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SAPERE ARTISTICO E SAPERE ANALITICO
Anni fa, erano i primi anni settanta, ricordo che la questione della scientificità o meno della psicoanalisi accendeva interminabili dibattiti.
I più preparati tra i convenuti, pro o contro che fossero, concordavano sul fatto che alla psicoanalisi manca il requisito fondamentale perché la si possa considerare scienza: la ripetitibilità, da parte di chiunque, delle stesse “operazioni” con il medesimo risultato, cioè il non poter allestire la cosidetta “situazione sperimentale”.
Restava aperto, però, il problema di definire che cosa fosse, allora, la psicoanalisi.
A volte qualcuno si alzava e con tono perentorio affermava: “La psicanalisi è un'Arte!”. Il che, sovente, poneva fine al dibattito: in un modo o nell'altro la “vis polemica” si spegneva, sostenitori e detrattori si ritenevano entrambi soddisfatti.
Non solo perché così non c'erano né vincitori né vinti, ma anche, credo, perché ognuno, in cuor suo, sentiva o intuiva che quello era il modo più proprio di guardare alla psicoanalisi nel suo insieme organico, cioè a quella indissolubilità di aspetto conoscitivo e terapeutico, di “sapere” e “fare”.
Vorrei allora proporre un accostamento tra fare/sapere artistico e fare/sapere analitico. Non con intento definitorio, ovviamente, ma al solo scopo di offrire alcuni punti di riflessione sul problema della trasmissibilità del sapere analitico. E adotterò un approccio molto semplice, aneddotico, volutamente minimalista.
Da molti anni (quasi venti) frequento un gruppo di amici “artisti”, vecchi compagni di liceo artistico tra di loro, e ora variamente impegnati nelle arti figurative (chi a tempo pieno e chi no…) e sono sempre rimasta colpita da un fatto: i loro discorsi, quando si riuniscono e parlano di “Arte”, si polarizzano sempre in due aree. La prima riguarda questioni squisitamente tecniche: marca dei colori, spessore dei pennelli, durezza delle mine, tempi di cottura della creta… chi li ascoltasse per la prima volta resterebbe facilmente deluso e forse penserebbe che in quei discorsi viene immesso un entusiasmo degno di miglior causa.
A ben vedere (ed ascoltare) c'è tutta la “cura artigianale” di cui Augusto Romano parla come di un ingrediente indispensabile dell'analisi: l'attenzione ed attrazione per la materia e le sue trasformazioni, e per gli strumenti del mestiere. A tratti invece prevale proprio il rifugiarsi difensivo e riduttivo nel tecnicismo, quasi a cercare lì un sicuro punto di ancoraggio.
I mutamenti tra questi due atteggiamenti sono rapidissimi, si alternano velocemente entrambe le sfumature (cura artigianale, attenzione partecipe, voglia di comunicare/tecnicismo difensivo).
La seconda area è quella filosofica: non solo Estetica, anche Teoretica e soprattutto Filosofia Morale. Leggono voracemente libri di filosofia, se li scambiano, con atteggiamento “ingenuo” nel senso etimologico del termine: è un'esigenza che “nasce da dentro”.
Area “tecnica” (con le due sfumature) / area filosofica: tutto ciò che sta in mezzo, l'area intermedia che costituisce lo specifico dell'Arte e del fare artistico, non è oggetto di discorso. Non perché non se ne voglia parlare, ma perché evidentemente non è possibile farlo in modo diretto.
Questo “vuoto”, si sa, in genere lo riempiono i critici. Ma gli artisti non possono fare altro che girarci attorno, circoscriverlo, riempirne i margini, evidenziarlo “per assenza”.
Lo scambio di informazioni, il cosidetto “confronto” tra analisti ha qualche tratto in comune con quanto ho appena descritto.
Ci si confronta sugli strumenti del mestiere, e la cosa può assumere le due sfumature già descritte: atteggiamento “artigianale” (preziosissimo) oppure tecnicismo difensivo.
Voglio dire che, ad esempio, si può parlare di un determinato meccanismo di difesa, di un sintomo, dell'interpretazione di un sogno, con attenzione partecipe, curiosa, trepidante (così come si è manifestato in quel particolare paziente e in quella particolare relazione terapeutica); oppure inserendolo tecnicamente in un quadro concettuale già bell'e pronto e confezionato, pre-digerito, sul quale non ci si interroga mai perché non lo si mette mai a confronto con la propria esperienza.
Nei convegni di analisti junghiani dei primi anni ottanta la polarizzazione era particolarmente evidente tra analisti “clinici” (impropriamente), in cui prevaleva un tecnicismo difensivo, e “teorici”, che si rifacevano alla metapsicologia, al ripensare i fondamenti (Filosofia).
Traspariva la difficoltà a mettere a fuoco lo specifico dell'analisi: in entrambi i casi mancava il rapporto analista/analizzando.
Attualmente la divergenza (polarizzazione) non ha più, per fortuna, i toni ideologici di allora. Sembra che l'impasse sia superato. Ma la difficoltà a mettere a fuoco lo specifico dell'analisi si ripresenta puntualmente in ogni comunicazione tra colleghi: è qualcosa con cui bisogna imparare a convivere.
Nel corso degli anni si è costellata, tra me e gli amici artisti, una reciproca, e dichiarata, invidia.
Io mi sono ritrovata spesso ad invidiarli per la concretezza oggettiva delle loro opere. Essi, d'altra parte, mi hanno sempre vista come chi può interpretarle, disvelare, mettere in chiaro il loro senso. Eppure io non mi pongo mai in quella posizione: sono loro che me la attribuiscono.
E' come se io volessi oggettivare il risultato del mio lavoro e loro volessero psichizzare la materia, l'aspetto materiale, oggettivo delle loro opere: un senso senza oggetto e un oggetto senza senso.
Anticamente, forse, qualche alchimista, ascoltando i nostri discorsi, avrebbe avvertito la presenza di “mercurius fugitivus”.
Un analista che cosa può fare? Riferire sui casi clinici trattati, ma è un compito tutt'altro che semplice. Ogni analista conosce le difficoltà che si incontrano nell'esporre un caso clinico. Difficoltà che mi sembrano ben sintetizzate da un aneddoto che, ancora una volta, devo al mio gruppo di amici. Sembra che un professore di Figura fosse solito inaugurare il suo rapporto con gli allievi così: dopo aver posato un vaso sul treppiedi diceva “Voi non dovete disegnare un vaso, ma questo vaso e, nello stesso tempo, il vaso.
Risuona anche qui la distinzione tra “produzione in serie” e “produzione artigianale” introdotta da Augusto Romano, che si ripresenta a vari livelli: analista/paziente, didatta/allievo, e anche quando un analista presenta un caso clinico: in ognuna di queste situazioni è ravvisabile un aspetto creativo.
L'optimum sarebbe riuscire a fare coesistere, o addirittura coincidere, l'individualità e irripetibilità di quel caso clinico, di quel rapporto analitico con asserzioni teoriche generali.
Va da sé che, in pratica, ognuno fa quello che può e il valore del risultato, lo spessore della presentazione del caso clinico, dipenderà da quanto l'analista che lo riferisce avrà retto in sé questo paradosso e ne avrà tentato una composizione.
L'importante è raccogliere questa sfida (che è una sfida simbolica), non eluderla, provarci. Altrimenti si disegna un vaso, si fa “produzione in serie”, si abbassa il livello della comunicazione, e lo specifico dell'analisi svanisce.
La difficoltà è più facilmente risolvibile se si tratta di pubblicare uno scritto o di utilizzare un caso clinico per lezioni o seminari di tipo accademico: qualunque schema espositivo si scelga di adottare (partire dal caso clinico per arrivare a ipotesi e affermazioni teoriche, o viceversa), è evidente che entrambi gli aspetti devono trovare un loro spazio. Così come è evidente che l'analista sceglierà un caso clinico sul quale, come si suol dire, “ha le idee chiare” (non necessariamente solo casi di successo terapeutico, anche insuccessi, purché ben compresi e concettualizzati). Lucidità intellettuale e capacità di reggere e comporre il paradosso del vaso danno variamente spessore al prodotto.
Ma c'è un'altra situazione in cui si presentano casi clinici e che è parte essenziale della vita e della vitalità di un'associazione analitica: i seminari o le intervisioni in cui gli analisti discutono collettivamente. In genere si fa a turno: si presentano casi, o tranches di analisi, in cui un determinato aspetto è rilevante, interessante, e si presta ad approfondimenti teorici, oppure casi sui quali si hanno dubbi o si è in difficoltà. Formazione permanente dell'analista. La situazione, il setting, è estremamente fluido e, pur non essendo minimamente sovrapponibile alle supervisioni individuali, offre il vantaggio di mettere in circolazione idee, spunti, riflessioni…lì, insomma, si comunica. O almeno: si dovrebbe poter comunicare.
E' una situazione in cui, come si dice in gergo, “ci si espone”. E' evidente che qui è in gioco la capacità individuale di lasciarsi parlare dall'inconscio piuttosto che un atteggiamento difensivo (in genere il rifugiarsi nella teoria: parlare dell'inconscio. Ed è chiaro che questa capacità di lasciarsi parlare dall'inconscio è direttamente proporzionale all'acquisizione della fiducia di non venire sopraffatti: è una capacità che deriva solo dall'aver a lungo soggiornato con i propri complessi, dall'essersi a lungo confrontati con l'inconscio (analisi personale e didattica).
Ma oltre a questa disposizione individuale e alle solite dinamiche di gruppo conta anche molto lo “stile di comunicazione” prevalente nell'Istituzione di cui si fa parte: se tutto è burocratizzato, anonimo, codificato, standardizzato, se prevale l'informazione sulla formazione, è molto difficile che questa capacità possa sopravvivere.
Se va bene viene occultata: ognuno se la tiene per sé. Ognuno (analisti, allievi…) dice solo le cose di cui è sicurissimo, ogni intervento deve essere prima ben pensato e confezionato in termini teorici…. Il risultato è che non si fa altro che ribadire il già noto e che la ricerca viene mortificata sul nascere (dico “ricerca” perché, badate, questa area di comunicazione fra analisti è importantissima: i casi più interessanti sono quasi sempre quelli che, per un motivo o per l'altro, non si possono pubblicare, e se ne può solo riferire verbalmente fra colleghi).
Da ultimo vorrei raccontarvi un mio vecchio sogno, di circa venti anni fa: ero da poco entrata, come allieva, al CIPA, la società analitica da cui io ed altri colleghi ci siamo recentemente dimessi per fondare l'ARPA.
Il sogno è questo:
Ho un figlio, neonato (all'epoca non avevo figli). Incontro mio padre, che tiene il bambino in braccio, in uno stato d'animo indicibile. E' affranto, prova un dolore profondissimo e non riesce a dare un senso all'accaduto: ha portato mio figlio al CIPA per “presentarlo” e lì, deridendolo, gli hanno risposto che non si usa più.
Capisco la situazione. Condivido il dolore di mio padre, ma gli dico anche: “E' così. Tu non lo sapevi ma non si usa più”.
“Ma questa è la tradizione!” ribatte lui. “Ma quale tradizione?” -replico io- “Vuoi dire che quando sono nata mi hai presentato nel posto in cui lavoravi?”. Certo! -risponde convinto- e quando sono nato io mio padre, cioè tuo nonno, mi ha presentato nel posto in cui lavorava: come vuole la tradizione!”.
All'epoca non erano ancora state introdotte le modifiche statutarie che hanno poi determinato le nostre dimissioni, ma già qualcosa stava cambiando. Il numero dei soci era cresciuto, da “gruppo” si stava diventando “Istituzione” in consonanza con quanto avveniva in altre società analitiche, così iniziavano alcune modifiche al training, a poco a poco.
A onor del vero devo dire che, pur in assenza di controprova, penso che probabilmente io avrei fatto lo stesso sogno anche se, invece che del CIPA, mi fossi trovata a far parte di una qualsiasi altra associazione psicoanalitica di quelle dimensioni.
Qual'era l'atteggiamento della mia coscienza? Avvertivo un malessere ma, per così dire, mi facevo andar bene le cose, ero accomodante e l'entusiasmo giovanile faceva il resto.
Nessun torto personale mi era stato fatto: il sogno è privo di elementi personali; nel sogno mio padre non presenta il bambino perché è bello, simpatico o altro, ma perché così vuole la tradizione.
E nella società analitica non viene riconosciuto lui come nessun altro bambino: non si usa più.
Possiamo dire che il sogno tocca un problema collettivo. Ci sono, ovviamente, vari livelli di lettura, ma niente vieta di darne una lettura psicologica o antropologica: possiamo dire allora che mette in luce un tratto (doloroso, e se non lo è dovrebbe esserlo) della modernità.
Il bambino, cioè la totalità della personalità, viene considerato fuori luogo. Il che, se può essere doloroso per chiunque, qualunque lavoro svolga, è particolarmente grave per gli analisti, perché é con quella che un analista lavora, per definizione.
Altro aspetto: non siamo su un versante materno ma paterno. Non c'è richiesta infantile di maternage: questo bambino non ha bisogno di cure, ma deve essere riconosciuto nella sua individualità.
Siamo nel campo del diritto, dell'onore e della responsabilità. Come se venisse violata una legge tramandata, antica, profonda. Disattendere questa tradizione è tradire qualcosa.
La prima associazione che viene in mente è la “presentazione al Tempio” e sicuramente questo aspetto archetipico c'è, ma molto sullo sfondo: nel sogno non ci sono toni magniloquenti o atteggiamenti solenni, è tutto molto semplice.
L'atteggiamento di mio padre inoltre è molto “laico” e realistico: si pone da vecchio medico, professionista, che così ha sempre inteso il suo lavoro, anzi professione. Lo strappo, nella tradizione, è recente –così sembra dire il sogno-: non è in questione un modo “arcaico” di intendere il proprio lavoro (o di identificarsi con esso), ma un modo di porsi che era ancora vissuto fino a una generazione fa.
Il mio sentire nel sogno era conflittuale: soffrivo con mio padre e per mio padre, e nello stesso tempo cercavo di mediare fra lui e la cosidetta “Coscienza collettiva” (“non si usa più”).
Ecco, il mio dimettermi dal CIPA e l'aderire alla nostra nuova associazione, l'ARPA, è stato ed è, anche, ritornare immaginalmente dentro a quel sogno per dire a mio padre: “Hai ragione!”.
Maria Eugenia Spotti
Intervento tenuto presso la libreria Legolibri di Torino in occasione della presentazione dell'ARPA.
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