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David Lazzari

Presidente nazionale dell’Ordine degli Psicologi

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Perché nella pandemia si ignora il disagio psicologico?

Il Paese dei paradossi: abbiamo la formazione più lunga per diventare psicoterapeuti e il peggiore utilizzo della professione

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“Perché durante la pandemia non si è fatto niente per la salute psicologica? Eppure voi vi siete fatti sentire, di disagio psicologico se ne parla molto”. Non passa giorno che non sento fare, da giornalisti, colleghi o persone comuni, questa considerazione così evidente.

Ma si potrebbero aggiungere altre domande illuminanti. Perché l’Italia è stato l’ultimo tra i paesi occidentali ad istituire i corsi di laurea in psicologia (solo cinquant’anni fa)? Oppure, perché i cittadini italiani dispongono, secondo l’Oms, di meno della metà degli Psicologi pubblici dei Paesi paragonabili per reddito? Perché solo in pochissimi ospedali e solo in una azienda sanitaria su 10 ci sono i servizi di psicologia? Perché nei servizi sociali e del welfare italiani non esistono psicologi? Le domande potrebbero moltiplicarsi.

L’Italia è il Paese dei paradossi, dove la mano destra non sa quello che fa la sinistra: abbiamo la formazione più lunga e qualificata per diventare psicoterapeuti e il peggiore utilizzo della professione psicologica. Qualifichiamo le persone per non utilizzarle.

C’è una spiegazione storico culturale. Nel programma neoidealista di svalutazione delle scienze umane, la psicologia fu vittima degli attacchi di Benedetto Croce e Giovanni Gentile, che non concepivano una disciplina collocata tra scienze naturali e scienze umane, al punto che da far praticamente sparire la Psicologia dall’Università italiana sino alla nascita della Repubblica. Altre tradizioni culturali, come il marxismo o il cattolicesimo, dominanti in Italia nel dopoguerra, avranno un rapporto ambiguo con questa disciplina e professione, troppo “laiche”.

Il discorso è complesso ma il risultato è una visione provinciale e arretrata delle scienze psicologiche negli apparati accademici e pubblici in generale, sempre più distanti dal sentire comune che vede un rapporto chiaro, anche se spesso non ben compreso, tra sfera psicologica/capacità di gestire i diversi aspetti della vita/salute. Uno dei tanti esempi di una politica che è più indietro della società e che ne rallenta lo sviluppo, anziché indirizzarlo e promuoverlo.

Per capire lo sviluppo e il ruolo evolutivo della psiche basterebbe citare il premio Nobel Eric Kandel che afferma: “ad un certo punto dell’evoluzione i cervelli erano divenuti troppo complessi per governarsi da soli”. O il noto scienziato Antonio Damasio, che spiega come la psiche si è sviluppata per regolare la vita biologica e gli adattamenti in modo più raffinato ed efficace (“il vantaggio fondamentale scaturisce dal miglioramento nella regolazione dei processi vitali in ambienti sempre più complessi”). O un altro Premio Nobel Elizabeth Blackburn che nel suo ultimo libro racconta come i vissuti psicologici modulano l’attività del DNA.

Oggi chiunque si occupi di salute ma anche di vita sociale dovrebbe conoscere il ruolo della psiche nei processi biologici come nei comportamenti, il suo peso nel potenziare la salute o nel precipitare nella malattia, il ruolo dei fattori psicologici in ogni aspetto e processo di cura. Ognuno di noi è soprattutto ciò che c’è nella sua psiche, è la dimensione psicologica che ci rende felici o ci rende tristi, al di là dei fatti del mondo.

Vogliamo una società migliore, fatta di persone in grado di confrontarsi costruttivamente, di collaborare, di vivere con pienezza, di amare, di realizzare se stesse nel rispetto degli altri, ma continuiamo ad ignorare che tutto questo dipende dalla nostra maturità psicologica. Da come si sviluppa la nostra psiche. E che facciamo a questo fine? Quanto si investe perché questo accada?

Quali strategie collettive di promozione e prevenzione? Quali punti di ascolto e sostegno nella rete pubblica? Quali indicazioni alle organizzazioni del lavoro e del privato sociale?

Una madre in difficoltà con un figlio, un bambino che vive situazioni problematiche, uno studente bloccato, un lavoratore licenziato, una persona vittima di ansia o depressione, un malato che deve affrontare una sfida difficile, chi è paralizzato da paure o angosce…. Così oggi le decine di migliaia di ricoverati in ospedale per Covid, le oltre 100 mila persone contagiate in isolamento, il milione di sopravvissuti alla malattia, i parenti dei circa 70 mila deceduti. Tutte queste persone a chi devono rivolgersi?

Devono solo accumulare disagio a disagio, stress a stress, sino ad aggravare sempre di più la loro situazione, e queste situazioni, sommandosi e moltiplicandosi, aggravare quella del Paese, perché non vengono ritenuti degni di aiuto psicologico dalle nostre Istituzioni?

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