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Una Falsa Identità
Talvolta l'analista accompagna il paziente alla porta di ingresso e lì sosta, attendendo l'arrivo dell'ascensore. Egli nota che, dopo il saluto (ma anche dentro il saluto stesso), il viso dell'altro assume un aspetto neutro; gli occhi guardano la porta dell'ascensore che non si apre ancora e il viso si fa ragionevole e scostante. Si potrebbe dire che sta pensando, ma probabilmente non è vero. Aspetta semplicemente di andarsene. La seduta è finita ed egli si è ricomposto. Quei tratti si sono chiusi, ma non in modo irritato e rancoroso: si sono semplicemente chiusi. L'analista non ha uno specchio in cui guardarsi, però sa che il suo viso in quel momento rassomiglia a quello dell'altro. I due non sono forse mai stati così vicini. La loro prossimità sta nella loro assenza. Essi stanno tornando alla vita, e questa vita è fatta di automatismi, di gesti atteggiati, di cerimonie rassicuranti. Una terza persona che passasse di lì vedrebbe entrambi tranquilli e silenziosi, immersi in quella vita di sogno con la quale provano a illudere la morte vicina. Se io sono tutti, se i nostri gesti si rassomigliano, forse non morrò. L'individualità è la morte, mentre l'immortalità stringe la mano alla prenascita, in un patto che si direbbe losco se non vi trapelasse una debolezza che non può non commuovere.
I due hanno deciso di fare l'analisi, di farsi l'analisi a vicenda, per poter infine soffrire un poco a causa di questa loro vita così apparentemente ben riuscita, con tutte le parole a posto: è un sogno, ma imita la vita così bene che, se non fosse per certi momenti (come quello dell'attesa dell'ascensore), ingannerebbe chiunque. E' florido come un quadro iperrealista, e frigido allo stesso modo.
"Con meravigliosa acutezza egli vedeva in sé (...) tutte le capacità e qualità che il suo tempo apprezzava di più, ma aveva perduto la possibilità dì applicarle". Così pensa Ulrich, l'uomo senza qualità del romanzo di Musil(1). Più avanti lo scrittore aggiunge: "E così si era anche dovuto convincere che le qualità in tal modo acquistate, più che con lui erano connesse fra loro, anzi ciascuna di esse, se esaminava bene se stesso, non aveva più strettamente da fare con lui che con altri individui che a loro volta le possedessero (... ) E' sorto un mondo di qualità senza uomo, di esperienze senza colui che le vive"(2).
Queste ultime parole esprimono bene la situazione odierna. Il nostro è un mondo di robuste qualità, tutti sanno ciò che vogliono, o devono, fare e, quando non lo sanno, si informano. La cultura del Novecento ha diagnosticato una crisi di identità intesa come crisi dei valori tradizionali, con riferimento sia alle certezze trascendenti di ordine religioso, sia alle certezze, anch'esse trascendenti, proprie dell'uomo nato dalla rivoluzione borghese. Ma questo non ha scosso, anzi ha rinforzato, l'esigenza di comportarsi secondo modelli. Solo che si tratta ora per lo più di modelli consumabili come vestiti. Dei vestiti hanno anche l'inevitabilità e, talvolta, una certa eleganza, o gaiezza o serietà.
Mi accorgo spesso in analisi che la cosiddetta crisi di identità è in realtà il suo contrario: voglio dire che occorre combattere un eccesso di identità. E' in crisi la non identità: la gente sa troppo come dev'essere, si spaventa di non poter essere, guarda con terrore le fenditure profonde che talvolta si aprono nella pianura della loro esistenza, le intermittenze, i disguidi che -col favore dei sintomi- fanno intravvedere i fuochi di un'altra vita. Musil contrappone al senso della realtà il senso della possibilità e tratteggia così una tipologia in cui l'uomo della possibilità viene descritto come colui che vive "in una tessitura di fumo, immaginazione, fantasticherie e congiuntivi". Se prescindiamo dal contesto specifico dell'opera di Musil, potremmo dire che si tratta di un tipo umano che più si apre all'inconscio. Per molte persone l'analisi diventa il luogo in cui conquistare penosamente, liberandosi da una fittizia identità, il diritto alla propria oscurità e irresolutezza e, talora, il diritto a essere angosciati o depressi.
Racconterò ora, aiutandomi con alcuni sogni, qualche spezzone di una storia umana avviluppata dentro una identità caparbiamente costruita. Si tratta di una donna di circa trent'anni, di estrazione medio borghese, laureata in sociologia, impiegata con mansioni di responsabilità in una società di consulenza organizzativa. La chiamerò Giovanna. La sua storia mi sembra abbastanza esemplare, rappresentativa della storia di molte altre giovani donne.
Conflitto sin da bambina con la madre, sentita come invadente e possessiva. Rapporto col padre apparentemente poco intimo ma in realtà ispirato a una profonda complicità; il padre ha sempre puntato sulla figlia la carta della propria sopravvivenza intellettuale, auspicandone e favorendone l'affermazione sociale e culturale. Giovanna ha un fratello, più anziano di lei, che non si è laureato e conduce un'esistenza piuttosto grigia e scontenta. Come si può immaginare, questo fratello, che Giovanna disistima, ha un rapporto preferenziale con la madre.
A 15-16 anni Giovanna si "ribella". Precoci esperienze sessuali, attuate volontaristicamente, come manifestazione esplicita di libertà e di emancipazione, e di lì per molti anni "sesso a gogò" (come ella dice), in un modo che non sembra affatto espressione di esuberanza erotica ma piuttosto una sorta di compito dovuto, anzi -si potrebbe dire- una lotta contro l'eros, per la distruzione dell'eros attraverso la sua banalizzazione.
Frequentazione di campi di nudisti. Partecipazione al '68 e attività politica nella sinistra extraparlamentare. “Militanza” femminista e necessità di mostrarsi sempre forte, agguerrita, non sentimentale, favorita in ciò dalle buone risorse intellettuali. Incidentalmente, si può osservare che questo tipo di femminismo competitivo conferma come a volte l'esigenza di liberarsi dall'egemonia maschile non scalfisca l'inconscia conformità all'idea dell'inferiorità femminile. Voglio dire che in questi casi il femminismo è vissuto come esigenza di appropriazione, talora con una esagerazione che ha del parodistico, delle tradizionali qualità maschili: razionalità e potere. Naturalmente, il femminismo non è sempre questo e anzi, nelle sue espressioni più innovative, si pone come ricerca di un modo alternativo di essere, come immissione di eros nel mondo sclerotizzato dei valori patriarcali. Ma sta di fatto che, laddove l'ideologismo prevale, spesso l'emancipazione femminile risulta una emancipazione dal femminile e una resa ai valori maschili(3). Giovanna ha vissuto così il suo femminismo.
Buona riuscita scolastica e facile inserimento nel mondo del lavoro. Malgrado l'apparente incompatibilità con i suoi valori politico-sociali (parzialmente temperata dal riflusso, dalle posizioni della sinistra extraparlamentare a quelle del Pci), Giovanna si adatta molto bene alla sua professione di organizzatrice aziendale: è efficiente, attiva, autoassertiva e fa carriera.
A trent'anni, è una donna ragionevolmente “arrivata”: ha una identità, sa difendersi bene, ha molte opinioni, si muove con abilità nelle situazioni sociali. Ovviamente, non ha interessi casalinghi e, sostanzialmente, disprezza le donne; viceversa, è sempre molto aggiornata sulle novità librarie e sulle mode culturali.
Da circa un anno convive con un medico un po' più anziano di lei, ed è la prima persona verso la quale sembra che in lei si muova un sentimento autentico. Comincia allora a soffrire di episodi di frigidità, che ella stessa collega alle sue esigenze di "indipendenza" (non lasciarsi condizionare dal sesso e non dipendere dal partner). Parallelamente, è colta da crisi saltuarie di bulimia. Rifiuta nettamente l'idea di sposarsi ("Cosa direbbero i miei amici, con i quali tante volte abbiamo teorizzato il superamento del matrimonio?") ed è terrorizzata dall'idea di avere figli (pensa che le toglierebbero la “libertà”).
E' dunque pronta per l'analisi.
Naturalmente l'analisi può essere anche un ulteriore connotato della sua identità fittizia: una donna aggiornata fa anche l'analisi. Ma per fortuna non è soltanto così. Giovanna, oltre ai sintomi che ho citato, comincia a sentirsi piuttosto scontenta e a rendersi conto, inizialmente solo a livello intellettuale, che la sua vita è dominata da ruoli. Per questo vorrebbe cambiare.
Man mano che i nostri incontri procedevano, a me è parso di vedere -sotto la rigida struttura Animus-Persona (per dirla in termini abbreviati), i silenzi ostinati o la puntigliosa, accanita difesa delle sue posizioni consce- una sorta di infantile sgomento e smarrimento, un bisogno di essere amata (e dunque di amare), una esigenza ancora caotica di dipendenza, qualcosa di oscuro, di appena nato e perciò ancora contenuto nell'incoscienza, che faceva un singolare contrasto con la donna apparentemente sicura di sé che mi sedeva di fronte.
Vi sono in lei due verità: una è la verità visibile, la sua identità dichiarata, che le permette di vivere senza vivere (per esempio, le impedisce di accettare il suo esser donna e l'idea stessa di fondare una famiglia, una convivenza stabile con dei figli), e una verità che lei percepisce come disagio, come non idoneità, qualcosa di informe, un'assenza che si fa presente come possibilità inesplorata di vita.
Dopo un anno di analisi, ciò che entrambi sentiamo come un passo avanti è il fatto che più spesso ella sente accettabile il non aver più tante certezze e il suo stesso smarrimento.
Di conseguenza, inclina talvolta alla depressione, ma sente anche che questa depressione, che compensa la precedente inflazione, è il segno doloroso ma positivo di una apertura verso il basso, là dove vegeta il mondo della sua femminilità, una femminilità bambina che è scissa dal logos non erotizzato a cui lei si è affidata. La perdita di identità diventa la chiave di volta per la costruzione di una realtà psichica insieme più articolata, più ambigua e più indefinita.
Riferisco ora tre sogni, tra i molti fatti da Giovanna, che mi sembrano significativi ai fini del problema che qui stiamo esaminando. Il primo, che è anche il sogno iniziale, dice:
Entro in uno scavo archeologico assieme a due persone che non conosco, un uomo dall'aspetto passivo e poco vitale, e una donna circa della mia età. All'ingresso c'è un venditore ambulante con una bancarella, che vende delle “patacche” (falsi reperti archeologici, tra cui noto in particolare dei piccoli scudi. Sul fondo c'è un muro in cui è incassata una scala. Saliamo. A un certo punto notiamo nel muro una specie di nicchia, da cui estraiamo tre oggetti: sono una statuetta della dea indiana Kalì, un'orsa di ceramica bianca e un'elefante. Ognuno di questi tre oggetti è destinato a uno di noi. Alla ragazza va la dea Kalì. A me spetterebbe l'orsa e all'uomo l'elefante, Ma con abile mossa io scambio l'orsa con l'elefante e mi approprio di quest'ultimo.
Le associazioni a questo sogno sono limitate e riguardano soprattutto l'immagine negativa e distruttrice della dea Kalì e la gradevolezza dell'elefante, visto come immagine di forza. Dato che il mio proposito non è qui di fornire estese interpretazioni quanto piuttosto di cogliere nei sogni i temi che mi sembrano alludere al problema dell'identità, sottolineerò soltanto tre elementi. Il primo è il contesto archeologico, che mi sembra svolgere una funzione compensatoria rispetto all'atteggiamento conscio, tutto orientato sul presente. Le personalità costruite con artificio sono fedeli alla cronaca più che alla storia, manca in esse quella maturazione dialettica in cui si rispecchia un'esperienza profondamente vissuta. Gli scavi archeologico suggeriscono un andare al di là della spuma del quotidiano, un risalire alle origini della vicenda umana per coglierne l'essenziale. Il secondo elemento sono gli scudi falsi, da intendere come difese artificiali, di poco valore. Essi anticipano il tema dell'inautenticità, che meglio poi si manifesta nel terzo elemento, che è il trucco con cui Giovanna si appropria di una statuetta che non le compete (le statuette sono probabilmente da vedere come modelli, nuclei di riferimento per orientarsi nella vita).
Come con un gioco di prestigio ella prende per sé -ma non conquista veramente- una figura che, nelle sue stesse associazioni, ha a che fare col maschile. In tal modo ella veste, per così dire, una pelle che non è sua: questo significa vivere al di sopra, o comunque al di fuori, dei propri mezzi e, più in generale, non stabilire un rapporto dialogico con le possibilità emblematizzate dall'elefante, come accadrebbe qualora avesse consegnato l'elefante al suo compagno. Ella invece tenta di realizzare, nei confronti di quelle possibilità, una sorta di identificazione irriflessa. Al compagno dà l'orsa, figura femminile. Se immaginiamo l'orsa bianca soprattutto come un animale capace di sopravvivere in un mondo freddo, ecco che lo scambio sembra indicare che Giovanna ha dato poca importanza all'idea che il senso della vita potrebbe risiedere all'interno della sua stessa femminilità: al gesto introverso che fa appello al calore interiore (ricordiamo che Giovanna rifiuta l'idea stessa della maternità) si sostituisce il gesto estroverso che si appropria dell'elefante come di un'arma. A questo punto un Animus passivo cui sia stata consegnata l'orsa non può che sviluppare, con tipico procedimento intellettualistico, un'ideologia femminista (discutere i problemi femminili anziché viverli). Nell'ombra resta la dea Kalì, come figura materna ingoiante e scoraggiante con cui Giovanna non ha ancora fatto i conti.
Il secondo sogno dice:
E' come se assistessi a un film alla televisione. Comincia parlando del ritiro dei calciatori, i quali sono accompagnati dalle loro donne. Poi si vedono queste giovani donne che escono tutte insieme su un viale, mentre la padrona di casa, una donna arcigna che sembra avere autorità, le osserva. Una di loro, giovane, esile, bionda, si attarda e rimane indietro. La padrona di casa la raggiunge e le parla, probabilmente le dice che esce anche lei e dove va. Poi la padrona di casa si allontana. La ragazza tutta allegra si avvicina a una casa, a forza di braccia si arrampica e scavalca una finestra entrando in una camera da letto. Si avvicina a una porta e la apre guardando dentro. Sta cercando qualcosa. lo, proprio come quando guardo certi film gialli, ho paura per lei e mi domando come fa a essere così sicura che in casa non ci sia nessuno. Mentre la ragazza sta richiudendo la porta e senza aver visto quello che cercava, da sotto il letto sbuca l'arcigna padrona di casa e le mette con forza una mano sul braccio. Lei sobbalza. La padrona di casa inveisce contro di lei urlando e accusandola di aver cercato (o trovato) i “Buoni del Tesoro” e ordinandole di dirle dove li ha nascosti. La ragazza tace. Comincia una colluttazione. La ragazza è esile e magra. Anche la padrona di casa è magra e asciutta, ma forte, e ha il sopravvento. A un certo punto le si avventa contro e con qualcosa le taglia la testa. lo chiudo gli occhi per non vedere la testa che rotola per terra. Quando li riapro, il corpo della ragazza decapitata giace sul bordo del letto e la padrona di casa, tutta insanguinata, è seduta alla scrivania col telefono in mano e guarda il corpo con rimpianto.
Raggruppo qui di seguito le associazioni di Giovanna.
Gioco del calcio: non è più un vero gioco, è un'industria e, al tempo stesso, un oppio per le masse.
Ragazza esile: è una ragazza imbarazzata, poco abile e poco forte, che vuole recuperare qualcosa di intimo che la riguarda: potrebbero essere ad esempio lettere personali, lettere d'amore.
Padrona di casa: strega, vecchia zitella direttrice di collegio, dura, arida.
Buoni del Tesoro: sicurezza effimera dei piccolo-borghesi ragionieri. Dopo la guerra sono crollati.
L'esame delle figure principali del sogno e della storia drammatica in cui esse agiscono ci aiuta a capire le forzature e le autentiche violenze cui Giovanna si è sottoposta nel costruire la sua identità.
I calciatori, in questo contesto, sembrano alludere non tanto all'aggressività espressa sotto forma di gioco umano non distruttivo quanto a una competitività dietro cui c'è il bisogno di affermarsi a ogni costo.
In essa c'è qualcosa di disumano (vedi l'associazione con l'industria), che costituisce al tempo stesso una droga, un modo improprio per trovare tranquillità e forza. Sul piano personale, ad esempio, i calciatori potrebbero rappresentare in Giovanna la passione di discutere, di affermarsi, di voler sempre aver ragione (che è anche un modo di drogarsi).
Le donne sono con i calciatori per divertirli: questo significa porre la femminilità al servizio del l'Animus competitivo, che la sfrutta. Del resto, è abituale in molte donne usare ai fini di potere le proprie attrattive femminili, e anche Giovanna non è andata esente da questo.
La giovane donna, ancora fragile e impacciata, è colei che ha bisogno di recuperare amore e sentimento (così come Giovanna ha insieme bisogno e paura di innamorarsi sul serio) e perciò si rifiuta di condividere l'accondiscendenza delle altre a farsi sfruttare: è una nuova possibilità interiore con cui per fortuna Giovanna solidarizza.
A lei si oppone però la strega, che non ha niente di femminile e che è in qualche modo complice dello sfruttamento delle ragazze (non per niente è la padrona di casa). Questa strega è una zitella acida; è cioè, in Giovanna, la femminilità negata, delusa, non fiorita, che non ammette di essere stata frustrata e perciò, anziché piegarsi amorevolmente su se stessa, si comporta appunto da strega: nel sogno, interpreta un problema di sentimento come se ciò che conta fosse assicurarsi una esistenza piccolo borghese (i Buoni del Tesoro). I discorsi cinici, svalutativi della femminilità sono per esempio in Giovanna, che si crede moderna, discorsi da vecchia zitella che vuol dimostrare una falsa superiorità. Nel sogno la vecchia zitella ha ancora il sopravvento; si potrebbe dire che, essendo posseduta dall'Animus, ha un'arma più tagliente ed è certo più capace di argomentare della povera ragazza. Infatti le taglia la testa, che vorrebbe dire: tratta la sua femminilità autentica ma inesperta come se fosse un'idiota, una donna senza testa. Ma pure, alla fine, nella strega che sta per telefonare (forse alla polizia) emerge un sentimento di rimpianto, cioè di dispiacere per ciò che ha commesso. Questa è la premessa per una trasformazione. Anche la trepidante partecipazione di Giovanna alle vicende della ragazza esile mostra il formarsi di un diverso atteggiamento, intriso di sentimento per la figura più debole e femminile.
Il terzo sogno dice:
Mi trovavo, insieme a molta altra gente, in una grande aula della mia vecchia scuola media. Era come se si tenesse una assemblea. A un certo punto arrivavano dei giovani, mi vengono in mente i punk, forse per l'abbigliamento. Mi sembra che avessero giacche di cuoio nero. Eravamo colti di sorpresa dalla loro irruzione. lo avevo paura, temevo delle violenze da parte loro nei nostri confronti. Uno dì questi, probabilmente il loro capo, ci contestava violentemente a parole il fatto che fossimo lì e non so cos'altro. Accanto a me c'era una ragazza che tirava fuori un paio di forbicine, tagliava un pezzo della sua borsa e dal buco tirava fuori il portafoglio e se lo nascondeva addosso. Pensavo che anch'io avrei dovuto togliere il portafoglio dalla borsa e nascondermelo addosso, ma non avevo le forbicine e, se avessi aperto la borsa, la cosa non sarebbe passata inosservata al capo dei contestatori e per me sarebbe stato ancora peggio. Poi invece quelli se ne andavano e io mi sentivo sconvolta all'idea che anch'io all'Università avevo contestato con gli altri ridicolizzando i professori e facendogli balletti intorno (tipo girotondo femminista) e insultandoli mentre noi eravamo in tanti e loro indifesi. E adesso che ero stata al loro posto, capivo quanto ciò fosse stato crudele.
Le associazioni sono:
Assemblea: luogo in cui si discute, si mettono in chiaro le cose.
Punk:immagini di violenza, teppisti. Stranamente, quei giovani dovevano essere contestatori di sinistra, ma in realtà sembravano fascisti.
Portafoglio: documenti di identità.
Il sogno si commenta da sé. Giovanna torna a scuola, che è anche il luogo dove si mettono in chiaro le cose, e qui è costretta a rendersi conto: a) della natura fascista (e dunque reazionaria, costrittiva, illiberale) dell'Animus collettivo che la minaccia; b) del fatto che lo spirito fascista si veste, per apparire giustificabile, con una ideologia di sinistra, che ne rappresenta dunque la razionalizzazione; c) che questo pericoloso aggressore potrebbe toglierle l'identità personale per sostituirla, presumibilmente, con le divise vistose e monotone che esso stesso fornisce; d) che ella ha già ceduto in passato a questa seduzione. Questa improvvisa consapevolezza provoca sgomento ma permette anche un distanziamento dalla situazione e l'emergere di un giudizio etico.
Vorrei sottolineare quest'ultimo punto. Il riferire gli eventi umani alla sola categoria del giudizio politico ("tutto è politica", e non: "tutto è anche politica") ha favorito il rifiuto generalizzato della valutazione morale che, nel linguaggio ideologizzato, è divenuto “moralismo piccolo borghese”. Ma questo non accadrebbe così facilmente se non ci trovassimo di fronte a un problema di falsa identità. L'assunzione di una identità fittizia pone il soggetto fuori gioco e lo aliena al complesso di regole culturali che egli ha accettato in blocco, di cui si è per così dire vestito. Il giudizio non gli appartiene più in quanto è demandato a priori all'ideologia: questa contiene già nella sua confezione le risposte ai dubbi e alle perplessità e quindi esime il soggetto da scelte personali. Ma se il giudizio etico ha appunto a che fare con la scelta e con la responsabilità individuale, sembra inevitabile che esso possa riemergere soltanto con la perdita delle identificazioni di comodo. Attraverso l'abbandono di una identità definita una volta per tutte appare di nuovo l'umano con i suoi dubbi, incertezze e conflitti.
Kafka scrisse in una nota di diario: "Di tutto esiste un surrogato misero, artificiale: degli antenati, delle nozze e dei discendenti. Lo si crea nelle convulsioni e, quando non si perisce per questo, si perisce per la desolazione del surrogato"(4). Antenati, nozze e discendenti sono il radicamento nella vita. La famiglia post-patriarcale va verso esiti, non ancora chiari, dove sembra comunque che questi legami avranno meno spazio. Ma questo non importa, se ciò che li sostituirà non sarà un surrogato. Gli antenati sono il legame con il passato, le nozze sono l'incontro con l'altro da sé (simbolicamente, l'incontro di maschile e femminile), i discendenti sono l'apertura sul futuro, l'elemento innovativo che nasce dall'unione. In questi tre simboli è racchiusa la vita dell'uomo e il suo senso. Dovranno dunque esserci sempre degli antenati, un passato con cui fare i conti, delle nozze, una donna e un uomo con cui amarsi e litigare, e dei discendenti, delle idee nuove da produrre e dei gesti nuovi da compiere ponendo in causa se stessi. Nella tortuosità di questo itinerario, che non è senza pena e lacerazioni, si forma l'identità, che è un concetto limite, sempre esposto a essere irrigidito e isterilito dalle pretese totalizzanti del senex.
Esistono tuttavia i surrogati, non quelli cui allude Kafka, a cui le “convulsioni” resero in ogni modo vera, pur nella disperata incompiutezza, la vita. Sono invece antenati, nozze e discendenti in confezione regalo, tenuti insieme dal nastrino dell'ideologia. Ciò che li distingue dagli altri è la loro forma, il loro essere tutti immediatamente conciliati, generati da una Provvidenza mondana cui è ignota la tensione degli opposti. Per fortuna talvolta lo sconforto fa ugualmente la sua apparizione e addita le vie del creativo.
Augusto Romano
Note
I.
R. Musil, L'uomo senza qualità, tr. it. Einaudi, Torino 1962, p. 42,
II.
Ibidem, p. 141.
III.
Si veda in proposito J. Hillman, Il mito dell'analisi, tr. it. Adelphi, Milano 1979, soprattutto il saggio "Sulla femminilità psicologica”(p. 225 sgg.) e in particolare la nota 59 a p. 351.
IV.
F. Kafka, Confessioni e diari, tr. it. Mondadori, Milano 1972, p. 610.
Pubblicato in La pratica analitica, Moretti & Vitali, Bergamo, maggio
1994, numero 9
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