MORIRE PER VIVERE

Una paziente mi ha detto: "Stamattina mi sono alzata e ho deciso che sarei morta". Si tratta di una donna di circa quarant'anni, che è vissuta sinora come se non dovesse morire mai. Ma non nel modo di chi passa da un'esperienza all'altra senza legarle in un progetto di vita, secondo un'idea dell'esistenza che potrebbe esser detta centrifuga. In questa ciò che conta è il momento nella sua assolutezza, e il tempo si definisce come un insieme di punti che non delineano un profilo, da nulla tenuti insieme se non dal desiderio che continuamente trapassa dall'uno all'altro come un raggio di luce che, muovendosi in modo imprevedibile, colpisce in rapida successione gli oggetti situati su di un piano dì cui non si vede lo sfondo. E neppure come chi non pensa alla morte perché il senso della sua vita è per così dire interamente presente in ciò che fa, secondo un modello dì "naturalità" in cui la morte non è oggetto né di scandalo né di paura. La mia paziente viveva come se non dovesse morire mai perché, paradossalmente, era da sempre insediata nel regno della morte. Ciò significa che la sua vita era all'insegna del rifiuto e del rinvio. Ogni legame, ogni situazione che richiedessero un impegno emotivo, una assunzione di responsabilità, la trovavano sempre pronta a ritrarsi, a dire di no. Ciò veniva razionalizzato banalmente col dire: "Ci sarà sempre tempo per farlo". Solo in questo senso si può dire che ella viveva come se non dovesse mai morire, per così dire raggomitolata dentro un tempo illusorio come su di una pianura senza orizzonte, vuota e infinita.
Riconosciamo in questa modalità una variante depressiva del destino del puer contrapposta alla variante attivistica cui ho già accennato più sopra parlando delle esistenze centrifughe. Queste ultime, continuamente in movimento, agiscono come se il fermarsi corrispondesse alla morte. La morte significa dunque per loro forma e continuità, accumulo, legame tra passato e futuro, e perciò anche limite e riflessione. Nel loro rotolare senza fine da un'esperienza all'altra si può pensare che vogliano sottrarsi all'inseguimento della morte; in realtà, sono inseguite dalla vita sotto forma di un tempo che vuol essere non soltanto disordinatamente riempito ma accudito e amato. Il gesto estremo, carico di rischio, corrisponde allora a una specie di sposalizio con l'aldilà, a un esser vinti, femminilmente posseduti da un assoluto senza limiti in cui è presentificato l'annullamento dell'io. Si rileva quindi una inversione paradossale: l'attivismo vitalistico che si dà nell'esperienza puntiforme del tempo e che è spesso tipica delle personalità in senso lato psicopatiche, rivela - a ben guardare - un desiderio di nullificazione, non un fuggire via dalla morte ma un correre verso la morte. Il paradosso si spiega alla luce di una duplicità semantica: la "vera" vita del puer corrisponde a una fantasia pretemporale, in questo contrapposta alla vita quale la si intende comunemente. D'altra parte, la beatitudine pretemporale è, fuori dell'ottica del puer, il luogo della morte (1). L'attrazione per la morte è del resto confermata dall'esperienza clinica in cui si nota spesso che attivismo e desiderio di morte si incontrano nella ricerca di situazioni estreme in cui la morte si fa presente come evento fisico. Un mio paziente spericolatissimo, che molte volte si è trovato letteralmente in pericolo di morte, porta come sogno ricorrente quello di viaggiare in auto; accanto a lui è seduta la morte, una donna senza età, vestita di nero e con la falce in mano.
"Ho deciso che sarei morta" significa dunque rinunciare a una illusoria onnipotenza senza oggetto per accedere al mondo della temporalità e delle sue delusioni. Si vede qui molto bene come il progresso dell'analisi è strettamente legato a una modificazione nell'esperienza del tempo. Ed è significativo come questa affermazione sia stata preceduta da un sogno in cui un amico della paziente, uomo originale, simpatico e bravo psichiatra, si rifiutava di fare l'amore con lei perché non era preparata in storia, e la invitava a studiare. Il paziente avventuroso invece, che tuttora continua a negarsi alla storia, ha recentemente sognato che io, come analista-chirurgo, mi accingevo a raschiargli accuratamente il cervello per liberarlo dal velo di Maya. Richiesto di cosa fosse il velo di Maya, ha risposto: il mondo delle illusioni. Gli ho domandato allora quale sia la sua illusione essenziale, quella da cui tutte le altre traggono alimento. Ha risposto: l'immortalità. Il cerchio, chiudendosi sul tema dell'immortalità, affratella i due pazienti nella paura della delusione: darsi al tempo significa consumarsi, riconoscersi limitati, esporsi allo scacco. Considerato dal punto di vista della pura potenzialità, questo destino appare assai misero, giacché ciò che è nel tempo assume il peso della materia, la sua opacità, e si misura sul metro deludente della infinita perfettibilità delle opere. Non a caso si dice: l'usura del tempo. Il tempo ci contamina e ci esaurisce, conducendoci verso la morte. Il nevrotico vorrebbe conservare il suo tempo, come il talento sotterrato, per riconsegnarlo intatto all'eternità. Vivere, egli dice, non vale la pena: il tempo è dunque un usuraio, che chiede troppo in cambio di ciò che dà. In realtà, vorrebbe essere guarito dalla vita, non dalla nevrosi.
Superficialmente, questo orrore del tempo ricorda l'atteggiamento dei primitivi, quale è descritto ad esempio da Eliade (2): il primitivo svalorizza il tempo storico a favore di una pienezza pretemporale quale è data nella ripetizione rituale di ciò che è accaduto nel tempo mitico. Per sopportare la storia, deve riattualizzare il racconto delle origini, trovarle cioè un fondamento archetipico, credere in una realtà assoluta che si oppone al mondo profano della irrealtà. La riflessione su questo tema induce però a operare una distinzione: il collegamento con gli archetipi funziona come garanzia del senso in quanto permette di proiettare ciò che accade su di un orizzonte transpersonale. Da questo punto di vista esso è una forma di redenzione del tempo, che viene legalizzato attraverso il confronto con un modello esemplare. Ben diverso è il tentativo di redenzione dal tempo: in esso si rompe la tensione tra accadimento e significato: il primo risulta irredimibile e il secondo eternamente inattingibile. Essi coincidono soltanto nel vagheggiamento impotente. Una mia paziente, che ha sognato innumerevoli volte di non riuscire a partorire, riporta ossessivamente nell'analisi il lamento su di un tempo mitico, quello della prima infanzia, vissuto come luogo della pienezza illimitata. La nascita del fratello e poi la separazione dei genitori hanno rotto quell'incanto, che però ella continuamente rievoca, accanendosi rabbiosamente contro ciò che è accaduto e vivendolo come una ingiustizia che la abilita a rifiutarsi a ogni occasione di impegno affettivo. Attraverso quella che potremmo chiamare una malattia della memoria, una memoria "che vuol sognare e rivivere ma non comprendere" (3), si è costruita un rifugio che sembra inattaccabile, una madre che, contenendola, la distrugge. Una vita dunque all'insegna dell'”altrove”, un altrove che è un "giammai", un gioco continuo di spiazzamento rispetto al "qui e ora". E' straordinaria l'impressione di recita che si ricava dal suo comportamento: entra sorridendo, con un sorriso ambiguo che un po' è artefatto e un po' esprime il desiderio di farsi perdonare, sciorina con veemenza il suo elenco di insoddisfazioni e di nostalgie, riesce con lo stesso sorriso. Anche per oggi ha esaurito il suo compito. Insomma, non si dà, e sembra perciò impossibile per lei cogliere nell'oggi il segnale del Kairos, il tempo dell'occasione esatta, il tempo favorevole, quello in cui la libido, riaffluendo, ridà colore alle cose. " Nessun altro poteva entrare qui perché questo ingresso era destinato soltato a te. Ora vado a chiuderlo ", dice il guardiano nella nota parabola Kafkiana. Anche lei invecchia seduta davanti alla porta, ligia al divieto iniziale. Allo stesso modo, mi ha detto di aver deciso di non innamorarsi, anzi di non affezionarsi mai a nessuno, perché attraverso quella porta potrebbero irrompere di nuovo l'illusione e la delusione. Con un gioco di parole, si potrebbe dire che, rinunciando al tempo, le è venuta a mancare anche la possibilità dei tempismo, dell'azione tempestiva. Il tempo negato diventa un passatempo. Tragico, come nella paziente di cui ho appena parlato, superficialmente ilare e leggero in un'altra paziente, la cui caratteristica essenziale è la inconclusività. Ella sa di avere dei compiti vitali da portare a termine, che hanno un significato simbolico di apertura. Per esempio, riuscire a scrivere la tesi di laurea (la paziente ha oramai trentacinque anni). Questi compiti le sono continuamente presenti ed ella garbatamente li prende in mano come un lavoro a maglia da completare, vi aggiunge qualcosa, si fa venire delle idee, ne varia periodicamente la concezione, poi li disfa ma solo in parte, li accantona per qualche tempo, poi ricomincia. Così ferma il tempo in una sorta di circolarità. Questa circolarità è divenuta il contenitore, la sua famiglia interiore, e lei si lascia accudire da questo tempo senza fine, che torna periodicamente su se stesso. Quando ne parla, ha l'aria di chiedere scusa; viaggiando ai margini della vita, ella dice: "Solo questo posso fare".
Fin qui ho parlato del tempo negato. Ma vi è anche il tempo subìto. L'attenzione al tempo, la ripetitività dei gesti, il loro concatenarsi in sequenze obbligate, l'amore per la precisione, il vischioso rimuginare intorno alle modalità dei comportamento sono l'altra faccia della paura del rischio dell'azione libera e non garantita. La differenza sta nel diverso strutturarsi dell'esperienza. In un caso l'attenzione cade sul sentimento dell'esilio rispetto ad una possibilità piena di grazia di fronte a cui la vita "reale" è un gioco volta a volta angoscioso o insensato o un modo per ingannare l'attesa. Nell'altro la vita reale è, per così dire, presa troppo sul serio e assorbe intieramente le energie del soggetto che, come paralizzato dalla difficoltà del compito, si muove dentro di essa come su di un terreno minato. Non vi è infatti nulla di più lontano dalla leggerezza del comportamento ossessivo. lmmaginosamente, si potrebbe dire che nel primo caso il miraggio di una madre-sirena, accennando di lontano, ipnotizza il viaggiatore e gli fa perdere la rotta; nel secondo invece un padre saturnino lo tiene sotto il suo controllo sadico e implacabilmente lo rende persuaso della sua inadeguatezza (4). Sotterraneamente, l'ossessivo svolge una lotta inane contro questo controllo, permettendosi, ma senza mai affermarlo, delle uscite abortive dalle ferree maglie della corazza temporale. Non a caso nel comportamento ossessivo è sempre presente una forte componente di aggressività negata e certi episodi, come la mancanza di puntualità nel venire in seduta, sembrano essere contemporaneamente il risultato di una ossessività disfunzionale, che fa perdere tempo, e un gesto di ribellione che indica, in modo insieme timido e rabbioso, un possibile aldilà.
Il superamento di questa situazione, quando accade, è percepito nei termini di un passaggio dall'adeguamento ad un tempo dato all'affermazione di un tempo voluto. Così una mia paziente un giorno si è accorta che finalmente era in grado di leggere delle poesie (attività che lei ama moltissimo) anche prima di aver studiato per un certo numero di ore, cosa che prima le era assolutamente inibita; ed ha associato a questa nuova possibilità l'immagine dei primo rinnovarsi del bosco in primavera. Comune al tempo negato e al tempo subìto è la paura del cambiamento. Entrambi sono, se mi è permesso il bisticcio, tempi fermi. Come ha osservato Bachelard, "l'abitudine è la volontà di cominciare a ripetere se stessi... Ci riconosciamo nel nostro carattere perché imitiamo noi stessi e la nostra personalità è pertanto l'abitudine del nostro proprio nome" (5). Ciò che è vuole persistere, e nella persistenza vegeta l'idea della atemporalità. Si è così una volta per tutte. Meglio una infelicità nota che una ignota possibile felicità, in nome della quale occorrerebbe pure far morire qualcosa. Ma l'innamorato che attende, e nell'incerta predizione dei futuro gioca se stesso esponendosi al dubbio, all'insicurezza e infine alla morte stessa di ciò che ora pure appassionatamente desidera: questo non può essere inteso, perché non può essere sopportato. Questa è la ferita nella dimensione del tempo che rende così degni di comprensione perché così infelici coloro che pure sembrano non prendere niente sul serio. Giacché vi sono due tipi di attesa: uno che serve soltanto ad esorcizzare il presente, e un altro che, amando il futuro, gli fa da levatrice.
Il tempo dell'analisi può forse aiutare questa nascita. L'analisi non ha fretta, sa aspettare, accetta i percorsi labirintici ed anzi li ama perché sa che in uno di quei disguidi del possibile può inaspettatamente manifestarsi una immagine di salvezza, connette passato e presente, riconosce che la sperimentazione della vita e la sua negazione sono momenti di una tensione che inerisce alla vita stessa. L'analista, dentro lo spazio protetto dei rapporto è, se così posso dire, un ostacolo accogliente. Egli, nell'essenziale, non sa più cose del paziente e perciò può condividerne le angosce. Ma soprattutto rappresenta una speranza di futuro, giacché l'analisi è per definizione associata all'idea del cambiamento. Per questo essa è spesso una specie di corpo a corpo che sembra interminabile, in cui però il progetto analitico non si disgiunge mai (o almeno così dovrebbe essere) dal rispetto per il destino dell'altro. Il tempo dell'analisi porta indietro, alle origini dell'esistenza personale e, quando è possibile, più oltre ancora, dove risiedono le figure che riparano i guasti del tempo. Di lì torna verso il presente, collegando gli eventi particolari con i loro significati, senza che questo risolva mai niente, giacché ciò che conta è l'apertura, l'atteggiamento, non il contenuto; come un traghettatore, spesso maldestro, che fa la spola tra due rive, che sono le rive del conflitto in cui l'esistenza si consuma ma anche si esprime. Così il tempo non vissuto, negato, subìto viene reimmesso nel circolo della vita, diventa il prezzo che si è pagato, che si pagherà, perché si sappia fino in fondo che la vita è un esperimento incerto.
"Tutto potrebbe esser noto e palese / se il tempo scomparisse " (6). La scomparsa del tempo rende tutto compresente. Un mio amico ha sognato una casa a forma di cubo su cui era scritto: "Archivio del tempo". Non so cosa significhi questo sogno, ma immagino che in un archivio sia conservato tutto ordinatamente, passato presente e futuro. Non solo, ma si potrebbe aggiungere che probabilmente si tratta di un archivio individuale, che contiene dunque il passato e il presente di tutti, e i futuri possibili. Una immagine di totalità e di pienezza. Sembra un punto di arrivo e non ha a che fare con un ingenuo sentimento di onnipotenza. Del resto il mio amico non entra, o forse non c'è la porta. Si può dire allora che esiste un luogo dove tutto ciò che accade è custodito; noi sappiamo che c'è ma non possiamo accedervi. I nostri gesti sono noti in anticipo, ma non a noi. Sembra quindi adombrato il venerabile tema del rapporto tra necessità e libertà. Non vi è risposta definitiva. E tuttavia il sogno mette insieme le due cose nel modo simbolico e perciò contradditorio e insieme pregnante. Il tempo occulta la verità e ci permette di sentirci insieme liberi e impotenti. Nulla però alla fine va perduto. "Ho deciso che sarei morta", ha detto la mia paziente. Ho deciso cioè di credere che le cose possano avere un senso, anche se non lo so.

Augusto Romano


N 0 T E

(1) Vi sarebbe qui il posto per una ulteriore distinzione. Guardare il mondo dal punto di vista della morte non corrisponde di per sé a uno stare dentro la morte. Può invece trattarsi di una utile relativizzazione dell'esperienza mondana, di un correttivo all'ipertrofia dell'io, che trova nella morte il suo limite, che è insieme ostacolo, sprone e madre che guarda con benigna ironia. Non diversamente l'esperienza dell'archetipo, nella sua atemporalità, può affascinare sino alla distruzione oppure fecondare. Su questo punto si veda la distinzione tra mistica uroborica e mistica trasmutativa, in E. Neumann, Evoluzione culturale e religione, Armando, Roma 1974, soprattutto p. 119 sgg.

(2) M. Eliade, Il mito dell'eterno ritorno, Borla, Torino 1968.

(3) G. Bachelard, L'intuizione dell'istante, Dedalo libri, Bari 1973, p. 53.

(4) Com'è noto, la psicoanalisi vede nel comportamento ossessivo una difesa contro le pulsioni istintive in presenza di un Superio particolarmente severo.

(5) G. Bachelard, op. cit,, p. 95 sgg.

(6) W.B. Yeats, Poesie, Mondadori, Milano 1983, p. 259.


Pubblicato in La pratica analitica, Marra ed., Cosenza, vol. 1, 1986.