| SAGGIO INTRODUTTIVO A C.G. JUNG E R. WILHEM,
IL SEGRETO DEL FIORE D'ORO
1. In Ricordi sogni riflessioni Jung scrive di aver ricevuto
nel 1928 “una lettera di Richard Wilhelm, contenente il manoscritto
di un trattato di alchimia taoista intitolato Il segreto del fiore
d’oro, che mi pregava di commentarlo. Subito divorai il manoscritto,
poiché il testo mi dava una conferma, mai sognata, delle mie
idee circa il mandala e la circumambulazione del centro. Questo fu il
primo avvenimento che interruppe la mia solitudine. Mi resi conto di
un’affinità; potevo stabilire legami con qualcosa e con
qualcuno”.
L’ interesse per questo testo cinese dell’ VIII secolo d.C.
appare dunque strettamente connesso alle vicende personali e all’attività
creativa dello psichiatra zurighese, impegnato nell’ elaborazione
del concetto di inconscio collettivo e nella teorizzazione del “processo
di individuazione”. Consumata da tempo la separazione da Freud,
Jung si era completamente dedicato alla costruzione di una psicologia
originale, ispirata a una visione del mondo alternativa a quella di
Freud, e invisa sia ai seguaci della psicoanalisi sia alla cultura accademica
dominante. Di qui il sentimento di solitudine e l’ esigenza di
trovare conferme alle sue intuizioni. Conferme che, nel caso del testo
cinese, erano tanto più gradite in quanto avvaloravano, agli
occhi di Jung, l’ ipotesi che l’inconscio collettivo –e
gli archetipi che lo costituiscono- fosse una struttura psichica realmente
universale.
Va qui ricordato che, sebbene il pensiero di Jung presenti al riguardo
alcune oscillazioni, gli archetipi possono essere definiti, in termini
generali, come funzioni inconsce innate presenti in tutti gli uomini
le quali, modellando gli stimoli esterni, danno luogo a costrutti immaginali
dotati di una forza e di un significato specifici. Detto in altre parole,
l'archetipo è la disposizione inconscia a produrre rappresentazioni
mitiche organizzate intorno a un particolare nucleo di significato.
Tali costrutti veicolano l’ energia psichica e pertanto sono in
grado di produrre o favorire trasformazioni negli atteggiamenti e nelle
risposte comportamentali. L’ambiziosa pretesa di aver individuato
un substrato psichico comune che va “al di là delle differenze
di cultura e di coscienza” comportava l’ esigenza di fondare
questa convinzione non soltanto su osservazioni cliniche e sulle rappresentazioni
della mitologia occidentale ma anche su esempi tratti da culture diverse
e lontane. Il segreto del fiore d’oro rappresentava quindi
per Jung un’occasione importante per ampliare la base delle sue
teorie. Egli ne approfittò con entusiasmo. Il che, se da un lato
ci ha consentito di prendere atto di talune reali analogie tra prodotti
culturali così apparentemente incomparabili, dall’altro
rende ragione di alcune forzature che pure si manifestano nel Commento
di Jung. Queste ultime possono essere considerate come un nuovo capitolo
(e non certo l’ ultimo) di quella utilizzazione strumentale di
idee e valori orientali che, da Schopenhauer al New Age, attraversa
la nostra cultura.
Il metodo seguito da Jung per avvalorare l’ esistenza dell’
inconscio collettivo è lo stesso che -trasposto sul piano clinico-
ha preso il nome di “amplificazione”. L’amplificazione
è infatti quel procedimento che utilizza le più svariate
concordanze e analogie mitologiche con lo scopo di approfondire la comprensione
di testi onirici che presentano essi stessi contenuti di natura archetipica,
e dunque sovrapersonale. Per questa via il testo onirico viene immesso
dentro una rete di immagini e situazioni esemplari che funzionano come
una cassa di risonanza e favoriscono l’ approfondimento del suo
significato.
2. L’analisi del Commento junghiano può
essere condotta secondo molteplici punti di vista. Ne ho scelti tre,
che mi sembrano cogliere aspetti diversi del pensiero e delle strategie
operative di Jung.
2.1. Il Commento può essere anzitutto considerato una esposizione
sintetica e in molti passi particolarmente efficace della teoria psicologica
elaborata da Jung sino al momento della sua stesura. In base al testo,
essa può essere così riassunta.
La scomposizione della realtà in coppie di opposti, coeva all’
emergere della coscienza dallo sfondo indifferenziato dell’ inconscio,
è un dato strutturale dell’esistenza. Il costituirsi dell’
Io, e dunque di una identità specifica, rompe l’indistinzione
originaria: da quel momento la realtà si organizza in termini
di polarità e di contrasto. La coscienza discrimina e, discriminando,
assegna dei valori. Alla luce crepuscolare succede una luce più
viva e netta, che però illumina soltanto un’area delimitata.
Fuori di quella l’oscurità si fa più fitta; e questo
va riferito sia a ciò che è sconosciuto, sia a ciò
che è avvertito come minaccioso e riprovevole. La forza dell’
Io, la sua consistenza, la capacità di canalizzare l’ energia
in progetti di vita viene pagata con l’ esperienza della finitudine.
Questa esperienza non riguarda soltanto ciò che proviene dall’
esterno, ma passa anche all’ interno dell’ individuo: è
la finitudine dell’uomo cosciente, che sente come inammissibile
ciò che è fuori della coscienza, l’inconscio nella
sua “selvatichezza indomita”.
Purtroppo ogni riuscita genera da sé il suo limite: nel nostro
caso l’ efficienza dell’ Io, la sua direzionalità,
è minata dal rischio della unilateralizzazione. Una coscienza
che si unilateralizza è una coscienza che si inaridisce, perdendo
il contatto con l’altro da sé, con la matrice feconda dell’
inconscio. La scissione determina uno squilibrio che, quando viene negato,
corrisponde all’instaurazione di ciò che Jung definisce
come un “monoteismo della coscienza”. Sul piano individuale,
la nevrosi è, per Jung, la conseguenza di questa divaricazione
di conscio e inconscio, il punto di arrivo di un atteggiamento retto
da una logica disgiuntiva e insieme la reazione della psiche totale
a questo atteggiamento. Ciò che è stato espunto o non
riconosciuto dalla coscienza si costituisce in sistemi psichici parziali
dotati di autonomia, che si oppongono alla posizione della coscienza
provocando conflitti tanto più intensi quanto maggiore è
la dissociazione della psiche. Il fenomeno non riguarda soltanto gli
individui ma anche le civiltà. Jung legge la storia della cultura
occidentale e il “disagio della civiltà” nei termini
di questa tragica assolutizzazione dei valori coscienti, rappresentati
da ciò che egli qui chiama la “tirannia dell’ intelletto”.
Il recupero dell’ equilibrio comporta l’ accettazione della
duplicità, non solo come l’ inevitabile forma in cui l’
esperienza ci si presenta, ma anche come condizione perché questa
acquisti significato. Il cosiddetto processo di individuazione consiste
essenzialmente in un itinerario che, partendo dalla critica delle false
sicurezze dell’ Io, perviene alla possibilità di una creativa
collaborazione di conscio e inconscio passando attraverso l’ accettazione
del conflitto, cioè della tensione tra gli opposti. Questa è
anche la strada per superare i problemi piuttosto che risolverli. Scrive
Jung: “…i problemi più grandi e importanti della
vita sono, in fondo, tutti insolubili; e non possono non esserlo, perché
esprimono la necessaria polarità inerente a ogni sistema di autoregolazione.
Essi dunque non potranno mai essere risolti, ma soltanto superati”.
Il superamento coincide con un ampliamento della coscienza, che integra
in sé nuove mete sino a quel momento custodite dalle immagini
prodotte dall’ inconscio. La funzione del simbolo, cui in questo
testo Jung accenna fuggevolmente, è appunto quella di unire paradossalmente
conscio e inconscio, e di additare così nuove vie, nuove possibilità
di sviluppo, veicolando l’ energia psichica prima sequestrata
nel conflitto fra i termini opposti. Accettare l’ambivalenza e
la conflittualità significa però spostare l’ Io
dalla posizione centrale tradizionalmente attribuitagli, ridurne l’
ingenua sicurezza, riconoscerlo come parte di una realtà sovraordinata,
che Jung chiama Sé, unità paradossale di conscio e inconscio.
Quale la via per renderci permeabili all’ inconscio, e permettergli
di parlarci? L’inconscio qui evocato è naturalmente l’
inconscio collettivo: dunque non il prodotto della rimozione quanto
piuttosto il deposito di significati potenziali. Il percorso su cui
Jung si sofferma in questo testo è la via immaginale, quella
che in altri luoghi egli chiama “immaginazione attiva”.
Si tratta di far parlare le immagini, di “lasciarle accadere”
senza opporre resistenza, di seguirle, di entrare in relazione con loro,
accettando di sacrificare il pregiudizio cosciente, ispirato a una visione
critica e razionalistica. Solo così è possibile sperimentare
di nuovo l’efficacia delle immagini e del daimon che le abita,
la cui realtà è troppo facilmente qualificata come “illusione”.
In questo modo si crea un ponte tra coscienza e inconscio e, di conseguenza,
un ampliamento della personalità.
Tra le immagini ricorrenti, Jung dedica una particolare attenzione ai
mandala –strutture forti, spesso cerchi racchiusi in un quadrato-
che vengono intesi come simboli della totalità. L’aspetto
che Jung mette particolarmente in evidenza è quello del movimento,
della circolazione dell'energia, inteso come analogo della “animazione
di tutte le forze chiare e oscure dell’ umana natura, e di conseguenza
di tutti gli opposti psicologici, di qualsiasi natura possano essere”.
In termini psicologici, questo corrisponde a “girare intorno a
se stessi” in modo da coinvolgere tutti i lati della personalità.
Possiamo chiederci quale sia il posto delle immagini mitologiche e religiose
in questo contesto. Per Jung esse sono oggettivazione di contenuti psichici
autonomi, portatori immaginali delle potenze archetipiche, ipostasi
del senso dotate di una particolare numinosità. Qui come altrove
la psicologia della religione si configura in Jung come una psicologia
della esperienza religiosa. L’accento cade dunque sul fattore
soggettivo, per cui Jung è portato a distinguere nettamente l’
emergenza interiore di immagini e simboli religiosi dalle concrezioni
dommatiche offerte dalle religioni storiche; e, più radicalmente,
a distinguere tra l’ esperienza e i correlati metafisici di questa.
Egli fa proprio il principio kantiano di esclusione della trascendenza
e rivendica rigorosamente un atteggiamento empirico, volto esclusivamente
ad accertare e a rendere ragione dei fenomeni che cadono sotto l’osservazione
psicologica. Dei e demoni sono dunque personificazioni di forze psichiche,
che si impongono alla coscienza come Potenze, cioè come portatrici
di valori. Questo atteggiamento si fa evidente quando, nel Commento,
Jung suggerisce l’idea che i grandi filosofi orientali siano “psicologi
simbolici”. L’intenzione di “portare alla luce della
comprensione psicologica ogni cosa che sappia di metafisica” e
così di riportare la “cosiddetta metafisica nella sfera
dell’ esperibile” costituisce quello che potremmo chiamare
l’ immanentismo metodologico di Jung.
2.2. Un altro percorso cui ci invita il testo junghiano è quello
attraverso le corrispondenze e le divergenze tra la sua concezione della
struttura e dei processi psichici e le immaginose metafore del Segreto.
Si tratta di un percorso non facile, come è dimostrato dal fatto
che anche Jung -il quale afferma tuttavia di avervi trovato conferme
essenziali alle sue vedute- non manca di sottolineare, nel corso del
Commento, numerose diversità.
Alcune di queste non sono molto importanti ai nostri fini in quanto
riguardano differenze generali e in qualche modo ovvie nella visione
del mondo e nei processi di pensiero. Tale è ad esempio l’osservazione
che l’Oriente pratica la comprensione del mondo “attraverso
la vita”, mentre l’Occidente generalmente si appaga della
spiegazione scientifica. Questa differenza torna anzi a vantaggio della
tesi junghiana secondo cui, per temperare l’ atteggiamento razionalistico,
l’ uomo occidentale dovrebbe praticare un rapporto più
diretto, emotivo e immaginativo, con i contenuti dell’inconscio.
Ci troviamo qui di fronte a quelle differenze che, avendo un carattere
compensatorio, chiedono per così dire di essere integrate perché
la personalità ne risulti arricchita.
Pone invece degli interrogativi l’ osservazione secondo cui la
pratica di vita cinese non ha mai separato drasticamente gli opposti,
né violentemente rimosso gli istinti, ignorando dunque quella
tendenza a un “eroico autosuperamento” proprio della mentalità
occidentale. Infatti, se le premesse psicologiche sono diverse (non
si dimentichi che per Jung il processo trasformativo prende le mosse
da una eccessiva unilateralità dell’atteggiamento cosciente),
deve immaginarsi che anche gli scopi divergano. Tocchiamo qui il nucleo
problematico delle analogie tra processo di individuazione e via di
liberazione taoista. Jung tende a sottolineare gli elementi comuni,
ma questi, come si vedrà, riguardano soprattutto il metodo e
la configurazione complessiva, non la meta.
Il punto principale di divergenza concerne manifestamente la posizione
dell’ Io. Se la trasformazione della personalità significa
per Jung riuscire a reggere la tensione degli opposti, riconoscendo
la legittimità di entrambi, posto che una delle opposizioni fondamentali
è quella tra l’ Io e l’inconscio, ne risulta l’impossibilità
di eliminare l’ Io cosciente, giacché in questo caso verrebbe
meno uno dei termini della relazione. Viceversa, per l’Oriente
la liberazione sembra essere essenzialmente liberazione dall’
Io, superamento della coscienza individuale. Il testo del Segreto sembra
in proposito piuttosto esplicito. Si legge che “lo spirito primordiale
sta al di là delle opposizioni polari”, che “il corpo
deve essere come legna secca, il cuore come cenere spenta”, che
“uscendo dall’essere e rientrando nel non essere, si compie
il mirabile Tao”. Si torna alla “vuota infinità”:
“senza principio, né fine. Senza passato, né futuro…
La coscienza si dissolve in contemplazione”.
Il Commento di Jung presenta al riguardo delle oscillazioni. A volte
sembra voler assimilare le due vie; in altri passi sottolinea chiaramente,
anche se indirettamente, le differenze. Così, ad esempio, egli
osserva che lo Yoga si rivolge solo a coloro “la cui coscienza
si accinge a distaccarsi dalle forze vitali per entrare nell’unità
indivisa”. Per questo –aggiunge- occorre aver saldato “coscienziosamente
tutti i debiti verso la vita”. E conclude: “Si tratta di
un ideale realizzabile, in definitiva, solo nella morte”.
Quali sono dunque le analogie atte a rinforzare il punto di vista junghiano
sulla psiche? Per ciò che riguarda il gioco degli opposti, si
può ricordare la complementarietà di Yin e Yang, che sono
concepiti appunto come principi opposti dalla cui equilibrata interazione
dipende il benessere individuale e sociale. Per quanto attiene invece
alle modalità del processo trasformativo, Jung sottolinea anzitutto
il parallelismo tra gli “stati d’animo che accompagnano
il processo di sviluppo”. Più importante è però
l’ analogia dei contenuti immaginali (i mandala ne sono un esempio),
che si pone come conferma indiretta del comune sostrato archetipico.
Analoga è anche l’attribuzione di realtà (“reale”
in questo caso significa “in grado di produrre effetti”)
alle forze psichiche interiori quali si manifestano nelle immagini simboliche.
In entrambe le esperienze, la fantasia è vissuta come qualcosa
di molto diverso, anzi di opposto, rispetto ai comuni sogni a occhi
aperti.
Sopra ogni cosa però risalta come elemento comune la struttura
stessa del processo, cui è sottesa l’ esigenza della trasformazione
interiore. A seconda delle tradizioni culturali le mete della trasformazione
possono variare; quello che resta fermo è il modello archetipico
dell’ autorealizzazione.
Appare in conclusione evidente che la possibilità di trovare
analogie tra esperienze così lontane nel tempo e nello spazio
comporta la loro decontestualizzazione al fine di isolare quegli elementi
strutturali che possono giustificare la fecondità dell’accostamento.
2.3. Un terzo possibile approccio al Commento è quello di utilizzarlo
come testimonianza delle modalità con cui Jung si accosta al
mondo orientale e, più in generale, alle culture diverse dalla
nostra.
Nel discorso commemorativo pronunciato in occasione della morte di Richard
Wilhelm Jung espresse, seppure in modo larvato, l’opinione che
la morte dell’amico fosse stata favorita dalla crisi spirituale
generata dal profondo contrasto che in lui opponeva Oriente e Occidente.
Il grande sinologo “aveva sacrificato dentro di sé l’uomo
europeo”, facendosi “afferrare” (ergreifen) dalla
“civiltà straniera dell’Oriente”. Tornato in
Europa, era parso a Jung che negli ultimi anni della sua vita si stesse
verificando una inversione di tendenza e che “l’Europa e
l’uomo europeo gli si accostassero sempre di più, giungendo
addirittura a incalzarlo”. Conclude Jung: “Non v’è
nulla che possa essere sacrificato per sempre. Tutto ritorna, sia pure
in forma mutata. E quando ha avuto luogo un sacrificio assai grosso,
l’aspetto sacrificato, allorché si ripresenta, deve trovare
ancora un corpo sano e resistente, capace di sopportare le scosse di
un profondo rivolgimento”.
Indipendentemente dal caso specifico, questo testo mostra chiaramente
con quanta serietà e cautela Jung affrontasse il confronto tra
civiltà. Anche nel Commento, come in tutti i suoi scritti dedicati
all’Oriente, egli ammonisce più volte a non lasciarsi trascinare
in superficiali e inconsulte operazioni sincretistiche; quando non si
tratti di mero turismo culturale (giocare a “fare i primitivi”)
scambiato per apertura su mondi diversi. Allo stesso modo qui e altrove
critica la pratica dello yoga da parte dell’uomo occidentale,
sottolineandone i rischi anche fisici. “Il comodo scimmiottare
–aggiunge- genera sempre una condizione instabile”. E ancora:
“Si fa di tutto pur di sfuggire alla propria anima”. Insomma,
Jung sarebbe rimasto scandalizzato dalla moda New Age e dalla avidità
consumistica che la porta a coprirsi con “sfarzosi abiti orientali”
e ad impossessarsi di una ricchezza “della quale non siamo assolutamente
eredi legittimi”. “Lo yoga a Mayfair o nella Fifth Avenue…
è un falso spirituale”.
Se grande era la severità di Jung nel biasimare ogni dilettantesca
mescolanza di valori e di riti, altrettanto grande era la sua inclinazione
al dialogo onesto fra interlocutori anche lontani. Da più parti
è stata del resto sottolineata la centralità dell’
impianto dialogico nel pensiero di Jung: si tratta di una intenzione
che già lo spingeva, quando era giovane assistente al Burghölzli,
a parlare con i pazienti schizofrenici per tentare di comprendere il
loro linguaggio; che poi ha improntato i suoi costanti rapporti intellettuali
con le più diverse tradizioni culturali; che ha ispirato la costruzione
di quel teatro interiore nel quale l’ Io dialoga appunto con i
tanti altri personaggi che lo popolano; che ha infine modellato la sua
concezione della terapia. Questo atteggiamento ermeneutico si ritrova
anche nel Commento, laddove Jung riafferma l’ esigenza di restare
ancorati solidamente alla cultura nella quale siamo nati e da cui siamo
stati formati, ma anche riconosce i limiti di questa stessa cultura
(“La coscienza occidentale non è affatto l’ unico
tipo di coscienza possibile; è invece condizionata storicamente
e geograficamente limitata, ed è rappresentativa di una parte
soltanto dell’umanità”) e adopera la metafora del
ponte per designare un dialogo che permetta un arricchimento spirituale
senza che però nessuna delle parti rinunci ai suoi fondamenti.
Che poi il metodo analogico, cui Jung abitualmente si affida, non sia
stato sempre utilizzato da lui in modo sorvegliato, e che talvolta,
come si è accennato nel paragrafo precedente, nei suoi scritti
si avverta il rischio di una strumentalizzazione dell’Oriente
per gli scopi dell’ argomentazione, indica che non sempre si è
all’ altezza delle proprie premesse. Se assumiamo come esempio
il Commento, vediamo che, dopo aver incoraggiato nel testo qualche slittamento
di significato, nelle Conclusioni Jung recupera pienamente la disposizione
ermeneutica, limitandosi per il resto a sottolineare le concordanze
relative agli stati psichici e al simbolismo, che sono le più
fondate sul piano descrittivo e anche le più probanti ai fini
della conferma dell’ esistenza di un inconscio collettivo.
3. Per concludere, un accenno allo stile compositivo di Jung. Sin dalla
Introduzione si possono cogliere i tratti salienti dello “stile”
junghiano quali, dal più al meno, si presentano in tutti i suoi
lavori. La frase iniziale dichiara “un profondo senso di estraneità
nei confronti di questo testo cinese”. E’ una affermazione
di natura personale, che poco dopo viene confermata e per così
dire legittimata da una dichiarazione di principio in difesa del “vivo
coinvolgimento diretto” e della “comprensione partecipe”.
Da questa matrice procedono le sprezzature, gli sfoghi, le battute,
le rotture delle convenzioni diplomatiche e in genere tutto ciò
che permette a Jung di uscire improvvisamente dalla pagina per interrogare
direttamente il lettore. A questo atteggiamento si contrappone però
la difesa del metodo scientifico e la pretesa di operare secondo criteri
di obbiettività. Anche questa è una affermazione di principio,
temperata però dall’ esigenza che si tratti di una scienza
che non sia “fine a se stessa” e, soprattutto, non totalitaria,
non esclusivista. Le due opzioni si riflettono nello stile, che alterna
zone argomentative, nelle quali si insinua a volte una certa pedanteria,
un amore per il dettaglio filologico e per la citazione dotta, e subitanei
squarci umorali, reazioni irritate, ricordi personali.
Tutto ciò non torna certamente a vantaggio dell’ordine
e della chiarezza espositiva, anche perché si combina con la
tendenza alla divagazione. Questa corrisponde talvolta a uno slittamento
nel dettaglio; altre volte è un ritorno ai temi portanti che
accompagnano Jung da un libro all'altro. Per esempio, nel Commento,
i temi cui spesso l’ autore ritorna sono l’ inconscio collettivo,
l’unilateralità della coscienza occidentale, la coesistenza
dei contrari, il richiamo all’ empiria, la “realtà”
della psiche, il Cristianesimo. Come accade agli innamorati, Jung a
volte si accomiata improvvisamente dall’argomento specifico che
sta trattando e va a salutare i nuclei di pensiero a lui più
cari; salvo a tornare poco dopo, rinfrancato, al suo lavoro.
Si hanno dunque digressioni, ripetizioni, lungaggini ma raramente si
ingenera noia, sia perché, in definitiva, gli argomenti trattati
non sono mai oziosi, sia perché una frase polemica o una osservazione
pungente vengono a ravvivare l’attenzione e talvolta a definire
–meglio di una dimostrazione- la questione trattata. A questo
proposito, il Commento contiene alcune frasi memorabili, di cui la più
nota è: “Le divinità sono diventate malattie”,
con sarcastico riferimento all’atteggiamento razionalistico che
ha creduto di abolire i fatti svalutando i nomi e le immagini dietro
cui quelli si nascondevano: gli dèi sono naturalmente le potenze
della psiche che, negate, per così dire si vendicano convertendosi
in sintomi. Ma assai gustose sono anche espressioni come “il monoteismo
della coscienza”, o l’ invito all’uomo occidentale
a “imparare a riconoscere queste potenze psichiche, senza aspettare
che le sue lune, i suoi nervosismi e le sue idee deliranti lo illuminino
dolorosamente sul fatto che egli non è l’unico padrone
in casa sua”. Ma evidentemente l’ uomo occidentale (oggi,
con la globalizzazione, non solo lui) fa come certi pesci, “che
credono di contenere in sé il mare”.
Augusto Romano
Note
Si veda, da ultimo, Mario Trevi, Marco Innamorati, Riprendere Jung,
Bollati Boringhieri, Torino 2000.
Su Jung e l’ermeneutica e, più in generale, sui rapporti
tra Jung e le culture orientali, si veda l’ottimo John J. Clarke,
Jung and eastern thought (1994) [trad. it. Jung e l’Oriente,
ECIG, Genova 1996].
Pubblicato come Saggio introduttivo a C.G. Jung, R. Wilhelm, Il
segreto del fiore d’oro, Bollati Boringhieri, Torino 2001
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