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RIFLESSIONI SULL'ANALISI DIDATTICA
Non è casuale che questa sera noi presentiamo insieme una nuova società analitica e una riflessione sul problema della didattica in psicoterapia. Il nesso sta in questo: che la nostra associazione si è costituita staccandosi da un'altra associazione, il CIPA, proprio per divergenze sulla impostazione dell'analisi didattica, che noi ritenevamo troppo burocratizzata, orientata cioè più verso una preparazione culturale che verso una formazione personale. Naturalmente, ora che ci siamo dati una struttura indipendente, ci troviamo anche noi alle prese con il problema della didattica. Un problema -a mio avviso- che può essere assunto come esemplare per la messa a fuoco del particolare statuto della psicoterapia.
La questione dell'insegnamento dell'analisi può essere infatti circoscritto attraverso l'individuazione di alcune coppie di opposti che riguardano intimamente la natura e la funzione dell'attività analitica. Ne indicherò alcune, ma prima vorrei sgombrare il campo da una contrapposizione che, in questo contesto, ritengo fuorviante. Si tratta della contrapposizione tra democrazia ed oligarchia. Alcuni infatti motivano la richiesta di abolizione dell'analisi didattica, e quindi della figura del didatta, sostenendo che la didattica è in realtà una questione di potere e non di sapere: i didatti formerebbero una élite, cioè appunto una oligarchia, e ciò comporterebbe una antidemocratica differenziazione degli analisti in due classi dotate di diversa autorità, con la conseguente formazione di gruppi di potere, i quali svolgerebbero una funzione di remora nei confronti del libero sviluppo delle personalità individuali.
L'argomentazione è suggestiva ma non pertinente. Per quel che so, la democrazia è un insieme di regole del gioco che consente la partecipazione di tutti, ancorchè indiretta, alla formazione delle decisioni politiche, nonché la possibilità di esercitare un controllo sulla gestione del potere. Dunque, dal punto di vista della salvaguardia delle esigenze democratiche, è essenziale introdurre negli statuti e regolamenti delle società analitiche delle norme volte a ridurre al minimo i rischi dell'abuso di potere da parte dei didatti (ad esempio: indicazione del numero massimo di allievi per ciascun didatta; divieto di svolgere la didattica con lo stesso analista con cui si è svolta l'analisi personale, anche se questi è didatta, e così via).
La salvaguardia della democrazia lascia però impregiudicato il problema della competenza. Nella tesi volta a delegittimare l'analisi didattica è dunque evidenziabile una confusione di esigenze. Intendo dire che ciò che viene presentato come tutela della democrazia è in realtà una radicale opposizione all'esistenza di un'élite, cioè di un gruppo di persone che possa essere riconosciuto portatore di una particolare competenza. Non di democrazia si tratta dunque, quanto piuttosto di una forma estrema, per così dire “maoista” (in quanto tesa ad abolire ogni differenza), di egualitarismo.
Il discorso ci riporta ora inevitabilmente al punto di partenza: cos'è mai questa formazione, e in cosa consiste la competenza didattica ?
Possiamo introdurre qui, al fine di delimitare il campo, le coppie di opposti cui alludevo poco fa. La prima è quella tra formazione e istruzione o addestramento. La formazione è un concetto più forte. Ha a che fare col dare e assumere forma, con l'idea di configurazione; non è un mero aggiungere nozioni, informazioni, abilità. In ogni formazione è cioè compresa una trasformazione. Sembra allora inevitabile distinguere nella preparazione dell'analista un aspetto essoterico ed uno esoterico (escludendo naturalmente da quest'ultima parola i particolari significati storici che le si sono depositati addosso). Il primo riguarda la trasmissione di un sapere teorico o tecnico, che si può effettuare tramite lezioni, corsi, letture, discussioni, e così via. Naturalmente, questa preparazione culturale è importante. Ma di per sé non garantisce niente. Molti la vedono come una scorciatoia, che ha il vantaggio di rassicurare attraverso il possesso. E' come imparare una lingua: dà una sensazione di potere. Ma quali pensieri penserai in quella lingua? Noi crediamo, con i fondatori della psicoanalisi, che il fattore di trasformazione sta al di là della pur utile e necessaria preparazione tecnica: esso sta probabilmente nel rapporto e nel confronto delle due personalità tra cui l'analisi si svolge. Non si spiegherebbe altrimenti come mai terapeuti di scuole diverse, che praticano dunque approcci diversi, riescano ad ottenere egualmente risultati positivi. Rispetto al patrimonio culturale codificato vi è dunque una eccedenza. In questa eccedenza è la sostanza della psicoterapia. Il lato che ho detto esoterico della formazione ha a che fare con questa eccedenza. In questa prospettiva, si può parlare di formazione nello stesso senso in cui si dice che il “Wilhelm Meister” di Goethe o “Guerra e pace” di Tolstoj sono romanzi di formazione. Questo tipo di formazione non è codificabile. Lo strumento che più la favorisce è probabilmente la pratica analitica, ma neanche questa può essere considerata come una garanzia assoluta, pur rappresentando un potente stimolo a entrare in rapporto con se stessi. In realtà, questa via formativa, che è una sorta di iniziazione laica, si nutre spesso di esperienze che poco hanno a che fare con lo studio della psicologia: romanzi e filosofia, amori, malattie, delusioni, lutti, coltivazione di fantasie, dialoghi con le immagini interiori...
Un'altra coppia di opposti discende da quella che ho appena tematizzato, ed è la contrapposizione tra produzione artigianale e produzione di serie. La cura artigianale riguarda anzitutto l'assenza di una regola imperativa e di una procedura standardizzata. Il lavoro artigianale si nutre di perplessità, di attenzione, di tentativi, di esperienza. Nella figura dell'artigiano c'è l'idea di un rapporto personale, affettivo, con il suo compito. Egli accudisce la sua opera, maternamente si potrebbe dire, ma senza la voracità di certe madri. E' questa l'immagine che mi sembra più coerente con l'idea della formazione analitica. Se contrapponiamo democrazia e autoritarismo, vorrei dire che la essenziale democraticità della formazione analitica (e dell'analisi stessa) sta proprio in questa fedeltà alle molte strade che essa può imboccare.
Quale forma può assumere questo discorso all'interno di una società analitica? Una volta stabilito che la formazione non ha a che fare con l'indottrinamento ma è un approfondimento del lavoro interiore, si comprenderà che ciò che il didatta può trasmettere non è costituito soprattutto da contenuti culturali. Jung ha scritto che nelle forme più avanzate di psicoterapia ciò che è essenziale è “il confronto fra due sfere psichiche, vale a dire tra due esseri umani che si pongono l'uno di fronte all'altro nella loro totalità”. Il che significa che alla fine ciò che conta soprattutto non è la tecnica ma la personalità di chi la applica.
Poco fa ho parlato della formazione come di una iniziazione laica. Questo concetto si può applicare sia al didatta, sia all'allievo. Il didatta, per essere riconosciuto come tale, deve ottenere una investitura di qualche tipo (elezione, designazione, cooptazione). L'allievo, per proseguire e concludere la formazione, deve confrontarsi con una personalità alla quale sia stata riconosciuta una particolare competenza. La professione di analista non è una professione qualunque: è una professione che espone costantemente al rischio e all'avventura della intimità spirituale e affettiva profonda tra due persone. Ed è una professione che -diciamo così- si impara praticando appunto questa intimità, che naturalmente non è fatta soltanto di consonanze ma anche di intensi contrasti. In questo sta il carattere iniziatico della didattica, ed è per questo che dovremmo considerare normale che l'allievo debba affrontare delle prove. Si potrebbe dire che l'analisi didattica rappresenta la trama simbolico-rituale entro cui si snoda il processo di formazione.
In conclusione:
la didattica non è, se non marginalmente, trasmissione di elementi culturali. A questo fine servono altri strumenti.
la didattica è un processo di trasformazione interiore, che dovrebbe permettere -sul piano professionale- di ridurre sia i pericoli dello spontaneismo acritico, sia quelli della rigidità dommatica.
la didattica consiste nell'incontro/scontro tra la personalità del didatta e quella dell'allievo. Questo, nel migliore dei casi, dovrebbe condurre a un ampliamento dello spazio psichico di entrambi. Naturalmente, tutto ciò non è esente da rischi, tra cui quello che il didatta cerchi di prevaricare l'allievo. Del resto, se l'analogia con l'iniziazione ha un senso, dobbiamo ricordare che l'iniziazione è fatta di prove, e dunque di vittorie e di sconfitte, alcune delle quali definitive.
Per concludere, menzionerò una obiezione che viene fatta alla stessa esistenza del didatta. Si chiede: quali sono le qualità richieste per svolgere la funzione didattica, e come si fa per accertarle? In altre parole, in base a quali criteri selezionare i didatti? Posto in questi termini, il problema mi sembra insolubile. In realtà, noi non sappiamo quali sono le qualità personali che un didatta dovrebbe possedere. Allo stesso modo, non conosciamo i requisiti che definiscono generalmente un buon analista.
La mia risposta a questo problema segue un'altra strada. Secondo me, ciò che fa il didatta o, se preferite, ciò che sancisce la sua autorevolezza, è il consenso. Perciò io sostengo che -all'interno di una società analitica- per diventare didatti occorre essere designati dalla grande maggioranza degli analisti. Questo procedimento potrebbe essere considerato come l'equivalente della teoria che, in ambito scientifico, sostituisce la intersoggettività alla oggettività.
Mi sono limitato, in questo intervento, a considerare alcuni problemi collegati con l'analisi didattica in senso stretto. Il discorso ovviamente può essere allargato a considerazioni che riguardano sia i presupposti teorici di questo modo di vedere, sia i limiti e le contraddizioni inerenti al concetto di scuola, sia infine la stessa legittimità delle società analitiche.
Augusto Romano
Intervento tenuto presso la libreria Legolibri di Torino in occasione della presentazione dell'ARPA.
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