| LETTERA A J. HILLMANN
Caro dottor Hillman,
i curatori del presente volume mi hanno suggerito di scriverLe una lettera.
La richiesta mi imbarazza, forse perché spontaneamente non mi
sarebbe venuto in mente di farlo. E questo non perché non abbia
niente da dirLe, ma per un motivo che riguarda l’effetto che hanno
su di me i Suoi scritti. Cercherò di spiegarmi. In una lacunosa
tipologia del genere epistolare noi possiamo classificare lettere di
cortesia, lettere di amore, lettere di discussione e confronto. Dei
primi due tipi non è qui il caso. Non mi sento tenuto a inviarLe
biglietti di formale compiacimento, né d’altra parte provo
nei Suoi confronti un sentimento che, traboccando, mi obblighi a scriverLe.
In realtà, mi piacerebbe scriverLe per discutere qualche Sua
idea. Ma ecco che mi assale una sensazione di inanità, la stessa
che mi occupa spesso mentre leggo i Suoi saggi affascinanti. Il motivo
credo stia appunto nel fascino del Suo stile e del Suo modo stesso di
argomentare: sinuoso, elegante, musicale, specialmente versato nell’arte
della variazione; trasparente e insieme velato, come a dire che dietro
quella trasparenza vi è un fondo velato che vuol essere reso
a sua volta trasparente, e così ad infinitum. In una parola,
ipnotico, anche quando chiama a sostegno le armi della filologia e della
erudizione storica e culturale. Suscita stupore, ammirazione, quasi
mai commozione. Non invita alla discussione, alla confutazione (si può
confutare una partitura?). I suoi libri fanno l’effetto di un
diorama, di un panopticon, del Kaiserpanorama di cui parla W. Benjamin
, e in noi evocano il bambino che vuole sognare. Non credo di essere
il solo a chiedersi golosamente, alla pubblicazione di un Suo nuovo
libro: “Cos’altro mai avrà inventato?!”. Sul
piano di quella che un Suo esegeta chiama la “sensualità
delle parole e delle idee” , non si resta quasi mai delusi. Lei
è un acrobata che cade sempre in piedi, malgrado la barocca,
sontuosa messa in scena della Sua esibizione; e questo dà da
pensare. In questi giorni sto rileggendo Kafka. Lei è lo scrittore
più remoto da Kafka che io conosca. Kafka è uno scrittore
fattuale, un severo cronista, e i suoi miti sono limpidi e definitivi.
Può darsi che l’affascinata irritazione che Lei genera
in me dipenda dal mio essere un appassionato lettore di Kafka. Dovendo
scegliere, sono portato a tifare per l’afasia di Josephine la
cantante .
Dunque, per scriverLe, sono obbligato a prendere alcune precauzioni.
La premessa è una di queste. Devo poi aggiungere che, per me,
la Sua grandezza sta nei dettagli. E’ in questi che il Suo talento
di ispirato bricoleur tocca la perfezione. Intuizioni particolari di
assoluta pertinenza, che possono riguardare, ad esempio, la fenomenologia
del tradimento, i risvolti simbolici delle idee suicidali, il nesso
tra isteria, femminilità e pensiero maschile. Devo anche dire
che, se ci si prende la briga di destrutturare il corpus delle Sue teorie,
e di considerare separatamente le Sue opinioni, molte di esse a me paiono
condivisibili: l’importanza attribuita alle immagini, il nesso
costante tra vita e mito, la funzione positiva della depressione, l’amore
per l’imperfezione, la rivendicazione della molteplicità
della psiche, la diffidenza per le concettualizzazioni (sebbene i Suoi
scritti non ne siano esenti). Mi rendo conto che, presi isolatamente,
questi sono tutti temi junghiani, che Lei riprende e rinverdisce con
consumata capacità retorica. Al tempo stesso, io ho avuto sempre
l’impressione che Lei si situi molto lontano da Jung. Ci troviamo
dunque in una curiosa contraddizione. Se facciamo finta, come Lei stesso
vorrebbe, che Lei non sia un autore sistematico, riconosciamo nelle
Sue opere, nettissima, l’impronta junghiana. “Con questi
frammenti ho puntellato le mie rovine” : come appassionato sostenitore
del molteplice irrelato, Lei dovrebbe essere lieto di essere usato frammentariamente,
secondo il bisogno. E forse lo è realmente. Senonché,
se seguo il Suo suggerimento, io Le faccio torto, relegandoLa nella
posizione dell’epigono, anche se geniale. Per rendere omaggio
alla Sua originalità, sono costretto dunque a sottolineare il
Suo spirito di sistema, giacché solo la considerazione complessiva
dei Suoi scritti, e dunque l’attenzione alla gerarchizzazione
dei temi, al loro rincorrersi e puntellarsi vicendevole, al gioco delle
presenze e delle omissioni e –last but not least- alla particolare
intonazione del dettato, mi permette di riconoscere nei Suoi scritti
una impronta peculiare. Temo che questo possa non farLe piacere perché
rassomiglia a un tentativo di ingabbiamento e più volte Lei ha
rimproverato a Jung un di più di sistematicità, rivendicando
insistentemente il diritto di rifiutare ogni gerarchizzazione e ogni
idea di centralità. Eppure, se per sistema intendiamo un insieme
coerente e organizzato di affermazioni, il Suo è un sistema,
i cui punti di forza sono costituiti dal culto dell’immagine e
da una nettissima svalutazione dell’Io. Tutto il resto -il politeismo
e policentrismo della psiche, la radicale rimitizzazione, il rifiuto
di ogni idea di sviluppo, crescita, guarigione, la sdrammatizzazione
della malattia- ne è una conseguenza. I due concetti (le due
esigenze) sono espressi insieme in modo assai chiaro nella frase seguente:
“Via tutto. Possiamo eliminare la soggettività senza perdere
l’anima. Non serve alcun soggetto, né conscio né
inconscio, né empirico né trascendentale, né l’Io
personale né l’impersonale Sé. Perdano pure la loro
presa, i pronomi personali: di chi è quel gatto, questa musica,
l’idea che «io» sto scrivendo in questo momento? Eccolo,
l’evento, nel suo splendore. L’abbiamo pensato noi, o è
apparso, un’epifania in mezzo al travaglio del parto che chiamiamo
lavoro?... Eccolo, l’evento: ma non in uno specchio, perché
se lo specchio svanisce, l’evento rimane. O meglio: l’evento
è lo specchio che sostiene da solo il proprio riflesso. Abbi
fede nell’eterna indistruttibile base delle immagini. Esse non
hanno bisogno di noi...” .
Com’è ovvio, le omissioni sono importanti quanto le presenze.
Lei ha detto esplicitamente: “Nei miei libri, lei non troverà
molto sul Sé, sulla compensazione, sugli opposti, sui tipi, sull’energia
psichica, sui mandala, sulla totalità, sul pensiero orientale,
sulla sincronicità e l’immagine del Dio della tradizione
giudaico-cristiana. Quando uso il termine «Io», lo metto
sempre tra virgolette, perché per me il compito della psicologia
è di vedere attraverso l’Io e di superarlo” .
Se infine porgiamo orecchio al tono alto, ispirato, un tantino oracolare
(un oracolare moderno naturalmente, rattenuto, e perciò molto
più elegante), non riuscirà difficile attribuire alla
Sua psicologia la funzione e l’importanza di una via di salvezza.
Niente di male. Tutti sappiamo che le teorie psicoanalitiche (ma la
Sua può ancora dirsi una teoria psicoanalitica?) rassomigliano
di più a visioni del mondo che a dottrine scientifiche, e una
visione del mondo esige di essere diffusa e di affermarsi. Delle Sue
idee si potrebbe dunque dire che siano divenute “un insegnamento
spirituale, una via alla saggezza, una forma di dottrina”. Peccato
che ciò sia quello che Lei rimprovera, non senza ragione, alla
psicologia junghiana . Onestamente, devo aggiungere che l’alone
mistico che circonda le Sue teorie è probabilmente da attribuirsi
in notevole misura alla devozione dei Suoi seguaci. Per esempio, non
mi sembra che i commenti enfatici che Thomas Moore ha premesso ai Suoi
scritti antologizzati in Fuochi blu (“Hillman è un artista
della psicologia”, eccetera) , Le abbiano reso un buon servizio.
Vorrei inserire qui un’osservazione che non riguarda tanto Lei,
quanto l’uso che si fa della Sua psicologia. Personalmente, come
credo risulti chiaro da questa lettera, non ne condivido l’orientamento
di fondo, pur riconoscendo che i Suoi scritti sono una miniera di osservazioni
acutissime, spesso di grande utilità clinica. Una cosa però
sono le opinioni sulle Sue idee, altra i giudizi storici. Ciò
che mi lascia perplesso è che Lei venga indicato come un “continuatore”
(o, semplicemente, come l’”erede”) della psicologia
junghiana. Questo a me sembra un falso storico, o quanto meno una forzatura.
Lei, a mio avviso, utilizza alcune importanti idee junghiane, inserendole
però in un contesto radicalmente diverso. Il problema non è
puramente filologico. Una prospettiva storica confusa offusca la chiarezza
delle distinzioni; e questo ha conseguenze pratiche rilevanti. Voglio
dire che, ovviamente, è del tutto legittimo aderire alle Sue
vedute psicologiche; non altrettanto legittimo è illudersi che
queste siano una estensione o un ampliamento di quelle di Jung. In questo
modo si rischia di alimentare un sincretismo inconsapevole di sé,
che spesso assomma gli svantaggi della confusione a quelli del dogmatismo;
il che è cosa molto diversa dalla cauta utilizzazione di strumenti
clinici differenziati a seconda delle situazioni. Alla fine, questa
confusione danneggia gli stessi psicologi “hillmaniani”,
perché rende loro più difficile assumere sino in fondo,
consapevolmente, la loro specificità.
Ma torniamo al punto. Il culto dell’immagine e dell’immaginazione
come chiave universale ha portato molti, e Lei stesso, ad affermare
che la Sua è una psicologia estetica. Ma qual è propriamente
questa visione? In altre parole, qual è la Sua antropologia?
Lei concepisce l’uomo come una creatura di sogno, immerso in un
mondo mitico popolato di dèi e dee, che hanno su di lui potere
assoluto (“Le nostre esistenze sono la rappresentazione dei nostri
sogni,... e noi siamo maschere (personae) attraverso cui risuonano (personare)
gli dèi” ). Quando si sottolinea in modo così marcato
l’importanza dello sguardo, il prevalere dell’estetica,
spesso questo significa che l’estetica ha riassorbito in sé
l’etica. Temo che questo sia accaduto alla Sua psicologia. Ma
l’estetica, sollevata dal peso dell’etica, diventa troppo
leggera e si trasforma in estetismo. Le parole del resto hanno le loro
parentele. “Estetismo”, “estetizzante”, richiamano
in modo quasi automatico la parola “compiacimento”. Compiacimento
estetizzante. Lei ha scritto delle cose che mi sono parse un po’
allarmanti a proposito della terapia. “Cominciai a immaginarmi
al lavoro nella mia stanza come uno scultore nel suo studio... Quello
che facevo non aveva più nulla a che vedere con la terapia, e
questa era invece contenuta in un’altra fantasia estranea ad essa,
la fantasia dell’arte... Non importa se si tratta della vita delle
persone, dei loro sogni o dei loro sintomi: è sempre materiale
psicologico, sono pezzi di marmo che possono servirmi per la mia scultura...
Dal rapporto con una persona si è passati al “fare anima”,
come io l’ho chiamato, al lavoro con il materiale psicologico”
. C’è una frase brutale di S. Kierkegaard, che dice: “Vi
sono due vie: una è soffrire; l’altra è diventare
professore di ciò che un altro soffre”. Non si applica
certamente a Lei, ma qualche Suo fan potrebbe prendere troppo alla lettera
certe Sue affermazioni. Credo che l’oscuramento dell’Io
e il prevalere del fattore estetico, con la conseguente posizione di
onnipotenza passiva (se mi è consentito l’ossimoro), spieghino
quell’impressione di “tutto possibile”, quella specie
di equivoca leggerezza che trasmettono tanti Suoi scritti. Ci si sente
deresponsabilizzati; si guardano le cose da una certa distanza, ironicamente,
quasi mimando lo sguardo archetipico; le preoccupazioni terapeutiche
recedono sullo sfondo; la vicinanza agli dèi ci fa sentire eccezionali;
niente è mai veramente sbagliato; la psicoterapia, insieme all’assassinio,
è diventata una delle belle arti... “Non mi piace lavorare
con gli opposti”, Lei ha detto . Dio mio, mentre scrivo mi rendo
conto che questa è New Age per i ricchi e i colti. Fatalismo
e ottimismo si danno la mano. I nostri pazienti sono tutti immaginativi.
E gli altri, quelli che non sanno, non possono, non vogliono vedere
oltre la soglia? Nel regno non gerarchizzato del tutto possibile si
vive in mezzo a dèi che bisticciano continuamente ma alla fine
si siedono tutti insieme a banchetto. Il dramma è scomparso.
Proprio come in Orphée aux Enfers, la scintillante opéra-féérie
di H. Crémieux e L. Halévy, cui J. Offenbach prestò
la sua pungente vena musicale. Siamo nel mondo degli archetipi, o nel
Secondo Impero?
Scopo della terapia “non è né la consapevolezza,
né lo sviluppo di sé”, né l’individuazione
è “un processo che porta alla realizzazione di sé
e al compimento di un destino”. E’ questa la conseguenza
del rifiuto di ragionare (di vivere) per opposti, ed è qui il
punto della Sua massima distanza da Jung. Jung, che era poco estetico
e non si faceva molte illusioni, sosteneva che il compito dell’uomo
(l’individuazione) era appunto quello di riuscire a reggere la
tensione fra gli opposti. Sapendo che si tratta di un compito difficile
e sostanzialmente irrealizzabile, quanto meno nel senso che l’unione
degli opposti, quale si configura nel simbolo (un’altra parola
che Lei non adopera), continuamente torna a scindersi, e noi ricadiamo
nelle nostre unilateralità. La Sua psicologia antiumanistica
e adialettica, che privilegia l’accumulo e la giustapposizione,
ha abolito questo problema.
E’ da un po’ di tempo che, mentre scrivo, una parola aleggia
nella mia mente. Ora devo pronunciarla. La parola è: post-moderno.
Io penso che la Sua sia una psicologia post-moderna. Raramente mi è
parso di sentire echeggiare nei Suoi scritti il senso del tragico. Per
Jung, come dicevo, l’individuazione era un percorso difficile,
nel corso del quale si poteva essere sconfitti. Dentro la Sua psicologia,
in un certo senso, la sconfitta è impossibile; o almeno, è
poco importante. E questo non come risultato di un processo ma sempre,
all’inizio come alla fine, in un non-tempo governato dal passatempo
archetipico. Molti di noi pensano che il tragico non sia, per così
dire, un optional ma l’essenza stessa dell’esistenza umana,
che si dibatte dentro contraddizioni variamente nominabili e trattabili,
ma sostanzialmente insolubili. La psicoanalisi nelle sue varie formulazioni
si è occupata proprio di questo. Tanto per ricordare la cosa
più ovvia, dell’opposizione tra natura e civiltà,
tra ciò che rappresenta la “verde miccia” e il processo
di umanizzazione, in cui tanta parte ha la formazione del linguaggio.
Tutti si sono arrovellati su questo problema, offrendone soluzioni o
elusioni. Basti pensare, da un lato, a certo inconsulto utopismo di
W. Reich o di N. Brown e, dall’altro, alla sconsolata antropologia
di J. Lacan.
Per non risultare prolisso, devo semplificare al massimo il mio discorso
ricorrendo a un modello, quello del “romanzo di formazione”.
Una volta i romanzi di formazione predicavano ottimisticamente, pur
nella drammaticità delle inevitabili prove, la conciliazione
tra natura e società, di solito attraverso un riassorbimento
della prima nella seconda. E’ il caso del Wilhelm Meister di Goethe.
Più tardi, come già si avverte per esempio in Guerra e
pace, il rapporto tra le due istanze si fece più problematico.
Nel Novecento, con i romanzi di Broch e di Musil, ogni conciliazione
appare impossibile. Questo però non attenua la drammaticità,
anzi la acuisce. Il tema del Bildungsroman è lo stesso del “processo
di individuazione”: la risposta di Jung è stata il miraggio-progetto-tentativo
di far coesistere gli opposti senza negarli ma reggendoli, con tutti
i limiti e i rischi che sappiamo. Questo è il mito drammatico
che Jung intesse intorno all’analisi e alla storia stessa dell’uomo,
e di cui dà testimonianza, ad esempio, nel grande libro sulla
Libido. La mentalità post-moderna, per definizione destoricizzante
e deresponsabilizzante, ha fatto piazza pulita del contrasto e del conflitto.
O li ha considerati come fenomeni estetici, recuperando la categoria
del meraviglioso. La giustapposizione è il suo procedimento;
il capriccio, o il “gusto”, il suo criterio. Sostituire
l’accumulo e la giustapposizione alla contrapposizione dialettica
è stato, a modo suo, un trucco geniale perché ha eliminato
(si fa per dire) la tragicità dall’esistenza. Questo a
me sembra, tutto sommato, un impoverimento; e contraddice quell’idea
(quell’ideale) di scialo, che a me piace molto, e che mi pareva
racchiusa nella Sua fantasia politeistica. Infatti, se scialare è
spendersi senza risparmio, solo l’orizzonte del rischio permette
di sottrarre lo scialo all’ingenuo edonismo per insediarlo in
un paradosso: quello per cui la pienezza della vita fa tutt’uno
con la consapevolezza della sua irriducibile contraddittorietà.
Il Suo specifico contributo alla post-modernità appare secondo
me evidente nella estenuazione della conflittualità a vantaggio
di una onnicomprensività in cui il dolore, pure quando è
nominato, perde stranamente il suo spessore. La Sua psicologia oggi
è molto di moda, e va quindi assunta come un segno dello spirito
del tempo.
Nel Doctor Faustus di T. Mann il timorato Serenus Zeitblom sostiene
che “il glissando (è) un mezzo che... va trattato con la
massima cautela e nel quale mi è parso sempre di sentire un demonismo
anticulturale e addirittura antiumano” . E’ certamente possibile
che la nostra vita sia stata scritta una volta per tutte, ma non è
salutare crederlo troppo. Come avrà notato, in questa lettera
ho deciso di usare il pronome “Lei”, che in italiano indica
l’esigenza di conservare una certa rispettosa distanza. Mi sembra
l’omaggio migliore che io possa farLe. Giacché, cosa significa
questo se non che l’attrazione che i Suoi scritti esercitano su
di me mi obbliga a difendermene con ostinata determinazione?
Mi creda Suo
Augusto Romano
In corso di pubblicazione presso Bollati Boringhieri, Torino
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