| IL PAESE CHE NON C’E’: NOSTALGIA
DELLE ORIGINI E SENTIMENTO DEL MONDO
Un uomo sogna di stazionare in una grande sala di aspetto. Egli sa
che questa sala d’aspetto è la vita.
Mi sembra questa la giusta epigrafe a ciò che dirò oggi.
Naturalmente, i sogni sopportano interpretazioni diverse. Per esempio,
se decidiamo che la fine dell’attesa, cioè la morte, sia
un’immagine della trasformazione, allora possiamo considerare
questo sogno come una metafora dell’incessante moto libidico.
La vita è un continuo partire, un continuo prendere congedo,
una continua disponibilità al nuovo.
Io imboccherò una strada diversa. Nell’immaginazione del
sognatore, e di tanti come lui, l’accento non cade sulla fine
dell’attesa come evento possibile e trasformativo, ma sull’attesa
in quanto tale. La vita in sé è una sala d’aspetto.
Dunque, una sorta di intermezzo, un luogo in cui si attende di partire;
anzi, un luogo da cui si attende di partire. Se però la vita
è attesa, la partenza (l’arrivo del treno, la fine dell’attesa)
è già fuori della vita. La vita è sentita dunque
come una attesa incolmabile, una protratta aspirazione a qualcosa che
non verrà, poiché, se si presentasse, la vita cambierebbe
il suo stesso statuto ontologico.
Come dicevo, se la vita è una sala d’aspetto, il viaggio
è oltre la vita. Dunque, la vita è qualcosa che guarda
oltre se stessa, e si concentra su un altrove, che resta però
solo un oggetto di vagheggiamento.
E’ facile notare come, sebbene l’attesa riguardi il futuro,
questo atteggiamento ha alcuni elementi importanti in comune con la
nostalgia, che è vagheggiamento del passato. In entrambi i casi
ci si riferisce a qualcosa che non potrà mai (o mai più)
presentarsi, dunque a una mancanza definitiva: in questa visione, la
vita è un vuoto, non un pieno. Più esattamente, un vuoto
che aspira a un pieno che mai lo colmerà. E lo è perché
lo sguardo, catturato interamente dal futuro o dal passato, ignora il
presente. Questo appare sbiadito e, per definizione, insoddisfacente,
proprio perché confrontato con l’assenza di ciò
che veramente, qualora si desse, sarebbe pienezza appagante. Ma attenzione:
ciò cui qui si allude non è cosa raggiungibile mediante
sforzi, sagacia, e neppure fortuna. La vita è attesa, e se non
fosse attesa non sarebbe più vita. Vi è in questo atteggiamento
qualcosa di profondamente funebre, come se la vita portasse il lutto
di se stessa.
Nella tradizione culturale, una versione attenuata di questa posizione
è ad esempio quella cristiana, per la quale la vita è
sì attesa del Regno, ma anche luogo in cui operare perché
il Regno avvenga fuori e dentro di noi. E’ piuttosto in certi
mistici che si avverte un così assoluto e quasi aggressivo disgusto
dell’esistenza, esperita soltanto come “terra desolata”.
Del resto, ne Il segreto del fiore d’oro, un testo esoterico cinese,
si legge: “…ecco il segreto più profondo: il paese
che non è in nessun luogo, questa è la vera patria”.
Partendo da un breve sogno, abbiamo delineato lo scenario di una condizione
psicologica, che in sé e per sé non corrisponde a nessuna
sindrome psicopatologica ma che è la premessa e la condizione
di molte. Noi possiamo rintracciare questo scenario sia in certi deliri
schizofrenici, sia nella condizione depressiva, sia in situazioni narcisistiche
e borderline. E quando, tracciando l’eziologia dei disturbi psichici,
si parla di mancato accesso alla situazione edipica, di attaccamento
alla madre pre-edipica e così via, si allude a un inizio, a una
linea di demarcazione: chi non la supera resta di là, dentro
il mito; chi invece la supera, passa tra noi, che certo soffriamo tutti
per una perdita originaria, ma anche riusciamo ad amare il presente.
E’ questo un tema che, in ogni caso, percorre con minore o maggiore
intensità la vita di tutti e si rispecchia con straordinaria
ricchezza e intensità nella creazione artistica. Si tratta del
tema della madre, che fa tutt’uno col tema dell’origine.
Come Jung ha messo in evidenza, quando, nell’esperienza psicologica,
alludiamo alla madre e al materno non ci riferiamo esclusivamente alla
nostra madre personale, ma anche alla condizione inconscia, che è
per così dire la madre da cui emerge l’Io. La nostalgia
della madre è perciò nostalgia di uno stato originario
di inconscietà, che propriamente non ricordiamo –una sorta
di stato virtuale- ma di cui egualmente abbiamo una specie di oscura
consapevolezza, che ci si presenta appunto in forma di mancanza.
Ma cos’è l’inconscietà, per poterla considerare
come una situazione paradisiaca, oggetto di una immedicabile nostalgia?
L’inconscietà corrisponde a una condizione di unità
e di non contraddizione: in ciò sta la sua beatitudine. L’emergere
della coscienza corrisponde invece alla scomposizione della realtà
in coppie di opposti, al suo costituirsi in termini di polarità
e di contrasto. Nasce la riflessione e l'autoriflessione, si delinea
il problema etico, che è il problema del conflitto e della scelta.
L’uomo avverte la propria limitatezza, la propria finitudine,
e il suo essere esposto costantemente a delle lacerazioni. E’
entrato nella storia, che è un continuo prender congedo (ma anche
una continua occasione di movimento, cioè di trasformazione),
ha abbandonato il Paradiso Terrestre. Più esattamente, il Paradiso
Terrestre, l'Età dell'oro, è lo scenario che egli riattualizza
quando sente di non reggere il peso delle contraddizioni che lo abitano.
Da qui procede l’idealizzazione dell’infanzia, della felice
fanciullezza e delle braccia accoglienti della madre: un piccolo paradiso
ricostruito ad hoc, un sogno di immortalità e di onnipotenza,
che è il contraltare dell’esperienza del limite e della
mortalità. Jung parla a questo proposito del complesso di Giona
e della balena, inteso come desiderio di essere riassorbiti nel grembo
della Madre archetipica. E mette in guardia contro il pericolo di essere
divorati dalla Madre, che è l’aspirazione ad “annegare
nella propria sorgente”. Nella vita personale, il rischio è
quello di restare legati all’infanzia, alla madre reale ed ai
suoi sostituti, volti perennemente all’indietro, affondati in
una condizione di passività. L’infantilismo si manifesta
essenzialmente come perenne richiesta d’amore e di una ricompensa
emotiva immediata, e altresì come identificazione con i genitori,
il che rende impossibile vivere una vita propria. Questo problema si
fa evidente nelle relazioni affettive. Dove domina il fantasma materno,
l’affetto si declina sempre come domanda, giacché, dove
c’è una madre, c’è sempre un bambino, cioè
un bisogno. Questo altera i rapporti, rendendoli autocentrati. “I
figli di mamma –scrive Jung- vivono solo sulla madre e attraverso
la madre, non possono perciò mettere radici nel mondo e vivono
in uno stato di incesto permanente. La madre corrisponde all’inconscio
collettivo, il figlio alla coscienza che vorrebbe essere libera, ma
sempre si trova a ricadere in potere del sonno e dell’incoscienza”.
La conflittualità, che per Jung è un dato strutturale
dell’esistenza, viene invece vista, in questa prospettiva, come
la massima sciagura, e contrapposta alla immagine di una “terra
senza il male”, di un mondo tornato a una beatitudine primordiale,
fuori del tempo, definitivamente pacificato con l’uomo.
La riflessione junghiana sul “processo di individuazione”
è –come sapete- tutta giocata sulla relazione tra l’Io
e l’inconscio e sull’esigenza di reggere la tensione degli
opposti, riconoscendo i diritti di entrambe le parti. Io e inconscio
–il figlio e la madre- sono visti appunto da Jung come opposti
in tensione, che continuamente vengono sollecitati al compito della
unificazione. Ciò comporta ovviamente una relativizzazione dell’Io,
che viene considerato non più come il sommo regolatore della
vita psichica ma solo come una delle parti in causa. E’ per questo
che Jung ipotizza una istanza sovraordinata che egli chiama Sé,
e che viene descritta sia come la totalità dei processi psichici
consci e inconsci, sia come una sorta di centro virtuale della personalità
globale. Se il Sé e l’individuazione significano la coesistenza
degli opposti, ogni rottura dell’equilibrio, con il netto prevalere
del conscio o dell’inconscio, rappresenta un fallimento esistenziale
e il prodromo di ogni disturbo psichico.
La situazione esposta nel sogno da cui ho preso le mosse è un
esempio del prevalere di istanze inconsce e di un profondo desiderio
di perdersi nella Madre. Naturalmente, potrebbero essere portati esempi
di segno contrario, cioè casi in cui vi è una prevaricazione
da parte dell’Io. Abbiamo infatti visto come l’Io, al suo
sorgere, deve liberarsi dal pericoloso abbraccio dell’inconscio:
questo processo è simboleggiato dal mito dell’eroe civilizzatore.
E’ tuttavia frequente che, col procedere della vita, l’Io
si allontani troppo dalle radici inconsce, e di conseguenza si irrigidisca
e si isterilisca. Una coscienza troppo civilizzata soffre di ubris e
non è più disposta a dare ascolto all’altra parte.
Mentre nel primo caso vi è un eccesso di nostalgia paralizzante,
in questo invece vi è una eccessiva fiducia nella forza dell’Io
e nei suoi limitati orizzonti, e correlativamente un sentimento di insofferenza
verso ogni moto contrario, che viene sprezzantemente designato come
“infantile” e inadeguato. E’ allora necessario, per
riequilibrare la situazione, ridurre le pretese dell’Io ed esporsi
nuovamente all’influenza dell’inconscio. E’ come un
ritorno al grembo materno per rinascerne rinnovati; cioè, con
una coscienza ampliata.
La madre che ingoia e trattiene è dunque la stessa che può
alimentare la coscienza senza soffocarla. Un’immagine assai bella
che riassume in sé la funzione dell’origine come luogo
dell’unione e insieme come luogo della separazione e del commiato,
è l’immagine del crocicchio: là dove le strade si
separano e insieme si congiungono venivano offerti sacrifici a Ecate.
In questa conversazione non mi propongo di argomentare ulteriormente
una tesi particolare. Desidero invece proporvi per semplici accenni
qualche esempio tratto dalla storia della cultura, che illustri la relazione
tra mito delle origini ed esistenza storica.
Se restiamo nel campo della psicologia, una delle interpretazioni più
drammatiche di questa relazione si deve a Jacques Lacan. Per illustrarla,
egli utilizza il racconto di Aristofane nel Simposio platonico. Aristofane
narra che, nel tempo mitico, l’umanità comprendeva tre
sessi: maschio, femmina e androgino. Gli androgini possedevano “forza
e vigore terribili, e straordinaria superbia, e attentavano agli dèi”.
Giove allora decise di tagliarli in due perché, “divenuti
più deboli, smettano la loro tracotanza”. Ma “quando
la natura umana fu tagliata in due, ogni parte, vogliosa della propria
metà, le si attaccava, e gettandosi le braccia attorno, avviticchiandosi
l’un l’altra, nella brama di fondersi insieme morivano di
fame e in generale di inazione, perché nulla volevano fare l’una
staccata dall’altra”. Per Lacan la situazione del neonato
è assimilabile a quella degli androgini dopo la divisione.
Torna qui l’idea di una perfezione originaria in uno stato di
perfetta fusione e della sua rottura catastrofica, che genera un vissuto
di incompletezza radicale, di vuoto. Inizialmente il bambino è
una pura mancanza, un niente. Egli desidera essere tutto per la madre:
nel linguaggio lacaniano, questa situazione è espressa affermando
che il bambino vuole essere il completamento della mancanza della madre,
il fallo della madre.
Inaugurazione del linguaggio, imposizione della “legge del padre”
e quindi accesso all’ordine sociale sono la risposta che la società
dà al bisogno di fusione. Il divieto di incesto segna il passaggio
dal registro della natura, votato alla legge dell’accoppiamento
senza criterio e della concorrenza sfrenata, al registro della cultura,
dove valgono diritti, obblighi, ruoli sociali. Castrato, cioè
allontanato dalla madre, il bambino dovrà accettare un principio
di limitazione e rinunciare alla onnipotenza del suo desiderio. Attraverso
l’identificazione col padre si attua il passaggio dal modo dell’essere
(essere il fallo onnipotente) a quello dell’avere: avere cioè
un desiderio limitato, regolato da leggi, enunciabile. Il bambino si
normalizza dando forma sociale (socialmente accettata) al suo desiderio.
Ma proprio nel passaggio dall’essere all’avere si apre una
frattura insanabile, une fente, tra psichismo profondo e discorso conscio.
In questa frattura consiste l’alienazione del soggetto. Privato
del suo desiderio originario, egli si impegnerà nella ricerca
di oggetti sempre più lontani dall’oggetto iniziale del
desiderio. In questo procedere nella vita sociale, egli riceve sì
una identità (il nome che gli altri gli danno) ma si trova anche
in una condizione di esilio. Il mondo dei significanti (cioè
di tutto ciò che si situa al posto del suo desiderio originario,
occultandolo) lo soffoca come una massa omogenea e onnipotente in cui
egli deve inserirsi senza sperare di padroneggiarla mai pienamente.
Diventare un padre rimpiazza il desiderio inconscio di fusione ma la
radicale “mancanza ad essere” (“son être est
toujours ailleurs”, scrive Lacan) generata dalla rinuncia ad essere
il fallo della madre, opera come una sorta di motore sotterraneo: questo
spiega la eternizzazione del desiderio che, di significante in significante,
si sposta in ciò che Lacan chiama la “domanda”, cioè
nelle forme culturalmente accettate del desiderio. Tra bisogno e domanda
lo iato resta però incolmabile giacché un bisogno detto,
nominato, non è più il desiderio originario, che è
totalitario e ineffabile (“La verità si sottrae al linguaggio”,
con le parole di Lacan). In un gioco infinito di sublimazioni, la pulsione
rimossa non cessa mai di tendere alla completa soddisfazione: l'unione
con la madre. Ma come ha detto argutamente Norman Brown, “le sublimazioni
appagano gli istinti nella stessa misura in cui le carte geografiche
soddisfano il desiderio di viaggiare”. In altre parole, la domanda
è eterna perché nessun oggetto potrà mai prendere
il posto dell’oggetto perduto. “Le symbole -scrive Lacan-
se manifeste d’abord comme meurtre de la chose, et cette mort
constitue dans le sujet l’éternisation de son désir”.
La domanda resta perciò sempre aperta poiché, preso nelle
maglie dei significanti, il desiderio non è più che l’ombra
di se stesso.
Ciò che caratterizza l’Io è dunque la mancanza di
qualcosa che non potrà mai essere attinto. Ogni gesto umano è
metafora di quella assenza. La conclusione è in qualche modo
tragica: il ruolo del simbolico è quello di realizzare l’uomo
socialmente e culturalmente e insieme di alienarlo. Ciò che viene
sacrificato è la verità di noi stessi a favore delle sublimazioni.
Come ha scritto una allieva di Lacan: “Il bambino subisce la società,
la sua cultura, la sua organizzazione e il suo linguaggio, disponendo
di una sola tragica alternativa: o sottomettersi o perdersi nella malattia”.
In definitiva, nella concezione di Lacan sembra che l’individuo
non possa né attingere alle sorgenti dell’inconscio né
mettere in discussione l’ordine dato: si trova perciò in
una situazione di radicale sterilità.
E’ interessante notare come la tesi lacaniana trovi una singolare
corrispondenza con quanto –seppure in una prospettiva completamente
diversa- è scritto ne Il libro della coscienza e della vita,
un testo sapienziale cinese redatto alla fine del XVIII° secolo.
Ne riporto un brano: “E’ detto: «Prima che i genitori
abbiano generato il bambino, il soffio vitale è intero e il frutto
del ventre è perfetto.» Ma quando il corpo si muove e lacera
il sacco delle acque, è come se in alta montagna si perdesse
l’appiglio sotto il piede: l’uomo precipita gettando un
grido e l’essere e la vita saranno d’ora in poi separati.
Da questo momento l’essere non potrà più vedere
la vita, né la vita l’essere. …Per questo il Buddha
ha svelato, nella sua grande misericordia, il segreto della produzione
e della fusione. Egli insegna agli uomini a entrare di nuovo nel grembo
della madre e a ricreare l’essere e la vita dell’Io…”.
L’appello alla “legge del padre”, e dunque alla fissazione
di regole e di limiti, mi ha richiamato alla mente la spiegazione mitica
dell’origine dello Stato introdotta dalla filosofia politica del
XVIII° secolo. Anche in questo caso viene postulata una condizione
originaria, lo “stato di natura”, anteriore a ogni disciplina
e perciò caratterizzata da quello che Hobbes chiama “bellum
omnium contra omnes”. L’illimitato desiderio di potere conduce
al conflitto permanente e alla morte. La vita in questa condizione sarebbe
di fatto impossibile, e di conseguenza si immagina che a un certo momento
gli uomini si siano accordati per rinunciare alla loro illimitata libertà,
stringendo un “contratto sociale”, cui corrisponde la fondazione
dello Stato. Questa spiegazione mitica dell’origine dello Stato
è comune a pensatori tra loro molto diversi, da Hobbes, sostenitore
dell’assolutismo regio, a Locke e a Kant, sostenitori di regimi
costituzionali. L’idea di fondo è quella del passaggio
da una condizione caotica, contrassegnata dalla confusione e dall’unità,
a uno stato ordinato, caratterizzato da una pluralità organizzata.
Questo passaggio fa tutt’uno con la posizione di limiti, e corrisponde
quindi alla rinuncia a una fantasia di onnipotenza.
Il problema individuale è qui spostato sulla comunità
e all’infanzia personale è sostituita l’infanzia
del genere umano. La necessità di una regola, e perciò
di un sistema di comandi e proibizioni che si oppone, limitandole, alle
esigenze istintive, è considerato inerente al funzionamento stesso
della vita sociale, la quale –a sua volta- è una condizione
indispensabile per la sopravvivenza dell’individuo. Basta pensare
alla formula secondo cui la libertà di ciascuno trova il suo
limite nell’eguale libertà di ciascun altro per intendere
la centralità della nozione di confine e di limite nell’esperienza
giuridica.
In questi ultimi esempi è venuto in evidenza il carattere temibile
e pericoloso dello stato di natura (viene in mente il bambino “perverso
polimorfo” di Freud) e la necessità di considerare criticamente
il mito dell’infanzia. A conferma del pericolo, va ricordato che
all’infanzia e alla madre sono associati i valori della terra
e del sangue. E proprio in nome di questi valori –come ha notato
Hanna Arendt- sia i nazisti che i bolscevichi hanno accusato le democrazie
di "cosmopolitismo senza radici". Se si pensa all’orrore
che ne è seguito, non si potranno mai apprezzare abbastanza i
valori cosmopoliti, contrari ad ogni localismo e familismo (si pensi
alla mafia e al culto della Heimat).
Tuttavia, considerato da un’altra prospettiva, lo “stato
di natura” promette anche dolcezze indicibili. Questo è
specialmente evidente nella cultura romantica. L’esempio forse
più pregnante di questo atteggiamento è costituito dalle
riflessioni che sulla musica hanno fatto molti scrittori di quel periodo.
Per intenderle meglio, bisogna premettere che la musica è un
linguaggio asemantico: in essa non è possibile stabilire un rimando
puntuale tra significato e significante; le strutture sonore non sono
inventariabili in un vocabolario e la musica si presenta quindi come
un linguaggio aconcettuale. Per questi motivi, la musica sembra additare
un orizzonte che si allontana man mano che noi ci avviciniamo. Essa
si presta cioè a una significazione illimitata. Come ha notato
il filosofo e musicologo Vladimir Jankélévitch, essenziale
è nella musica il rapporto tra assenza di significati referenziali
e inesauribilità ermeneutica. La cultura romantica ha sottolineato
questi aspetti e ha fatto della musica il tramite verso un mondo che
sta al di là del mondo nominabile della quotidianità.
La musica diventa così metafora dell’indicibile. Scrive
E.T.A. Hoffmann: “La musica dischiude all’uomo un regno
sconosciuto; un mondo che non ha nulla in comune con il mondo sensibile
esterno che lo circonda e in cui egli si lascia alle spalle tutti i
sentimenti definiti da concetti per affidarsi all’indicibile”.
A questa citazione se ne può aggiungere un’altra, di W.H.
Wackenroder: “La musica parla una lingua che non conosciamo nella
vita ordinaria, l’abbiamo imparata non sappiamo dove e come, e
soltanto si potrebbe credere che essa sia la lingua degli angeli”.
La speculazione romantica sulla musica imbocca così una strada
che corre verso l’origine, verso l’originaria innocenza,
verso quell’ ”elemento fluido originario” che per
Wagner corrisponde al suono, attraverso il quale è possibile
ricongiungersi al tutto e ritrovare il “paradiso perduto”.
Il ritorno alla natura attraverso la musica, lingua segreta dell’universo
che mette in comunicazione tra loro tutti gli esseri, è un’aspirazione
comune a Hoffmann come a Novalis, per il quale l’intera natura
è una grande arpa eolia, i cui tasti sono dentro di noi. Una
fantasia di dissolvimento, un desiderio di fusione dominano questa concezione
della musica. Per esempio, Novalis scrive: “Nel fogliame degli
alberi, la nostra infanzia e un passato ancora più remoto si
mettono a danzare un girotondo gioioso... Ci sentiamo fondere dal piacere
sino all'intimo dell'essere, trasformarci, dissolverci in qualcosa per
cui non abbiamo né nome né pensiero”. Questo “perdersi
in se stesso” (Hegel) ci conduce sempre verso quello che, in termini
psicologici, abbiamo definito come il regno della Grande Madre, là
dove non sono ammesse differenze e opposizioni. La stessa ispirazione
guida Rilke quando, nei “Sonetti ad Orfeo”, parla della
“unità vibratoria del mondo”, una sorta di pulsazione
universale che mette in contatto la nostra esistenza umana con ciò
che trascende il dicibile e sorpassa l’analizzabile.
E’ manifestamente in questa visione che affonda le radici la teoria
psicoanalitica dell’assimilazione della musica a esperienze fusionali
primitive. Per esempio, Franco Fornari collega l’origine e il
significato della musica all’originaria unione simbiotica con
la madre: di questa unione la musica sarebbe il residuo, la rievocazione,
la nostalgia oggettivata. In questa prospettiva, attraverso la musica
sarebbe possibile il recupero di quell’esperienza originaria che
è la vita intrauterina: il suono post-natale, secondo Fornari,
è il rispecchiamento di quello pre-natale, rappresentato dal
battito cardiaco della madre.
Si capisce allora perché, ne “La montagna incantata”
di T. Mann, Settembrini, che è per così dire il rappresentante
della posizione illuminista, dica: “Bisogna diffidare della musica”.
Bisogna diffidare della musica perché essa ci fa sporgere pericolosamente
sulle profondità inconsce, strappandoci al discorso ordinato
e insieme alla conflittualità dell’esistenza storica.
Se nei Romantici è presente la speranza che attraverso la musica
sia possibile recuperare il regno dell’armonia e della felicità,
più tardi sempre più si fa strada l’idea che il
recupero sia di fatto impossibile e che la musica possa ormai vivere
soltanto come anelito insoddisfatto ed esprimere la disperazione dell’esilio.
Questa idea è già presente, ad esempio, nel Lied Der Wanderer
(Il viandante) musicato da F. Schubert, che si conclude così:
“Dove sei, amato mio paese? / …Io vago silenzioso, infelice,
/ e sempre mi domando sospirando: dove? / …Una voce misteriosa
mi risponde: / dove tu non sei, là è la felicità”.
Su questa stessa linea, nel Novecento, il filosofo e musicologo T.W.
Adorno ha scritto che la musica è “l’umano tentativo,
per quanto vano [il corsivo è mio], di nominare il nome di Dio,
non di comunicare significati”. Un apologo di Kafka sulle Sirene
sigilla con quieta disperazione questa impossibile nostalgia. Egli scrive:
“Le Sirene possiedono un’arma ancora più temibile
del canto, cioè il loro silenzio. Non è avvenuto, no,
ma si potrebbe pensare che qualcuno si sia salvato dal loro canto, ma
non certo dal loro silenzio”. Se il canto è speranza, il
silenzio delle Sirene elimina definitivamente questa speranza.
Si potrebbe continuare indefinitamente a trarre dalla storia della
cultura le testimonianze di un conflitto che è per sua natura
insanabile, un conflitto che si può declinare in tanti modi:
tra natura e cultura, tra origine e storia, tra libertà e sicurezza,
tra coscienza e inconscietà, tra mondo della madre e mondo del
padre, tra unità e molteplicità, e così via. Due
voci continuamente si inseguono e si contraddicono: quella che definisce
la vita come esilio e quella che vede nel mondo il campo in cui si può
dispiegare la creatività individuale; quella che aspira alla
pace e quella che ama il conflitto; quella che tien fisso lo sguardo
nel passato o nel futuro remoto e quella che guarda al presente; quella
che canta l’utopia e quella che ama la storia; quella che predilige
l’immortalità e quella che trova nel tempo il senso più
profondo dell’esistenza. La difficile condizione del mondo –“l’aiuola
che ci fa tanto feroci”- sempre ci sospinge fra le braccia della
madre, ma la sua bellezza e imprevedibilità sempre ancora ci
attirano.
Il secolo da poco trascorso, con i suoi orrori, ha per certi versi intensificato
l’anelito a una impossibile liberazione. Tutta l’opera di
Kafka può esser letta come l’inane tentativo di sottrarsi
alla colpa e alla disperazione di esser vivi. Qualcuno ricorderà
come, ne “Il processo”, Kafka distingua, con la sua illuminata
ironia, tra “assoluzione reale”, di cui non esiste alcun
esempio; “assoluzione apparente”, che non dà alcuna
garanzia effettiva di liberazione ed è revocabile in qualunque
momento; “procrastinazione”, che è una sorta di eterno
rinvio, anch’esso tuttavia privo di ogni certezza. Insomma, si
è condannati, e non c’è via di uscita.
Più recentemente, il bellissimo romanzo di una scrittrice austriaca,
“La parete” di Marlen Haushofer, che ha avuto un buon successo
anche nella traduzione italiana e che vivamente vi consiglio, si pone
come la sorprendente rappresentazione del progressivo sbiadire dell’identità
storica della protagonista, a favore di una sempre più marcata
compenetrazione col mondo metastorico della natura vivente. Il fine
implicito è quello di liberarsi dall’ansia della consapevolezza
e dal desiderio di attribuire significati agli eventi, per realizzare
finalmente “una vita senza timori e senza speranza”, come
ad esempio quella di una mucca. E’ così che ci si libera
dal tormento che abita l’Io, il quale per sua natura è
portatore della sofferenza, dell’incompiutezza, del conflitto.
Questa sorta di morte diventa il risveglio da quel brutto sogno che
è la vita quaggiù; la morte è un’alba, un
beato annientamento, un ritorno al seno materno. In conclusione, questo
romanzo illustra una sorta di iniziazione, anzi un’ascesi, ispirata
alla grandiosa utopia di eliminare il mondo in quanto prodotto dell’uomo.
Un descensus ad uterum, una discesa senza ritorno, un gesto di liberazione
definitivo.
E’ possibile una conclusione? L’argomento sembra non consentirlo.
Tuttavia, si può forse indicare qualche punto essenziale. Non
si dà autonomia senza il dolore profondo della perdita. Cioè,
senza solitudine. La cacciata dal Paradiso Terrestre ci pone in una
tensione insolubile, che costituisce l’orizzonte della vita. L’autonomia
comporta l’accettazione di quella tensione. In essa il piacere
della libertà non va mai disgiunto dalla sofferenza della mancata
pienezza. Spesso, per evitare questo dolore, si finge un materno che
è fuga dal mondo e non di rado un passivo arrendersi a ciò
che nel mondo vi è di più terribile. Nella Leggenda del
Grande Inquisitore, che Dostoevskij inserisce ne “I fratelli Karamazov”,
è delineata con sorprendente lungimiranza questa situazione.
Il Grande Inquisitore accusa Cristo, che è tornato sulla terra,
di aver abbandonato gli uomini alla libertà e al dubbio: “Ed
ecco che, invece di solidi princìpi per acquietare la coscienza
degli uomini una volta per tutte, tu hai scelto tutto ciò che
di più insolito, vago ed enigmatico possa esistere”. Come
osserva George Steiner, l’Inquisitore imputa a Cristo “di
aver tragicamente sopravvalutato la statura dell’uomo e la sua
capacità di sopportare l’angoscia del libero arbitrio.
L’uomo preferisce l’ottusa tranquillità della servitù”.
Difatti, l’Inquisitore prosegue: “…noi daremo agli
uomini la tranquilla, umile felicità degli esseri deboli, quali
essi sono per natura… Noi dimostreremo che sono deboli, che sono
soltanto dei poveri bambini, ma che la loro felicità infantile
è la più dolce di tutte… Anche i segreti più
tormentosi della loro coscienza, tutto, tutto, essi ci riferiranno e
noi troveremo una soluzione per tutto e loro confideranno nella nostra
soluzione con gioia, poiché essa libererà loro dal grande
assillo e dalle tremende pene che adesso patiscono per giungere a una
decisione libera, personale…”. L’Inquisitore conclude
intimando a Cristo: “Vai, e non tornare mai più, non tornare
mai più, mai, mai!”.
Dopo le tirannidi del secolo, dopo la Shoah, queste parole profetiche
mettono i brividi. Non possiamo più farci illusioni sull’innocenza,
sul ritorno all’infanzia che qui viene predicato. Il sentimento
di pace e di sicurezza associato all’inconsapevolezza e l’assenza
dell’assillo morale sono stati pagati con la perdita della dignità
umana imposta dai regimi totalitari, di cui l’ennesimo avatar
è forse oggi la cosiddetta “cultura di massa”. Come
ha scritto una volta A.M. Ripellino commentando “Eugenio Onieghin”
di Puškin, “una infinita banalità è l’unica
alternativa al lutto e alla separazione”. D’altra parte,
una mia paziente mi disse una volta ironicamente: “Dio è
troppo creativo!”, volendo intendere che, qualunque cosa si faccia,
finisce col metterci sempre nei guai.
Per finire, mi sembra di poter dire che il nostro sentirci esuli dipende
dal fatto che abbiamo due case, e ciascuna cerca di sedurci proponendosi
come l'unica. Una casa notturna e una casa diurna, la casa dell’infanzia
e la casa del mondo. Non è possibile scegliere. Jung ci ha insegnato
a tenere in tensione gli opposti, che è il modo per superare
i problemi senza pretendere di risolverli. Esiste una mistica della
reminiscenza, ed una mistica dell’oblio. Ho incontrato due brevi
scritti hassidici che, apparentemente contraddicendosi, illuminano la
nostra condizione. L’uno dice: “Dall’oblio viene l’Esilio.
Nella memoria si trova il segreto della Redenzione”. L’altro
dice: “A prima vista appare poco chiaro perché Dio abbia
creato la dimenticanza. Ma il significato è questo: se non ci
fosse la dimenticanza, l’uomo penserebbe continuamente alla propria
morte e non costruirebbe case e non intraprenderebbe nulla. Perciò
Dio ha posto negli uomini la dimenticanza. Perciò un angelo è
incaricato di insegnare al bambino così che non dimentichi nulla,
e un altro angelo è incaricato di battergli sulla bocca perché
dimentichi quello che ha imparato”.
Augusto Romano
Seminario tenuto il 13 maggio 2001 per l’Associazione Yseos,
v. S. Catania 137, 95123 Catania
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