News Moretti&Vitali

ANTICIPAZIONE

Davide D’Alessandro

Il filosofo e l’analista

Diagnosi e critica. Da Severino a Galimberti
Il volume, che verrà pubblicato prossimamente, presenta 35 interviste con i massimi filosofi e psicoanalisti italiani. A impreziosire l’opera, tra l’altro, è compreso l’ultimo colloquio di Emanuele Severino, prima della scomparsa del filosofo.
Filosofi e psicoanalisti lavorano, pensano, leggono e scrivono, ma riescono, se intervistati con passione, ad andare oltre lo schema talvolta banale di un compitino accademico. Se questi dialoghi hanno la forza di restituire parte del senso perduto, in un’epoca complessa dove la quantità trionfa sulla qualità, il merito è della filosofia e della psicoanalisi, discipline mai separate, ma che anzi s’incrociano, interrogano e s’interrogano sulla vita e spesso si soffermano su brandelli di vita, appesi come scarti a strutture fragili, sofferenti, depotenziate, rimaste al buio, prive di luce. Alla filosofia e alla psicoanalisi, a chi le onora con il proprio impegno quotidiano, è affidata la speranza di una rinnovata visione del mondo, fatta da tanti piccoli singoli che si rimettono in cammino poiché tutti, davvero tutti, siamo fatti per ricominciare.

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Di prossima pubblicazione

 

Angelo Moscariello

L’altra parte

I fantasmi della psiche al cinema
Angelo Moscariello, già autore per Moretti&Vitali del volume L’inconscio sullo schermo. Il cinema secondo Jung, torna ad analizzare la “fabbrica di immagini” del cinema con questo nuovo lavoro, di prossima pubblicazione.
Il titolo richiama quello del romanzo Die andere seite pubblicato nel 1909 dallo scrittore-pittore austriaco Alfred Kubin, libro che si inserisce nella grande tradizione del “romanzo fantastico” à la Edgar Allan Poe o E.T. Hoffmann, esploratori dell’inconscio in forme tra l’onirico, l’assurdo e il grottesco. Tra gli ammiratori di questi romanzi troviamo il fondatore della psicologia analitica Carl Gustav Jung il quale li cita spesso, a proposito della creatività artistica ,come esempi di opere dove si realizza con successo quella che lui chiama “funzione trascendente” capace di conciliare nella rappresentazione l’“altra parte” costituita dai fantasmi dell’inconscio con il piano della coscienza. Jung sottolinea la centralità dell’“immagine” scaturita dalla fantasia attiva, quella stessa immagine che sta alla base dell’arte del cinema. E proprio il cinema capace di esplorare l’“altra parte” è al centro di questo libro, partendo da quei film di ieri e di oggi che Jung avrebbe amato in quanto conferma visibile della sua teoria sull’arte, titoli che vanno dai classici Suspense e Gli invasati ai più recenti L’inquilino del terzo piano e Mulholland Drive dove affiora il perturbante e dove le immagini riflettono gli incubi che ci assalgono di giorno e di notte.

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In libreria il 2 luglio

l’OMBRA

Psicoanalisi e neuroscienze
Per un manifesto antiriduzionista

Qual è il senso ultimo della conoscenza, e perciò di tutte le scienze, psicoanalisi inclusa? Allo scopo di confermare le sue ipotesi sull’inconscio collettivo Jung non ha esitato ad avvicinarsi a materie apparentemente lontane dalla psicologia, come, per esempio, alchimia e gnosi. I suoi allievi più creativi hanno colto l’esempio del maestro, ci viene in mente, per esempio, Eric Neumann. Oggi il loro lavoro trova ampio riconoscimento, e spazio nei piani formativi delle società analitiche junghiane. Questo numero de L’Ombra vuole rappresentare un tentativo di estendere la ricerca dei fondamenti archetipici, individuare le tracce di una plausibile storia evoluzionistica degli archetipi. Perché ci siamo resi conto che degli archetipi le neuroscienze non si possono sbarazzare facilmente.

Altresì è un tentativo di approfondire gli elementi di convergenza ricercando un linguaggio comune tra scienze della natura e scienze dello spirito. Con la necessaria umiltà, e nel rispetto dei differenti assunti epistemologici, i contributi di questo numero provano ad accostarsi alle acquisizioni delle neuroscienze utilizzando la teoria della mente proposta dalla psicoanalisi, e dalla psicologia analitica in particolare, con il progetto di permettere a entrambe le discipline di nutrirsi delle acquisizioni dell’altra.

Di conseguenza, questo volume accoglie, accanto a saggi di stampo filosofico e psicodinamico inerenti la relazione mente/cervello, anche articoli dove si parla di batteri, di microbiota, di Sé biologico e di comportamenti animali.

Gli autori del presente volume hanno tenuto costantemente d’occhio il timone affinché non si perdesse mai di vista la finalità ultima delle esplorazioni, ovvero le ricadute positive nell’attività clinica.

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Contributi di: Alberto FavoleRemo SobreroFerruccio VignaUgo FamaAngela MichelisDonato SantarcangeloMarco MiniottiFabrizio Pastrone, Nadia Narcisi, Francesca ZizziFrancesca Stratta, Robert M. Mercurio, Carla Stroppa.

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In libreria il 18 giugnoATQUE 25

Il mito dell’empatia. Prospettive critiche

I contributi raccolti da questo fascicolo di “Atque” provengono da un vasto panorama di conoscenze: dall’estetica alla filosofia, dalla storia delle scienze cognitive alla letteratura, dallariflessione fenomenologica alla psicoterapia analitica junghiana e sono impegnati nella riflessione critica attorno al concetto di “empatia”.

Dal senso greco di empatheia come esperienza psicoestetica sotto il segno della passività e quindi tendenzialmente psicopatologica (Plutarco, Plotino, Galeno, Aristotele) si è passati alla moderna Einfühlung come attegiamento intenzionale estetico-psichico che dispone tout-court alla comprensione dell’altro per via intraemozionale sino ad assurgere, nella vulgata, a modello di rapporto umano. Questo passaggio di senso sviluppa una serie di domande approfondite dagli autori, tra le quali: in che misura è possibile una relazione empatica come immedesimazione nel sentire dell’altro? Non vi è forse in tale assunzione un mito da ripensare?

 

Contributi di Fabrizio DesideriMassimiliano De VillaMauro La ForgiaAndrea LanzaMassimo MarraffaFelice MasiMassimo PalmaLuca PinzoloAmedeo RubertoSilvano TagliagambeAntonino Trizzino.


In libreria il 18 giugno Remo Bodei

Se la Storia ha un senso

NUOVA EDIZIONEUn acuto e sorprendentemente attuale saggio filosofico sul senso della Storia, riproposto con la nuova Prefazione di Gabrio Vitali, dalla penna di uno dei massimi filosofi italiani, recentemente scomparso.

«Le pagine di questo libro hanno lo scopo di farci riflettere sulla mobile realtà in cui siamo immersi e sugli atteggiamenti che assumiamo nei suoi confronti. Un’opera non vana questa, se si ragiona per assurdo e si cerca di immaginare quale sarebbe la nostra attuale capacità di collocarci nel mondo se tale lavoro di scavo non fosse stato eseguito. Ma anche un’opera utile, spero, per disincagliarci e prendere le distanze dai pregiudizi e dalle banalità che circondano spesso i discorsi sulla storia, sulla “fine della storia” o sulla “perdita del senso storico”».

 

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La Casa Editrice Moretti&Vitali si congratula con
Nadia Scappini per il conseguimento del Premio speciale della giuria assegnatole dal Premio internazionale di poesia Di Liegro, edizione 2020, per la sua raccolta 
Come dire dell’amore e con Daria Gigli che nell’ambito della stessa manifestazione ha ottenuto la Medaglia d’onore per la sua raccolta Una visita a Hölderlin


25/5/2020

Cari amici e lettori, oggi vi proponiamo una riflessione sul respiro di Eva Pattis Zoja, pubblicata dal sito Doppiozero.com, dal titolo Respirare.

Respirare, di Eva Pattis Zoja

All’interno della grande esposizione sull’ambiente, intitolata Broken Nature alla Triennale di Milano nel 2019, un’installazione poteva passare inosservata.
C’era una botte piena di terra con una superficie leggermente curva sabbiosa, un po’ spoglia e mentre lo spettatore si interrogava sul suo senso, il terreno cominciava a sollevarsi come in un sospiro profondo, poi si fermava, quindi si abbassava. Un attimo di riposo. Dopo di che riprendeva a gonfiarsi, come se vi abitasse un polmone immenso. Chi osservava si accorgeva di respirare insieme a questa superficie: inspiro ed espiro. E il ricordo di aver visto respirare la terra rimase impresso a lungo.

In molte grandi religioni il respiro è direttamente connesso alla divinità. Nell’Antico Testamento si legge: “Lì Dio, il Signore, formò l’uomo dalla terra polverosa, gli inspirò la vita nel naso. Così l’uomo divenne un essere vivente” (Gen. 2,7). La maggior parte delle traduzioni dall’ebraico predilige il termine “alitare” a soffiare. Alitare è un respiro più intimo, le labbra sono sciolte mentre l’impulso muscolare deriva dal diaframma. Non deve esserci sforzo fisico per alitare – Dio non si sforza – perché si possa formare questo prezioso respiro, l’odem, la vita stessa che anima la materia.

Nei Rigveda il sapiente Visvamitra interroga Indra, dio della fertilità e sovrano di sole, tempesta e pioggia, su come fare per riconoscerlo. Indra risponde: “Sono il respiro. Tu sei respiro. Tutti gli esseri sono respiro. Ho permeato tutte le stanze con il mio respiro. Adora me come Prajnatman (Prajna = conoscenza). Il respiro è vita. La vita è respiro. “Nelle discipline dello Yoga, la cui origine risale probabilmente a più di 5000 anni fa, il respiro ha importanza cruciale, essendo il veicolo di prana, l’energia vitale. La parola tedesca Atmen viene dal sanscrito Atman e significa essenza vitale, spirito o anima. Nelle rispettive pratiche meditative la concentrazione sul respiro ha come obiettivo un graduale distacco da pensieri e immagini abituali, ripetitivi. Praticando ci si avvicina a un vuoto di contenuti mentali, che va di pari passo con il rallentamento delle funzioni fisiche (respiro, battito cardiaco, temperatura del corpo). Mentre lo Yoga viene oggi praticato per raggiungere uno stato di benessere fisico, sembra che soprattutto gli esercizi respiratori (pranajama) eseguiti dai monaci indiani all’origine facessero parte dell’antica tradizione di ars moriendi (A. Staehlin).

L’ideogramma cinese che indica la respirazione, Hu Xi (le due sillabe si pronunciano con la vocale lunga), è composto da due simboli: “Wu” è un pronome, e “Xi” significa: riposare e rimanere fermi. Nel Buddismo Zen la pratica del respiro promuove un atteggiamento di consapevolezza che viene chiamato “il fare del non fare” (in cinese: Wu Wei). Anche qui il respiro non deve essere forzato né controllato, ma accolto e osservato nel suo ritmo dell’andare e venire. Il respiro unisce il mondo interiore e il mondo esterno. È tramite il respiro che noi stessi ci possiamo sentire in relazione con il dentro e il fuori. In un certo senso il respiro è un potente simbolo di qualunque forma di relazione. A questo si aggiunge che, nella concezione orientale, il respiro non è inteso solamente come fenomeno di espansione dei polmoni, organi del corpo fisico: è sempre implicita una concezione di corpo sottile.

Le persone vere traggono il respiro dai loro talloni; la gente comune respira solo con la gola.”(Chuang-Tzu, 3-4 sec. a. C.)

Che esistano uno o più corpi sottili legati fra loro dal respiro è una concezione ampiamente descritta e sviluppata in occidente dal pensiero di Rudolf Steiner noto come antroposofia.

D’altra parte, sia nello Yoga sia in altre tradizioni spirituali, in particolar modo quelle sciamaniche, sono state sviluppate pratiche di respirazione con obiettivi diversi dal raggiungimento di una quiete interiore: l’obiettivo in questi casi era raggiungere stati di coscienza alterati. Il respiro viene forzato e velocizzato: diventa come un “cavallo di fuoco”, capace di farci varcare le soglie del mondo di spiriti e antenati. L’ossigenazione del cervello ottenuta attraverso l’iperventilazione, può creare stati allucinatori e un’attivazione di ciò che chiamiamo in psicologia contenuti inconsci. Possono apparire sequenze oniriche vividissime e ricordi dimenticati, accompagnati da forti emozioni. Negli anni Settanta, sono stati sviluppati vari approcci terapeutici (come il “Rebirthing” di Stanislav Grof) che utilizzavano l’iperventilazione per indurre una regressione psichica.

Nell’era New Age queste scuole si sono espanse, appropriandosi ecletticamente di tecniche sciamaniche e psicologia spiccia. Tuttavia, l’interesse di psicologia e psicanalisi per fenomeni attorno al respiro era affiorato prima. Wilhelm Reich, uno dei pionieri della psicoanalisi e stretto collaboratore di Freud, aveva iniziato a osservare i processi emotivi associati al respiro a partire dagli anni Venti. Aveva individuato l’esistenza di un’armatura muscolare che limita il respiro e ha la funzione di reprimere le emozioni, soprattutto in relazione alla sessualità. Dopo l’emigrazione negli Stati Uniti, Reich si è focalizzato su esperimenti riguardanti l’energia cosmica (che in oriente corrisponde al Chi cinese o al Prana indiano) e ha costruito un accumulatore di quest’energia per curare sia pazienti psichiatrici che oncologici. Ha vissuto con un piccolo gruppo di seguaci nel Maine, isolato dal resto del mondo. Le sue ipotesi si sono sempre più allontanate dalla realtà del lavoro clinico. Tuttavia una delle sue grandi intuizioni fu che il respiro fosse un canale di espressione della psiche. Da questo deduceva che il sistema psicofisico era in grado di auto-curarsi attraverso il respiro stesso.

Il terapista olandese Cornelis Veening (1895-1976), dopo il suo incontro con la Psicologia Analitica di C.G. Jung, intraprese un percorso in cui rivalutò la dimensione spirituale del respiro. Fu il primo a studiare e osservare il legame tra respiro e immaginazione. Secondo Veening, la pratica meditativa basata sul respiro non è solo benefica per il corpo; egli sostiene che il respiro sia un canale di percezione per processi inconsci: lo definisce uno strumento per acquisire conoscenza. Con l’aiuto del respiro si possono evocare immagini inconsce ulteriormente esplorabili, sempre seguendo il respiro. Queste immagini inducono – secondo la concezione di C.G. Jung – un processo di individuazione, cioè un percorso mirato a conoscere se stessi e diventare “quello che si èPer Veening, respiro e immaginazione sono indissolubilmente legati e possono dunque essere usati al fine di raggiungere una consapevolezza di sé ancorata nel corpo.

“Se vuoi avvicinarti al respiro nell’inconscio, devi imparare a non disturbarlo, perché in esso incontriamo la nostra stessa natura. Ecco perché non ci sono esercizi di respirazione in questo metodo. La percezione interiore sa trovare e seguire i suoi movimenti sottili, senza interferire con il processo vegetativo.”

La sua allieva tedesca Ilse Middendorf ha sviluppato questa conoscenza nel suo metodo “Il respiro come esperienza”. La concezione di un’auto-guarigione psichica raggiungibile con l’aiuto del respiro è sempre esistita nella storia della umanità e ha continuato a assumere nuove forme. Sorprendentemente è rimasta marginale nella coscienza collettiva, tanto in medicina, quanto in psicologia e teologia. Oggi che siamo malati di respiro più che mai ci manca questa concezione. Compiamo diversi respiri ogni minuto e mangiamo in media tre volte al giorno. Considerando il ruolo centrale che le normative dietetiche, il peso corporeo e i battiti cardiaci svolgono oggi nella medicina preventiva, qualcuno ha mai sentito un medico di famiglia chiedere come va , non solo con la digestione, ma con la respirazione? L’occultamento con lo stetoscopio determina la funzionalità dei polmoni. Il presupposto è che se i polmoni non hanno malattie, respirerebbero correttamente. Nella prevenzione della medicina convenzionale non esiste un esame di routine che misuri la qualità della respirazione, la frequenza e il volume dell’aria, e che osservi il coinvolgimento della muscolatura coinvolta nel respiro. Esistono ricerche sul respiro nel campo della medicina dello sport, ma unicamente allo scopo di aumentare la prestazione oppure nella ricerca sul sonno allo scopo di migliorarne qualità. Ma il respiro come interfaccia tra corpo e psiche, tra mondo interno ed esterno non è ancora considerato dalla medicina convenzionale.

Tuttavia sappiamo da psichiatria e psicoterapia quanto i disturbi mentali influenzino il respiro. Eccetto gli psicoterapeuti di analisi bioenergetica secondo Alexander Lowen, allievo di Wilhelm Reich, che lavorano con un’attenta osservazione della respirazione, accade troppo raramente che uno psicoterapeuta cerchi di integrare le abitudini respiratorie con gli stati emotivi del paziente. Chiunque lavori in psicoterapia con un approccio immaginativo, non può fare a meno di notare quanto il respiro sia associato alla comparsa di un’immagine interiore. Spesso basta dire al paziente qualcosa di analogo a: “Può chiudere gli occhi per qualche minuto e immaginare il colore giallo presente nel suo sogno?” La prima cosa è un sospiro, seguito da una profonda inspirazione, come se venisse da lontano, da un altro stato d’animo. Così potremmo osservare che il respiro reagisce spontaneamente e in maniera sensibile a tutti gli spostamenti, ai passaggi da uno stato emotivo all’altro. E, viceversa, si potrebbe dire che è utile quando un paziente rimane per troppo tempo imprigionato in una sola emozione, in una rete di pensieri: focalizzarsi sul respiro già smuove qualcosa. Le persone dotate di una viva immaginazione (espressa a parole) respirano in maniera più completa? In un disturbo nevrotico si nota invece il seguente circolo vizioso: le emozioni devono essere soppresse perché causerebbero troppo dolore, quindi deve essere limitata anche l’immaginazione. Poiché il respiro è collegato sia alle emozioni che all’immaginazione non può che rimanere minimo e superficiale.

Il respiro ci accompagna costantemente e ci sono infiniti momenti di sincronicità dei respiri fra due persone. Quanto l’incontro sessuale sia legato al respiro, è evidente, ma una respirazione “dialogica” si verifica anche nella relazione tra madre e lattante e può manifestarsi in maniera meno evidente anche in ogni conversazione attenta. La respirazione diaframmatica è particolarmente efficace, perché con pochi respiri e una leggera tensione muscolare viene trasportata parecchia aria nei polmoni. È la modalità di respirazione spontanea in fase di riposo e sonno, in cui è attivato il sistema nervoso autonomo. Nei primi anni di vita i bambini respirano prevalentemente in questa maniera e la disimparano prima dell’età scolare. L’uomo adulto che vive nella società occidentale utilizza mediamente circa un terzo della sua capacità polmonare. Nessun medico e nessun prete se ne è mai occupato.

Arriviamo alla attuale situazione: primavera 2020. Si diffonde in tutto il mondo una malattia che colpisce i polmoni e la respirazione. I polmoni di migliaia di persone decedute erano diventati duri come roccia. I medici, che durante le autopsie esaminavano i polmoni dei pazienti con Covid, erano spaventati. Avevano visto fegati induriti dalla cirrosi, ma un organo così morbido e spugnoso come un polmone, che rimaneva “in piedi da solo” era anche per loro terrificante. Come se nell’immaginario dei polmoni fosse rinchiuso simbolicamente il respiro come odem. La mancanza di respiro della malattia da Covid è descritta da molti pazienti sopravvissuti come un inferno: “Non lo auguro a nessuno. È come se i polmoni fossero fatti di vetro, vuoi respirare e non puoi, pensi di essere già morto e invece sei ancora vivo…”, ha detto un atleta di 30 anni.

La sindrome del Covid 19, che ha attanagliato l’intero mondo in pochi mesi è una malattia della respirazione, e dal punto di vista simbolico una malattia di quell’“organo” che fa da interfaccia fra corpo e psiche e fra materia e spirito, una malattia postcartesiana potremmo dire. Ma senza spingerci in considerazioni esoteriche, possiamo affermare che l’abitudine di respirare nella nostra civiltà è già ridotto al minimo indispensabile. In più questo va di pari passo con la scarsa attenzione per la qualità dell’aria che respiriamo nelle grandi città. Oltre 80.000 decessi all’anno in Italia, vittime della cattiva qualità dell’aria, e oltre 450.000 in Europa (European Environment Agency Report 2012) sono dovuti in gran parte a malattie respiratorie indipendenti dal virus.

Per non parlare poi del potenziale del respiro come organo di percezione dei sentimenti, dell’immaginazione e, come diceva Cornelis Veeming, come strumento conoscitivo: questo potenziale di umanità si manifesta solamente in piccole e privilegiate nicchie della società. Sembra che l’umanità non si accorga di averne bisogno. È passato troppo tempo da quando eravamo ancora terra polverosa? O troppo poco, quindi siamo ancora identificati con la materia? Abbiamo paura delle emozioni, di risate folli, di pianti incontrollati? Temiamo di non avere, fondamentalmente, un mondo interiore? Oppure il nostro l’Io è ipertrofico, cioè strutturalmente costruito in modo da potersi concedere solo questa quantità di aria limitata? L’Io teme di sprofondare in uno stato vegetativo se si affidasse all’odem? L’affanno che sentiamo, la corsa quotidiana a recuperare oggetti è la paura di perdere il mondo esteriore? È interessante notare che le restrizioni sociali imposte dal virus ci hanno costretto a rinunciare alle nostre attività nel mondo esterno. Coloro che avevano il privilegio di rimanere in casa senza troppi impegni, dovevano imparare a stare in compagnia di se stessi e in un certo senso di convivere volenti o nolenti, a stretto contatto con il loro mondo interiore.

In questa occasione può emergere la qualità più profonda del respiro, può manifestarsi la sua natura: il respiro è relazione. Come un sismografo sensibilissimo reagisce a tutti i nostri intenti di metterci in relazione. Se indugiamo in pensieri e speculazioni abituali, il respiro fa il suo dovere come un cane che aspetta obbedientemente ai nostri piedi e fornirà ai polmoni quel minimo di aria che abitualmente ci facciamo bastare. Ma quando qualcosa di “altro” si affaccia – nell’immaginazione o nella realtà concreta – il respiro reagisce immediatamente. Questo “altro” può essere una persona o un pensiero sorprendente, un odore, un ricordo, un’immagine. La reazione di espandere i polmoni accogliendo più aria non si riferisce a pensieri o immagini precisi, ma semplicemente al fatto che prima eravamo distratti e assenti a noi stessi e ora siamo entrati in relazione con qualcosa o con qualcuno. È come se il respiro ” – simile al cane che aspettava un segnale per scattare su e uscire all’aperto – “preferisse” non rimanere nella coscienza abituale e nelle percezioni note. Come se il respiro fosse davvero un infinito spirito conoscitivo.

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23/5/2020

Cari amici e lettori, oggi vi proponiamo il contributo di Lucio Saviani al volume curato da Fabio Benincasa e Giorgio de Finis CLOSED. Il mondo degli uomini agli arresti domiciliari, per Castelvecchi.
Una riflessione sul presente del “tempo sospeso” del Covid-19, con interventi di  Michel Maffesoli, Michael Taussig, Jean-Luc Nancy, Alberto Abruzzese, Jean-Loup Amselle, Nicholas Mirzoeff, Jamieson Webster, Divya Dwivedi, Shaj Mohan.
Prossimamente in uscita.

Sulla distanza e sulla convalescenza, di Lucio Saviani

«Misi di fronte a una finestra, vista dall’interno d’una stanza, un quadro che rappresentava esattamente la parte di paesaggio nascosta alla vista del quadro. Quindi l’albero rappresentato nel quadro nascondeva alla vista l’albero vero dietro di esso, fuori della stanza. Esso esisteva per lo spettatore, per così dire, simultaneamente nella sua mente, come dentro la stanza nel quadro, e fuori nel paesaggio reale. Ed è così che vediamo il mondo: lo vediamo come al di fuori di noi anche se è solo d’una rappresentazione mentale di esso che facciamo esperienza dentro di noi.”
René Magritte, “La condizione umana”, 1933

Prima ancora che la rappresentazione della realtà, la condizione di cui si fa esperienza nelle parole, nella stanza e nel quadro (nel quadro) di Magritte è la Distanza. A partire dalla messa a distanza e dal distanziamento.
Nei giorni della pandemia “distanza” è una parola sovrana che si aggira nel vuoto della stanza del trono. Mantenere la giusta distanza con tutto, distanziamento sociale, didattica a distanza, distanza di sicurezza al supermercato tra un carrello e l’altro… Perché il tema della distanza è il tema del contagio, del contatto, non più soltanto nel senso con cui il termine regna nei social ma proprio nel senso del rapporto, della relazione. La distanza è il fondamento necessario ad una relazione. La relazione con il prossimo, con il vicino di balcone, con le persone che muoiono: questi giorni sospesi credo significhino soprattutto il nostro ritrovarci a pensare al senso della relazione, al senso dei rapporti. Con le cose, con la superficie delle cose, con le persone e con le “essenze”, con le cose essenziali.
Mettere a distanza, alla giusta distanza, è un tema che peraltro ha molto a che fare con la filosofia, come una sorta di esigenza, un po’come quando il pittore si discosta per un attimo dal quadro che sta dipingendo per vederlo ad una “giusta” distanza. Proprio come ne Las meninas di Velazquez, dove la presa di distanza, ossia il gesto del pittore che si rende visibile, istituisce quel gioco di rimandi, differimenti e colpi d’occhio che ne Le parole e le cose Foucault legge innanzitutto come incroci di sguardi, disposizione di soggetti e messe a distanza. Insomma quel gesto, come l’originario sguardo filosofico, è un atto di “sospensione”, altro termine dominante nei giorni della pandemia.
È per questa ragione che richiamerei qui l’incipit della celebre conferenza del 1950 (“La cosa”) in cui Martin Heidegger parlava di una uniformità nella quale tutte le cose, oggi, non sono né lontane né vicine: “L’uomo si lascia alle spalle le più grandi distanze, e così pone davanti a sé le cose alla distanza più ravvicinata. Ma questa fretta di sopprimere ogni distanza non realizza una vicinanza (…) Una piccola distanza non è ancora vicinanza. Una grande distanza non è ancora lontananza. (…) Che cos’è la vicinanza, se con la sua assenza anche la lontananza viene a mancare?

(…) Che cos’è questa uniformità nella quale tutte le cose non sono né lontane né vicine, e sono come senza distanza?”.
Heidegger si riferiva a cose allora di evidente attualità (aerei, microscopi, televisori), cose che a noi oggi sembrano parlarci da una distanza siderale. Ma proprio per questo il discorso della filosofia, soprattutto come cura della distanza, è sempre contemporaneo, “attuale”: quella messa a distanza che cerca di comprendere il proprio tempo, trascendendolo eppure abitandolo.
Da più parti, allora, si sostiene che questi giorni di sospensione, di incertezza e di spaesamento “interrogano” la filosofia.
Ma interrogano non nel senso che ci sia una risposta giusta da sapere e da dare. Perché questa risposta non c’è. Ci interrogano perché il momento che stiamo vivendo ci chiama in causa, ci interpella, ci riguarda, ci chiama a riflettere prima di tutto su noi stessi.
In un libro di qualche anno fa, “Metafisica della peste”, Sergio Givone scriveva che la peste è un’occasione per il pensiero: invita a pensare “dall’impensabile, dal nulla che ci minaccia”. Insomma, la peste mette in scacco certa autoreferenzialità della filosofia, i suoi dogmatismi, i suoi narcisismi. Ma qui parliamo della filosofia “agoretica”, che frequenta il senso comune, all’aria aperta, anche quando quest’aria diventi irrespirabile.
E allora la filosofia risponde. Ma risponde come sa fare, come sa, cioè con delle domande, con degli interrogativi. Non ha la risposta giusta, in qualche modo è impreparata, ma proprio perché è in continua preparazione, un continuo esercizio. La filosofia non rassicura, inquieta, apre dubbi in quanto è esercizio di finitezza, così come limitata è la nostra condizione. A maggior ragione lo è in tempi di crisi, come il nostro, in tempi di fondamentalismi come pure è il nostro, che specie in questi giorni hanno dato vita a retoriche di appartenenza, a ideologie e anche a troppo impulsive prese di distanza o ad altrettanti accostamenti – quali sono le metafore – che talvolta, come avrebbe detto Nietzsche, suonavano come monete false. La metafora della guerra, ad esempio.
Così come, per decenni, si è voluto chiamare “clandestini” migliaia di persone che arrivavano mostrandosi, ben visibili e senza maschere, così i giorni della pandemia sono stati detti “giorni di guerra”. Quasi a non voler più sapere che dire oggi “guerra” vuol dire molte cose o nessuna. Il Moderno è nato proprio con il progressivo differimento del corpo a corpo, con la guerra “a distanza” (gli arcieri inglesi del Trecento, e poi i cannoni e gli archibugi, con eserciti sempre più numerosi e guerre sempre più lunghe, fino a durare interi decenni: nel Seicento in Europa gli anni di pace furono quattro su cento). A non voler più sapere che, dopo la Guerra dei Trent’anni del secolo scorso e dopo la guerra fredda, dopo le guerre non dichiarate e con un nemico addestrato in casa propria, viviamo guerre con un nemico sempre più interno, dentro di noi. Che a volte cospira, cioè respira insieme, condivide il respiro e non colpisce ma si diffonde, come le idee “clandestine”.
Insomma, se proprio siamo in guerra, dovremmo capire contro cosa dover combattere per vincerla e come non vincere solo per poi ricominciare tutto “come prima”.
Come è stato da più parti segnalato,* nei giorni della pandemia la guerra è non solo una metafora ma anche un paradigma interpretativo: si semplifica il complesso, si trasforma un elemento naturale in un nemico.

Quali risposte allora dare alla crisi che ci interroga?

Con la crisi la filosofia è di casa, la crisi ce l’ha sempre in casa. E in questa casa la filosofia ci resta sempre, anche quando scende per le strade e ha contatti ravvicinati con le persone, come Socrate.
Il lento lavoro dell’addomesticamento dell’ignoto, del “fare casa”, è il lavoro del discorso filosofico, che all’irruzione improvvisa dell’estraneo, dello strano, dello straniero, fa seguire una inedita familiarità, un “sentirsi a casa” (che, proprio per questi motivi, non è lo stesso che “restare a casa”). La filosofia è pratica di crisi, di incrinature, di crepe, di spaccature, di interstizi da dove può penetrare un “nemico” tanto più piccolo quanto più mortale. Questo virus è qualche centinaio di nanometri e un nanometro è un milionesimo di millimetro. La parola virus per i latini significava veleno, liquido velenoso, ma un liquido molto denso, una essenza. Un veleno al quale in questi giorni stiamo rispondendo con la stessa parola. È un termine molto ricorrente, proprio come “distanza”: i beni essenziali, ridurre le uscite all’essenziale, la produzione essenziale, i bisogni essenziali. Sarà anche per questo che il virus ci appare in questi giorni come la “quintessenza” di un nostro ostile, velenoso, inquinante, prepotente rapporto con la natura, con gli animali, con l’aria che respiriamo. Quintessenza dell’inumana arroganza di chi crede di potersi dare il respiro da solo, poter da solo darsi l’aria di cui ha bisogno per vivere e respirare. E così questo virus sta assumendo anche aspetti coscienziali, di inconscio, quasi di un affanno quotidiano.
Di questo affanno quotidiano, della percezione di questa quintessenza (il rapporto con la natura, le “distanze” annullate dalla planetaria tecnica dispiegata, la “manipolazione” genetica) è segno evidente la molto sintomatica, protetta, mascherata, ossessiva centralità che, in ogni dove, sono andate assumendo le mani (lavarle sempre, non darsi la mano…) e il toccare con le mani.
Una centralità ripresa in pugno a dispetto di realtà aumentate, algoritmi, applicazioni, aule virtuali, teleconferenze e “progettazioni ad affettività a distanza”. Un quotidiano noli me tangere, con distanziamento imposto e controllato dall’alto (con decreti e droni), con poteri che, in mancanza del tocco guaritore di re taumaturghi, si intendono espertamente miracolosi.
Ma torniamo alla Distanza: aver cura della distanza, quella distanza che è necessaria ad ogni rapporto.
La filosofia è sempre in debito di verità, come di ossigeno. Ma di una verità da tenere sempre a debita distanza. C’è un che di paradossale, nel ridurre la distanza avendo cura che non si esaurisca.
Anche la filosofia, dunque, è cura della distanza. In questo senso è allora una “telemachìa”, un lottare da lontano ma anche un combattere la distanza, mettendo a distanza. E’ l’antico senso di “speculazione”: lo speculari, il guardare nello speculum in modo da poter guardare anche dietro le nostre spalle, e vedere a distanza. Un vedere che serva al “fare”, utile proprio come lo speculator, la vedetta che durante una battaglia si posizionava su un’altura per avvistare in tempo il nemico lontano che arrivava alle spalle.
Un “nemico” che non abbiamo saputo, voluto, prevedere, vedere in tempo – proprio noi così prometeici, ma noi sappiamo che a Prometeo questa imprevidenza è familiare, come un fratello: in un sistema malato nessuno rimane sano, in una logica di globalizzazione nessun virus è alieno. Quel

“nemico” non avvistato dallo speculator ora è tra noi, e ci impone di cambiare per non morire, di ripensare e di praticare la distanza.
Impone soprattutto una diversa qualità del percepire il nostro stare al mondo. Di un certo tipo di percezione scrisse Giorgio De Chirico raccontando come nacque una delle sue Piazze d’Italia, “sospesa”, vuota, silenziosa come le piazze che abbiamo visto in questi giorni, per lo più a distanza, come si fa con un quadro:
“… in un limpido pomeriggio autunnale ero seduto su una panca al centro di piazza Santa Croce a Firenze. Naturalmente non era la prima volta che vedevo quella piazza: ero uscito da una lunga e dolorosa malattia intestinale ed ero quasi in uno stato di morbida sensibilità. Tutto il mondo che mi circondava, finanche il marmo degli edifici e delle fontane, mi sembrava convalescente. Al centro della piazza si erge una statua di Dante, vestita di una lunga tunica, il quale tiene le sue opere strette al proprio corpo ed il capo coronato dall’alloro pensosamente reclinato… Il sole autunnale, caldo e forte, rischiarava la statua e la facciata della chiesa. Allora ebbi la strana impressione di guardare quelle cose per la prima volta, e la composizione del dipinto si rivelò all’occhio della mia mente”.
L’opera di De Chirico è Enigma di un pomeriggio d’autunno, del 1910.

Perché quell’accenno a “uno stato di morbida sensibilità”? Che cos’è quella “convalescenza”?

Con il tema della convalescenza chiudiamo questa breve riflessione sulla distanza e sul
superamento che, nel Moderno, ne condivide il destino.

La convalescenza è un graduale ritorno alla salute dopo una malattia. Più precisamente, si riferisce a un tempo in cui non si entra del tutto in uno stato di salute; è piuttosto un periodo di superamento in cui la causa della malattia non regredisce mai del tutto.
Un recuperare in cui lo stesso recupero rimane insoluto e sospeso: è qui in questione un’idea di superamento in termini di recupero, guarigione e ripresa, ritorno da una malattia che rimane però come una resistenza all’interno dell’organismo.
In questa “convalescenza” c’è insomma il superamento della stessa idea del superamento, tipicamente moderna, che regge l’idea di progresso come permanente avanzamento. Un’idea dunque del tutto interna e solidale con un processo che ha condotto al realizzarsi della attuale pandemica situazione di sospensione e “guerra”.
Parliamo di una convalescenza diretta a superare la resistenza al senso della nostra “ecoappartenenza”: questa resistente incuranza è la malattia da cui “rimettersi”.
Convalescenza, dunque, come un recuperare in termini di attenzione, costante tener-presente: l’aver cura, che è l’esatto opposto di cui necessita la guerra e che si esprime in solidarietà, ascolto, tatto, nella vigile consapevolezza dell’ecoappartenenza e in quella prossimità che è l’autenticamente umana cura della distanza.
………………………………………….

*Vedi i numerosi interventi in video di filosofi, artisti, psicoanalisti, scrittori che hanno partecipato al Forum promosso da Sfera, Società Filosofica Europea di Ricerca e Alti Studi, sulla propria pagina Facebook.


21/5/2020

Cari amici e lettori, vi proponiamo il contributo di Carla Stroppa al volume curato da Fabio Benincasa e Giorgio de Finis CLOSED. Il mondo degli uomini agli arresti domiciliari, per Castelvecchi.
Una riflessione sul presente del “tempo sospeso” del Covid-19, con interventi di  Michel Maffesoli, Michael Taussig, Jean-Luc Nancy, Alberto Abruzzese, Jean-Loup Amselle, Nicholas Mirzoeff, Jamieson Webster, Divya Dwivedi, Shaj Mohan.
In uscita il 1 giugno.

L’imprevedibile, di Carla Stroppa

«Quando nella vita di tutti i giorni irrompe inaspettato un evento naturale, un’imprevedibile catastrofe, sia essa un movimento squassante della terra, o del cielo o del mare, o come sta accadendo adesso una pandemia che coinvolge il mondo intero e fa strage di troppi esseri umani, siamo presi dallo sgomento. Ma come? Ci sentivamo così sicuri dei nostri progressi e del controllo che via via scienza e tecnica hanno messo a punto per vivere senza angoscia il tempo che passa! Sappiamo sempre di più come funziona la materia, possiamo intervenire sempre di più per sanare malattie e disastri di vario genere. E’ vero, come negarlo, se non fosse che questa tendenza ha un limite intrinseco che occorrerebbe cogliere e rispettare, come si limita in modo naturale la crescita di un albero verso l’alto. Come avrebbe dovuto limitarsi il volo di Icaro per non rovinare a terra. I miti a saperli leggere dicono cose sempre vere. L’imprevedibile, che paradossalmente è prevedibilissimo giacché la storia tutta è lì a dimostrarlo e a ricordarcelo, dovrebbe fare parte del nostro modo di sentire e di rappresentare la vita, dovrebbe toglierci la volgare presunzione di poter controllare ogni cosa sul piano materiale e indurci piuttosto a individuare un nuovo paradigma etico, spirituale e sociale sul quale calibrare la politica, l’informazione, l’educazione scolastica che è tanto importante nella formazione delle coscienze. E’ un’utopia? Ebbene sì lo è ma è precisamente quello che occorre come faro di orientamento. Non possiamo illuderci di procedere sempre in avanti a colpi di quantificazioni, calcoli, stima di un rapporto reale o presunto tra cause ed effetti, diagrammi e via dicendo. Non possiamo a meno di non rinunciare una volta per tutte all’umano in quanto tale. Rinuncia che purtroppo la modernità sta rischiando di attuare sull’altare di un’efficienza meccanica sempre maggiore, e se ne fa pure un vanto. In un certo senso la condizione di pandemia attuale appare come la realizzazione scenica del mito del progresso acritico: con queste mascherine e bardamenti vari sembriamo tutti degli extraterrestri paracadutati chissà mai perché su questo pianeta che al di là delle conquiste che via via realizza, si fa sempre più tragico e paradossale: a dispetto dell’insistenza sulla necessità di comunicazione e sulla vicinanza tra esseri umani, ci vede ora distanti, desiderosi sì di riavvicinarci perché tale è l’umano bisogno, ma anche pieni di sospetto e di paura del contagio e dunque costretti ad allontanarci. Il mito della forza e dell’ascesa continua viene sbugiardato dalla realtà che stiamo vivendo e le contraddizioni si fanno sempre più evidenti: più si comunica meno la comunicazione ha senso e si perde spesso nel chiacchericcio convulso, più piovono informazioni a raffica, diventiamo sempre più interdipendenti ma non per questo veramente solidali e capaci di un confronto che vada al di là della cronica dell’ovvio. La semplificazione sta divenendo un vero e proprio morbo contagioso e speculare alla frammentazione dei saperi e delle discipline che si appoggiano sugli esperti. In realtà siamo fragili, esposti alla confusione generale, e abbiamo paura della morte: questo perturbante primo ed ultimo della vita cosciente che la vulgata modernista fa di tutto per rimuovere maniacalmente dalla scena sociale. Soprattutto abbiamo paura della solitudine del morire. Occorre più umanità e coscienza del limite. Il cardinal Martini diceva di non aver paura della morte ma di morire in solitudine, senza nessuno che gli tenesse la mano. Quanto questo dramma si sia avverato per la pandemia purtroppo lo sappiamo benissimo e ci trema il cuore. Siamo sovrastati da immagini, da parole, da commenti che riguardano proprio la tremenda solitudine dei morenti e dei loro cari. Evidentemente ci conforta parlarne, ci fa sentire “in rete”, meno soli appunto ma anche in questo c’è un eccesso che fa ritornare l’angoscia al mittente, come fosse un bumerang. Si inneggia qua e là al ritorno alla normalità, all’uscita dal tunnel. Ma a quale normalità aspiriamo, a quella del tutto uguale a prima come se niente fosse stato? Speriamo proprio di no. Oltre il tunnel dovrebbe aprirsi uno scenario nuovo, non quello di sempre. Ad eccezione dei cari e irrinunciabili gesti quotidiani e della possibilità di sopravvivenza economica, le crisi dovrebbero poter aprire brecce sull’oltre, su altri paradigmi etici e sociali che includono in se stessi non solo la dimensione orizzontale della vita, ma anche quella verticale, quella che interpella la profondità e la trascendenza: il senso. I linguaggi specialistici dovrebbero umanizzarsi e contaminarsi fra di loro, trovare punti di accordo proprio nella resa dell’Io alla complessità e alla sensibilità dell’anima che percepisce la fragilità di fronte all’imprevedibile a cui la vita espone, e da questa percezione partire per comunicare davvero con gli altri, senza orpelli né grida, senza quella specie di voluttà del male che si sente al di sotto dell’intenzione dichiarata di fare il bene. Sgomenta ascoltare i politici che confliggono fra di loro più per lanciare la loro opzione e chiedere consensi che per sostenere veramente i bisogni degli esseri umani. Ritornare ad una vita semplice è cosa facile a dirsi e in questo momento sembra che qualcosa vada davvero in questa direzione, una rete di solidarietà che prima non era prevedibile, sta ora soccorrendo la collettività e molte iniziative creative fioriscono qua e là. In effetti vengono riproposti gesti semplici e incontaminati come nuovo modello di comportamento. Ma si tratterà di vedere quanto questa condizione nata da un’emergenza e dunque non maturata da una presa di coscienza volontaria, possa davvero resistere e divenire un nuovo paradigma di sensibilità e di comportamento generalizzati. Molta, troppa retorica viene propagandata a questo proposito, ma basterebbe guardare con occhio disincantato la storia dell’umanità nei periodi di post-catastrofe per avere dei dubbi. Come usciremo veramente da questa crisi? Migliorati dalla necessaria umanizzazione o irrigiditi nella paura e nelle difese? Prevarrà la rete di solidarietà e l’approfondimento critico dell’esistenza, oppure dentro le brecce del malessere e dei disguidi socioeconomici si inseriranno le mafie, gli imbrogli, gli opportunismi, insomma l’ombra dell’animo umano? Chi può dirlo? La lotta del bene contro il male è un archetipo della coscienza umana da sempre rappresentato nei miti, nell’arte, nel teatro. E’ un conflitto eterno che si gioca nel cuore umano e nella storia della civiltà che di questo conflitto si fa cassa di risonanza e di amplificazione. L’imprevedibile, che di fatto è l’unica realtà prevedibile, giacché non c’è controllo che lo possa sconfiggere una volta per tutte, riattiva la necessità di farsi domande autentiche ed escogitare misure concrete di contenimento e si sopravvivenza, tenendo anche conto della doppia faccia della globalizzazione e delle sue implicazioni. La psicologia del profondo ha archiviato una volta per tutte l’idea di linearità della coscienza e del tempo, nonché quella di separazione definitiva tra la realtà interiore e quella esterna. A guardare bene questa è un’idea antica. La connessione di tutto con tutto apparteneva agli antichi filosofi che parlavano di anima mundi, tema che oggi viene ripreso da più punti di vista. Tutto è connesso a tutto. La globalizzazione investe la realtà orizzontale della vita e quella verticale e ogni cosa ha il suo doppio, il suo rovescio della medaglia. Il percorso non è lineare ma segue piuttosto una traccia spiraliforme. I fenomeni umani tornano a ripetersi sebbene sotto le differenti maschere che la storia propone e impone. A quanto pare siamo costretti a imparare l’arte dell’equilibrismo, cioè a camminare prudenti e circospetti su un asse piuttosto stretto che congiunge i poli della psiche individuale e collettiva. La paura, la fragilità e l’imprevedibilità ci accompagnano sempre perché queste sono condizioni umane più o meno contenibili e orientabili dalla ragione, questo sì, ma nella sostanza ineludibili. Negarlo è una folle presunzione destinata al collasso e all’invasione dell’ombra rimossa».

Carla Stroppa, maggio 2020.

Analista didatta membro dell’Arpa (Associazione ricerca psicologia analitica) e dell’Internazionale junghiana.


In libreria il 28 maggioAntonino Buono,
Davide D’Alessandro

Il paziente e l’analista
Dialoghi sulla psicoanalisi

Moretti&Vitali riprende la propria attività editoriale presentando una novità, in libreria il 28 maggio: il colloquio tra i due grandi attori dell’analisi, il paziente e l’analista, nell’ultimo libro di Antonino Buono e Davide D’Alessandro. Il volume è frutto di una frequentazione di quasi 30 anni fra i due autori, l’uno a suo tempo giovane paziente e l’altro psichiatra e piscoanalista junghiano. Ad analisi conclusa è cominciata una profonda amicizia scandita da appassionate conversazioni su psicoanalisi e senso della vita. Oggi il giovane di allora è un uomo maturo e l’analista si avvicina agli 80 anni d’età. Insieme hanno scritto questo libro, che si compone, come in un’intervista, da una serie di domande sull’inconscio, sui simboli archetipici, sui sogni seguite dalle risposte dell’analista sulla base di ricordi e riflessioni desunte dall’esperienza di più di 80.000 ore di incontri professionali nell’arco di quasi 50 anni d’attività.


14/5/2020
Cari lettori,

Siamo ancora a metà del guado che la pandemia del Covid ci costringe ad attraversare con grande fatica, tuttavia pensiamo di sospendere l’invio di brani estratti dai libri del nostro catalogo. Chi li ha letti forse avrà colto il sottile filo di senso che percorre il nostro progetto editoriale. Si tratta di un filo indipendente da ogni moda e opportunismo commerciale, che conduce verso i territori della bellezza e della solidarietà umana orientata alla trascendenza laica e immanente e a un pensiero critico in controtendenza, che tenta di connettere le vicende del mondo esterno con quelle del mondo interno: le vicende della storia con quelle dello spirito del profondo, il lascito dei grandi del passato con le proposte e le riflessioni attuali. Nello stesso tempo, sulle tracce di una matrice junghiana declinata in varie direzioni, si sforza di oltrepassare i patriottismi di disciplina e la frammentazione dei linguaggi per rimanere aderente all’anima umana che nell’attualità rischia di sparire dalla scena. Per questo psicoanalisi, filosofia, arte, poesia, narrazione, critica letteraria e sociologia si intrecciano nel pensiero e nello stile che i nostri autori propongono, sempre in modo libero e creativo, avulso da ostentazioni intellettuali fini a se stesse. Così in quest’epoca tutta tesa a un progresso che rischia di approdare alla terra desolata del post-umano, abbiamo cercato di ridare vita a un progetto editoriale aperto all’immaginazione, allo spirito del profondo, del quale nessuno più sembra occuparsi, agli echi del nostro mondo interiore e all’incontro con ciò che ci circonda, a un mondo esteriore che mai come in questi mesi si è fatto sentire nel male della paura di fronte all’ingovernabile e nello sgomento di fronte al perturbante assoluto: la morte, ma anche nella speranza di una rinnovata possibilità di incontro con ciò che sembra essere altro da noi ma che invece ci compenetra e di cui abbiamo estremo bisogno: l’amore per i nostri simili, vicini e lontani, per l’ambiente e la natura, per questo nostro pianeta sia nella sua dimensione naturale sia in quella cosmica, ricca di complessità. Nella speranza di una ritrovata connessione con l’anima mundi.

Dunque sospendiamo la proposta di brani per noi significativi, ma riprendiamo con il nostro impegno, fedeli al solco tracciato nei trent’anni del nostro percorso editoriale e di senso, ma aperti e sempre curiosi nei confronti del nuovo che avanza. Curiosi nei confronti della misteriosa mescolanza di eterno e contingente.

Come abbiamo già segnalato, la nostra prima proposta in autunno sarà la riedizione dei diari di Edgar Morin, il pensatore che con Luigi Meneghello, ha segnato le impronte iniziali del nostro lavoro e gli ha dato credibilità. Ai libri di questi autori sono seguiti circa 900 titoli. Edgar il prossimo anno compie 100 anni e mai come ora trasmette a tutti noi riflessioni di disarmante lucidità e di particolare suggestione. Seguiteci ancora.

Bergamo, maggio 2020

La medesima scelta di testi si può leggere anche sulla nostra pagina Facebook .


5/5/2020

Gentili amici e lettori, Moretti&Vitali si congratula
per la quarta posizione al XX concorso nazionale di poesia “La Gorgone d’Oro” ottenuta da

Il rovescio di Maria

di

Patrizia Gioia


30/4/2020

Cari amici e lettori, ecco di seguito i testi che compongono la nostra quinta raccolta di brani, tutti tratti dal catalogo dalla Casa Editrice, e che pensiamo possano fornire uno spunto di riflessione sulla difficile “attraversata” che stiamo accingendoci a compiere.
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La medesima scelta di testi si può leggere anche sulla nostra pagina Facebook .

Da Losfeld, Enrico Borla e Ennio Foppiani

«”Se chiudo gli occhi vedo talvolta un paesaggio oscuro con pietre, rocce e montagne sull’orlo dell’infinito. Nello sfondo, sulla sponda di un mare nero, riconosco me stesso, una figurina minuscola che pare disegnata col gesso. Questo è il mio posto d’avanguardia, sull’estremo limite del nulla: sull’orlo di quell’abisso combatto la mia battaglia” scrisse Ernst Jünger, scolpendo con rapidi tratti la condizione di scacco che l’uomo moderno subisce. Queste parole sono l’epigrafe al primo capitolo di questo libro, perché sono la più netta delle possibili descrizioni della crisi con cui l’uomo alla ricerca della consapevolezza si deve confrontare. E’ in questa faglia, in questa frattura del tessuto delle certezze dell’esistere che si pone la ricerca del padre, non tanto come protettore, quanto come fondatore epistemologico».

Da Silenzio a Praga, Elena Caramazza

«Salvare la vita è rispettarne la legge fondamentale: la trasformazione. E’ percorrere il calvario del divenire, accettare di morire mille volte per mille volte rinascere. E’ rompere continuamente i limiti del proprio mondo angusto e aprire le porte all’ignoto. Salvare la vita è ampliare dolorosamente la nostra anima fino all’infinito. Chi si immette in questo cammino ama l’umanità di un amore sovrumano e la salva».

Da Sussurrare ai cammelliMaurizio Ferruccio Franco
«Mi sono fatto le ossa con i miei sogni. Ho varcato il primo studio d’analisi per reale bisogno d’aiuto, non per scienza. Quella, se mai sia venuta, è giunta dopo.  Quando mi sono presentato al mio primo analista stavo male davvero.  Dormivo poco, ero convinto che i lampioni si spegnessero al mio passaggio. Molte cose, troppe, sembravano riferirsi personalmente a me, ogni rifiuto era una lacerazione che coinvolgeva tutto il mio essere. Avevo, come si dice in gergo, una scarsa tolleranza alle frustrazioni o, in altri termini, un’elevata “suscettibilità abbandonica”.  Il mio primo interlocutore, Luigi Zoja, Analista Didatta del CIPA, mi ascoltò e alla fine mi disse di prendere un quaderno e una luce discreta, caso mai dormissi con qualcuno, e prender nota dei miei sogni. Poi mi affidò a un analista di origine siciliana, che non sapevo esser un poeta, e che mi guardava sempre ironico e pareva prendermi in giro. (…) Faceva, come si dice, da specchio. Questo lasciarmi perdere, non prendermi troppo sul serio, ha poi funzionato. Mi ha insegnato l’ironia, di cui credo di esser stato sempre scarso. Su di lui proiettai l’immagine d un padre più svagato e scherzoso, il contrario di quello che è stato mio padre. (…) Ne avevo bisogno».

Da Sul dorso di un’ocaRoberta Bersani

«Non pochi studiosi del folclore hanno intravisto in questo gioco, che propone un percorso a spirale in cui si procede con andamento solitamente sinistrorso, la rappresentazione di un progresso iniziatico, all’interno del quale sono contemplate esperienze spirituali profonde. La spirale del gioco dell’Oca ci racconta di un viaggio per nulla turistico verso l’interno, un viaggio fatto di partenze e ritorni. Le caselle significative – il ponte, la locanda, la prigione…rappresentano con grande efficacia simbolica le situazioni limite della vita, i momenti profetici che dolorosamente ci chiamano agli alti compiti della crescita spirituale, strappandoci a modalità di comportamento inautentiche o involute. Riconoscere un disegno all’interno del nostro difficile peregrinare attraverso avversità e mali di ogni tipo, può aiutarci a comprendere la ragione profonda di ciò che all’inizio ci appare soltanto ingiusto, irrazionale e beffardo».

Da L’opera oltre l’oggettoRomano Gasparotti

«Risale al 1933 – anno assai sinistro per le sorti d’Europa – la denuncia benjaminiana della “povertà d’esperienza” quale destino della modernità. L’avvento della globalizzazione (dei mercati, delle merci, delle idee e del sentire) sembra avere ulteriormente aggravato la caduta delle quotazioni del far esperienza.  E non per il fatto che ciò che accade e viene registrato non sia comunicabile. Walter Benjamin sosteneva che la miseria esperienziale era da imputarsi al venir meno della capacità di raccontare qualcosa “come si deve” (…) E il deserto esperienziale continua oggi ad avanzare inesorabilmente , a causa del fatto  che quanto viene selezionato dal flusso dell’accadere, secondo i criteri e i parametri precostituiti del caso, è sino all’eccesso comunicato, conosciuto e analiticamente indagato. In modo tale però, che il risultato resta lungi dal convertirsi in una piena realizzazione…».».

Da La clinica delle immagini, Ferdinando Testa

«Le immagini della storia di Giobbe albergano nei cuori accomunando gli uomini, facendo sentire la tragicità della propria condizione di esseri costretti a vivere il limite dell’esistenza, sentendo l’anelito della propria essenza ad andare oltre i confini in cui sono stati gettati. Tali immagini permettono inoltre di intravedere l’incapacità della comunità di comprendere il dramma di Giobbe: le persone accanto a lui lo ritengono un peccatore e come tale viene castigato e punito. Il collettivo impone spesso agli eventi che accadono una propria morale, distonica rispetto alla sofferenza del singolo, come se fosse più facile applicare automaticamente il modello del pensare causa/effetto degli eventi psichici, saltando a pie’ pari l’autenticità del dolore umano e rinviando il tutto alla coppia peccato/punizione».

Da Se la storia ha un senso, Remo Bodei

«A lungo siamo stati in effetti abituati a considerare la storia come guidata da un’intrinseca logica della necessità, a pensare che l’intervento umano consapevole dovesse abbreviare il tempo necessario al prodursi dell’inevitabile. Oggi che, per diversi motivi, questa prospettiva appare improponibile, il futuro sembra aver riconquistato la sua natura di assoluta contingenza o di luogo di esplicazione di forze che sfuggono al controllo degli uomini (esso si mostra, quindi, o privo di senso o nelle mani di Dio). Da quando gli eventi sembrano aver perso di vista la loro meta, anche il passato tende (…) a essere più raccontato, in forma di “romanzo vero”, che spiegato. Pare così realizzarsi l’affermazione di John Maynard Keynes secondo cui “l’inevitabile non accade mai, l’inatteso sempre”. E’ inutile tanto deprecare questa situazione, quanto osannarla».

Da La tentazione del metodo, Marco Merlin

«Letture, dunque, purché critiche, capaci in nome dell’affetto che le muove, di affondare la lama del giudizio, dal momento che ogni amore è elettivo e geloso e ogni incontro ricostituisce l’illusione che tutto sia “per sempre”. Letture, dunque, e tuttavia critiche, perché il terreno sdrucciolevole della contemporaneità e la palude quasi inspiegabile dell’editoria e i capricci della fortuna letteraria e le fatiche quotidiane di ognuno rendono impervio il cammino di questo amore, di ogni amore. Letture, infine, tanto citriche da trasformarsi in misletture, rivelando il vero volto del critico, che si riconosce, suo malgrado, uno scrittore».

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17/4/2020

Di Edgar Morin (1921)  la nostra casa editrice ha pubblicato in cinque volumi i diari, testi scritti in varie epoche dal grande pensatore francese, sempre in occasione di eventi che hanno segnato la storia del secolo scorso. Eventi su cui il Morin ha riflettuto e dato contributi fondamentali. I carri armati di Budapest 1956 (Autocritica), i moti di Berkeley (Diario di California), Riflessioni attorno al secolo che finisce a contrappunto del suo  libro Per uscire dal XX secolo  (Diario di un libro), Riflessioni mentre, trattenuto in ospedale, Cuba  muove i suoi primi passi verso l’indipendenza (Il vivo del soggetto), A contatto con le prime innovazioni postmaoiste  (Viaggio in Cina 1992), La caduta del muro di Berlino scritto a tre mani nell’autunno dell’89 (Turbare il futuro, con Mauro Cerruti e Gianluca Bocchi. Primo titolo pubblicato dalla nostra casa editrice, nel marzo del 1990).

Morin, a 99 anni,  non cessa di riflettere attorno agli accadimenti e alle emergenze che attraversano il suo tempo.

Contiamo di riproporre i suoi diari, a partire da Autocritica, programmata per il prossimo autunno e di completarne la pubblicazione nell’anno del centenario 2021 (deo concedente).

Riportiamo sulla nostra Newsletter e su Facebook un intervista rilasciata a Alice Scialoia per  Avvenire a commento di quanto gli evoca la contemporaneità alle soglie della pandemia.

Intervista a EDGAR MORIN
«PER L’UOMO E’ TEMPO DI RITROVARE SE STESSO»
A colloquio col sociologo e filosofo francese Edgar Morin, che alle soglie dei 100 anni legge l’attualità dell’emergenza ecologica e della pandemia alla luce dell’estemporaneità della storia, invitando i giovani a ricostruire sulle fondamenta di un nuovo umanesimo.
di Alice Scialoja14 febbraio 2020
Attento, sorridente, disponibile, Edgar Morin ti guarda negli occhi quando parla e mentre ti ascolta. Il sociologo e filosofo francese, nato nel 1921, ha attraversato un secolo di storia e raccontato la sua in memorie di recente pubblicazione. Alla scrivania del suo studio nell’Istituto di botanica di Montpellier, risponde a queste domande un giorno di febbraio, all’inizio della pandemia da coronavirus. Così legge il presente il padre del “pensiero complesso”.
– Pensa che il coronavirus possa segnare per l’umanità una presa di coscienza dell’interdipendenza e comunità di destini di tutti gli esseri umani?
Stiamo vivendo una tripla crisi: quella biologica di una pandemia che minaccia indistintamente le nostre vite, quella economica nata dalle misure restrittive e quella di civiltà, con il brusco passaggio da una civiltà della mobilità all’obbligo dell’immobilità. Una policrisi che dovrebbe provocare una crisi del pensiero politico e del pensiero in sé. Forse una crisi esistenziale salutare. Abbiamo bisogno di un umanesimo rigenerato, che attinga alle sorgenti dell’etica: la solidarietà e la responsabilità, presenti in ogni società umana. Essenzialmente un umanesimo planetario.
– Lei ha scritto che la storia, in particolare quella umana, è imprevedibile e che il futuro dell’umanità sarà altrettanto inaspettato. Si può, tuttavia, parlare di una qualche lezione della storia?
La prima lezione della storia è che non impariamo lezioni dalla storia, che siamo ciechi a ciò che ci ha insegnato. Per esempio che essa comporta un certo numero di determinismi, come lo sviluppo delle forze produttive o i conflitti di classe indicati da Marx, ma anche una dimensione shakespeariana, di noise and fury. Ai nostri antenati cacciatori e raccoglitori non è saltato in mente che sarebbero diventati contadini, così come gli imperi dell’antichità non pensavano minimamente al proprio crollo, né l’Egitto, né i Sumeri, né Roma. C’è una gran parte d’ignoto e d’inaspettato: è a mio avviso una delle lezioni. Il movimento hitleriano negli anni 20 sembrava condannato alla sterilità. Ma la congiunzione tra la crisi del 29, una Germania umiliata dal trattato di Versailles, la divisione tra socialisti e comunisti, i poteri finanziari che pensavano di manipolare Hitler senza sapere che lui avrebbe manipolato loro, ha fatto accadere l’impensabile: che il Paese più colto d’Europa affondasse nella barbarie. La storia, dunque, ci insegna a essere vigili e a pensare che i periodi che appaiono progressisti possono essere seguiti da regressione e barbarie, e che nemmeno questa è eterna. Prima della guerra, la dominazione nazista in Europa sembrava generale e che cosa ha fatto cambiare le cose? Il Duce. Perché ha voluto attaccare la Grecia ma è stato fermato dal piccolo esercito greco, allora ha chiamato Hitler in aiuto, che ha dovuto rimandare di un mese l’attacco all’Urss previsto a maggio del ’41, perché si è scontrato con la resistenza serba prima di arrivare a piantare la bandiera con la svastica sull’Acropoli. Così, arrivato alle porte di Mosca, l’esercito tedesco è stato congelato da un inverno precoce. Ma, se avesse attaccato a maggio, avrebbe preso Mosca e il destino sarebbe cambiato.
– Significa che la storia è governata dal caso?
Il caso interviene spesso, ma è la complessità dei fattori che operano nella storia a modificarla di più, avvenimenti che fermentano e lavorano sulla realtà. Gorbaciov, per esempio, chi se lo aspettava? O il precedente re di Spagna, che era stato nutrito dal franchismo… Scaturiscono conversioni psicologiche, se così si può dire, uno spirito sotterraneo che rovescia le parti: la storia è anche questo.
– Vede una nuova devianza nel presente e ritiene preoccupante la recrudescenza dei nazionalismi?
Siamo in un’epoca regressiva. La regressione si manifesta con la crisi delle democrazie che in molti luoghi, Europa compresa, lascia il posto a regimi semidittatoriali, in Turchia, in Ungheria, in Russia, un po’ anche in Polonia. Una tendenza quasi universale, cui si somma il dominio di gigantesche forze economiche, che nelle condizioni di neoliberismo attuali pesano sui popoli, che si sollevano ma falliscono. Queste rivolte si sgonfiano o vengono schiacciate perché non c’è una forza che le guidi, una voce capace di dare un senso al futuro. Stanno prevalendo fattori negativi. Ogni tanto, interviene un fattore gradevole e inatteso, come l’elezione di Papa Francesco.
– Le piace Papa Francesco?
Sì certo, pur essendo io agnostico.
– Lei sostiene che l’incapacità di gestire la complessità ci porta verso l’autodistruzione. Abbiamo possibilità di salvarci?
Ci sono forze autodistruttive in gioco negli individui come nelle collettività, inconsapevoli di essere suicidi. Fin dove arriveranno questi danni e quando avverrà una reazione, non si sa. Da 50 anni sono tra coloro che lanciano l’allerta. Ma i progressi della coscienza sono lenti. È tardi. Non lo so. Penso possa esserci devastazione, ma non vedo la distruzione della specie umana. La storia insegna anche come a un certo punto tutto sembri crollare, la romanità per esempio; poi da un processo multisecolare scaturisce qualcosa di nuovo e rivoluzionario. Siamo in un mondo incerto e possiamo immaginare un avvenire in cui intervengono forze catastrofiche, ma la probabilità non è mai certezza.
– In un libro con Mauro Ceruti, scrive che l’idea dell’Unione europea è figlia dell’improbabile perché è immaginata da uomini al confino durante la guerra. L’improbabile come motore di ottimismo?
Io ci credo. Ma non so quale improbabile possa comparire oggi. Nella storia umana, comunque, i due inconciliabili ma inseparabili nemici che sono Eros e Thanatos continueranno ad affrontarsi, e Thanatos non riuscirà a distruggere Eros né Eros a eliminare Thanatos. Ognuno a turno prenderà il sopravvento. Oggi i più forti sono Polemos e Thanatos, ma non c’è eternità nella storia.
– Alexander Langer diceva che la rivoluzione ecologica potrà affermarsi nella misura in cui sarà desiderabile; è d’accordo?
Ci sono gli ecologisti ma la scienza ecologica non è insegnata da nessuna parte. È una scienza polidisciplinare e in quanto tale non accolta nelle nostre università. La seconda lacuna è che, nonostante si sappia da Darwin in poi che siamo frutto di un’evoluzione biologica, tutta la nostra cultura continua a separare il biologico dall’umano. Abbiamo creato una frattura epistemologica. Le catastrofi, come Chernobyl, scuotono, poi vengono dimenticate, e così i nuovi uragani. Altre culture hanno un senso dell’inglobamento dell’umano nella natura ben superiore al nostro.
– Greta Thunberg?
Ha svegliato qualcosa nella gioventù di molti Paesi e questo è davvero positivo.
 L’economia procede in modo del tutto incontrollato. Come si potrebbe orientarla e quale controllo sarebbe auspicabile?
L’unico controllo auspicabile sarebbe quello esercitato da organismi economici mondiali, che esistono ma sono al servizio della corrente dominante. Servirebbe una coscienza planetaria della comunità dei destini umani. Oggi, al contrario, l’angoscia fa che ci si richiuda sull’identità nazionale, etnica, sul nazionalismo. Invece di un’apertura della coscienza, vitale, c’è una chiusura, mortale. Questa regressione non possiamo nascondercela, meglio vederla e formare degli isolotti di resistenza. Creare oasi di libero pensiero, fraternità, solidarietà, isolotti di resistenza che difendono valori universali e umanisti, e pensare che un giorno questi possano diventare un’avanguardia. È successo tante volte nella storia, succederà di nuovo.
– Crede nell’idea di progresso?
No. Ci sono progressi possibili, progressi incerti e ogni progresso che non si rigeneri degenera. Tutto può regredire.
© RIPRODUZIONE da AVVENIRE

Gentili lettori e cari amici, la congiuntura dettata dal COVID 19 ci richiama tuttora alla massima prudenza. Le librerie in alcune aree italiane stanno riaprendo, non in Lombardia e Piemonte, anche i librai cercano di essere prudenti. I nostri distributori (Messaggerie Libri) hanno annullato gli ordini di marzo e stanno ripianificando i cosiddetti “lanci”. Nel frattempo noi non siamo rimasti fermi: fidando in una ripresa, se pur lenta, abbiamo pronte da mandare in distribuzione alcune novità e molte ristampe

Fra l’altro sono pronti due libri, il romanzo psicologico di Franco Livorsi (L’ombra che uccide, Romanzo psicologico analitico) e il saggio-intervista di Antonino Buono e Davide D’Alessandro (Il paziente e l’analista. Dialoghi sulla psicoanalisi) che appena si riapre verranno spediti in libreria. Si tratta di due libri che coniugano la qualità della scrittura alla specificità e attualità dei temi trattati.

Accanto a questi due titoli verrà mandata in libreria la rivista Atque, monotematica dal titolo Il mito dell’empatia. Atque, diretta da Paolo Francesco Pieri, quest’anno compie trent’anni (un primato per una rivista che mette in relazione filosofia con psicologia analitica).

Fra le nuove edizioni ci preme segnalare il libro Se la storia ha un senso di Remo Bodei (recentemente scomparso) arricchito nella nuova edizione da una sentita e raffinata introduzione di Gabrio Vitali. Un libro che aiuta a riflettere in quest’epoca obnubilata da una congiuntura che ci induce nostro malgrado a recuperare il rimosso.

La terza ristampa infine dell’ultimo libro di Marina Valcarenghi La passione necessaria, uscito alla fine dello scorso anno,arricchisce le nostre proposte con un testo profondo e ben scritto, molto richiesto, che ha suscitato e suscita tuttora un particolare interesse fra lettori e lettrici di varia estrazione culturale.
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