.
Carl G. Jung (1971) Mysterium coniunctionis, Walter Verlag, Olten; trad. it. Mysterium coniunctionis, tomo primo e secondo, Boringhieri, Torino 1989 e 1990.
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Rushi Ledermann (1982) Il disturbo narcisistico e la sua cura, The journal of analytical psychology, 27, 4, 1982; trad. it. in Andrew Samuels (a cura di), Psicopatologia, Red Edizioni 1996, pp. 78-98.
Nathan Schwartz-Salant (1982) Narcissism and character transformation: the psychology of narcissistic character disorders, Inner City Books, Toronto; trad. it. Narcisismo e trasformazione del carattere, Vivarium editore, Milano 1996.
Pubblicato in A. Ferrero (a cura di) Clinica psicodinamica delle depressioni, Centro Scientifico Editore, Torino 2000
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